
Elia ha visto il mare per la prima volta ai bagni mariani di una località sul Tirreno, la più vicina in linea d’aria al luogo di villeggiatura appenninico dove i miei hanno una casa. Si chiamano Bagni Maria e fanno sul serio, perché entrando dal parcheggio fatto di strutture in legno e vimini campeggia una statua della madonna che sembra sgraffignata da una chiesa o strappata a qualche piedistallo campagnolo con tanto di nastri colorati, le stelle filanti che vanno tanto in Polonia. In realtà i Bagni Maria, detti anche Bagno Maria, sono una stazione balneare come le altre, le cose pie iniziano e finiscono con quella statua lì. Sopra al bar, e sul bungalow del bagnino, c’è una bella stella nera che farebbe pensare a David Bowie, assoluta casualità, astratto tocco di classe. E andando ai bagni, quelli pubblici con la porta che si chiude col gancetto, accanto al wc c’è una specie di collage sotto vetro, una serie di fotogrammi assemblati in una cornice rettangolare. Sono tutti presi dal film di e con Giorgio Panariello uscito nel 1999, girato in Versilia nel 1998 e per il quale, m’ha detto il bagnino, i Bagni Maria fornirono l’attrezzatura – sdrai, ombrelloni, pattino rosso – con su scritto “B. Maria”. Riprese svoltesi a qualche centinaio di metri di distanza. Proprio così. Mario il bagnino grullo, “De ching of de laifgard”. Bagnomaria.
La casa appenninica dei miei si trova sul limitare del bosco, in mezzo a un tornante, con un’acustica strepitosa che restituisce fedelmente sia gli strepiti dell’imbonitore delle feste paesane, sia il rombo delle corriere e delle moto che sfidano la pendenza per raggiungere il Corno alle Scale. È l’acustica romantica, un po’ sismica, della casa d’infanzia di Alvy Singer in Annie Hall. Per quel tornante, quest’anno, è passato pure il Giro d’Italia. Sull’asfalto davanti a casa c’è ancora una scritta in vernice bianca, “Bottles”. Dirimpetto, un ex albergo che ora ospita i matti. Uno di loro, presentandosi come Luca Carboni, è venuto da me e dal bimbo una mattina, al bar, m’ha stretto la mano per due minuti di fila, ha fatto i complimenti a Elia e ci ha chiesto da dove veniamo. Germania. Poi m’ha chiesto dov’è Essen. Centro geometrico della Germania. Ma lo sai, mi dice, che a Essen quest’anno fanno la fiera del bodybuilding?
In agosto faccio cinquant’anni. Venti passati in Germania, uno e mezzo da padre, sette da marito. Oramai la regola è che ogni dieci anni la vita cambia così, con una tilde portentosa pressoché imprevedibile. Migliorando, per giunta. Quindi, premesso che a cinquant’anni son già contento di esser vivo e vegeto, chissà cos’avrò da dire quando Elia avrà undici anni, dove saremo, a che scuola andrà, gli piacerà di più il mare o la montagna? Intanto, piccola coccarda del mezzo secolo e della mezza età, pur sempre meglio di farsi il macchinone, questo mese mi sono ufficialmente bilaureato. Tesi della triennale alla Humboldt consegnata in marzo, voto arrivato via mail come un’annunciazione mentre pranzavamo ai Bagni Maria. Uno virgola zero per un’indagine ai margini del canone della letteratura polacca, scoprendo sotto qualche sassetto ribaltato come veniva vista l’Europa (il continente meno la Russia, quindi l’utopia europea cristallizzatasi nell’Ottocento) ai tempi di Piłsudski. Sono uno slavista felice, anche di avercela fatta circoscrivendo un tema inizialmente troppo vasto – ma con occorrenze piccine picciò – e scrivendo la tesi nei mesi antecedenti l’inizio del nido. Almeno una scoperta credo di averla messa a segno, e magari ci scapperà un’orecchia su quel bizzarro figuro di Feliks Burdecki.
Slavista col major, biblioteconomista col minor. Cosa fa un antico scienziato della comunicazione bolognese con la sua seconda laurea, stavolta prussiana? La usa come piede di porco per tirare su quel tanto che basta la saracinesca del lavoro fisso, della seconda carriera ancora più scavezzacollo e svirgolata della prima, a cinquant’anni suonati. Un lustro fa mi sembrò già avventuroso lanciarsi in un Bachelor parallelamente al lavoro per imparare cose (mai) viste, ma la cosa stupefacente, nel gorgo di un mercato del lavoro che cambia a velocità supersonica, spesso e volentieri a casaccio, è che il piano A, tutto incentrato sulle lingue, è stato superato in fattibilità dal piano B. Vuoi vedere saranno proprio i sei moduloni di biblioteconomia a salvarmi la pelle? L’altro giorno, entrando in una libreria Mondadori a Bologna, ho visto sul mobiletto dei “più venduti” un saggio di filosofia tradotto da me sotto covid, che grossomodo parla anche del covid, in edizione tascabilissima. Con le royalty che non mi hanno concesso, richiedendo le quali hanno finito per ghostarmi e che anche se fossi stato scaltro e sottone non mi darebbero neppure adesso, ecco, con quelle royalty fantasmatiche lì ci pagherei tutti gli anni un bel po’ di assicurazioni. Invece non ci sono, questi soldi, e la cosa buffa è che le royalty sono solo la poppa di un Titanic (o di un pedalò) in piena immersione. Fosse per me tradurrei per sempre, perché nulla è più bello e sensato. Ma il mestiere si rarefà. Scompare. E allora, per saldare premi assicurativi, bollette e conguagli, per salvare la pensione, il mio nuovo credo si chiama RDA. Funzionerà? Chi lo sa? [duplice rima]
Elia si lancia sulla passerella verso la battigia. È tutto verde e arancione con un motivo a leoncini. Sopra al pannolino acquatico con pesci disneyani ha le braghette da mare e un copricapo con paraorecchi degno della legione straniera. Non sopporta le ciambelle, i braccioli gli fanno pena. Oltrepassa il bagnasciuga, si bagna i piedi, arrivano le prime ondine spumose. Si ferma. Guarda dritto davanti a sé per un minuto buono. Non ci sono né i nonni né i babbi in quel momento, per lui. Non c’è nemmeno il bagnino col suo pattino rosso. Bagnomaria.

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