
Elia cammina. Marcia oramai, maratona, scappa. I primi quattro passetti li ha fatti mentre eravamo ancora in Italia, nel parco dell’ex centro commerciale Pianeta schiacciato tra la piscina Spiraglio e le Scandellara. In sottofondo, il brusio tranquillizzante della tangenziale infarcita di autostrada. Quattro passi di numero, due di troppo se avesse avuto un pallone da basket in mano. Faceva un caldo già asfissiante – per il mio corpo prussianizzato – e Yassien gridò al miracolo a qualche metro dalla panchina su cui giacevo sfatto, correndo ad abbracciare il bimbo in quella che mi parve una nebbiolina da fata morgana sahariana. Poi non granché per settimane. Una cara amica ci ha regalato un carriolino rosa dalle ruote scricchiolanti pieno zeppo di distrazioni (un pallottoliere, formine geometriche, persino uno xilofono), ed Elia tutti i giorni in casa dei nonni un po’ lo rigirava col suo piglio ciappinaro, un po’ lo brandiva come un rollator, lanciandosi in brevi rettilinei contro mobili e poltrone. Dacci e ridacci, questo allenamento ha portato i suoi frutti, e dopo ormai sette mesi di gattonamento olimpionico una bella sera ha cominciato ad andare in autonomia.
Non una sera qualunque. Erano ormai le 19, ora di andare a letto con le galline, di un quieto 22 aprile. Il campanello suonò e apparve Susu, amica d’infanzia di Yassien, zia tra le zie che a Elia si presenta sempre come Tante Disko (zia discoteca). In onore suo e dei locali (in orario pomeridiano) che gli ha già fatto conoscere in una selva di birre e mate, Elia camminò. Un crescendo vertiginoso di tentativi falliti dopo pochi decimetri, sminuiti con un sorrisone e un risolino – e subito corretti. Eccolo, il bambu, braccia per aria e ciondolamento da orsetto ubriaco, che poco prima di lavarsi i denti barcolla trionfale, cade e ride, impara a sterzare, evita gli ostacoli, calpesta giocattoli senza perdere l’equilibrio e inizia persino col multitasking, bevendo dalla borraccina e indicando a destra e a manca con un “DA” per sentirsi dire i nomi delle cose: piantana, Rauchmelder, specchio, scrivania, tenda da circo dell’Ikea! E ovviamente, il telefono. Mano a cornetta sull’orecchia e un inquisitivo: “Dedda?”.
La sera del 22 aprile, in preda com’era all’estasi, farlo addormentare è stato un’impresa e il giorno dopo s’è pure svegliato mostruosamente presto, tutto pur di macinare metri su metri tra salotto e cucina. Nel frattempo è passata una settimana precisa, e come al solito pensare al passato recente sembra un ripescaggio preistorico. Al Tempelhofer Feld s’è già messo a caccia grossa di cani, malgrado gli sterpi riesce già a coprire con gli scarpini decine di metri senza cadere – cosa che peraltro non gli fa un baffo. Cadere diverte mio figlio – non è una metafora di rara bellezza, un insegnamento altissimo? Ci sono le volte che si gira allungando le braccia, e altre che gattona fino a qualcosa, non importa cosa, a cui aggrapparsi per alzarsi da solo e ricominciare il setaccio della Via Lattea di Neukölln.
Tra pochi giorni va all’asilo. Si chiude così un ciclo iniziato esattamente un anno fa, quando l’abbiamo visto per la prima volta immerso in un passeggino-culla, questo bambino che ci prese il dito e sorrise. Per dodici mesi Elia è rimasto fondamentalmente sempre con noi, con brevi parentesi di babysitting diurno da parte dei parenti stretti. Pasti, sonnellini, cambio dei pannolini, tutto a cura dei babbi per un anno intero. Da maggio, gradualmente, il nido si aprirà ed Elia, scarpini, ricciolini e tutto, capirà cos’è un collettivo. Sarà sicuramente più bravo del babbo, che alla sua età fece una scenata autistica della durata di cinque giorni dalle suore prima di tornare stabilmente tra le mura domestiche, gestito dai nonni da mane a sera. Altri tempi, altro spicchio d’Europa, altro welfare. Qui poi altro che suore, qui ci sono degli educatori francotedeschi carinissimi e dei fantastici compagni di Kita con cui ideare marachelle, io fossi in Elia non starei nella pelle. Gira voce che i bambini dell’asilo facciano tutti la pennica di mezzodì come in preda a ipnosi reciproca, si stendono su un materassino e tràcchete. Che prodigio sarebbe se anche Elia crollasse così per un bel powernap. I want to believe.
Di sera capita ancora che l’addormentamento sia un rituale eterno, con Elia che fa finta di ronfare per poi beccare il babbo in flagrante mentre cerca di sgattaiolare via come un ladro. Siam sempre qui con la palla da ginnastica e un po’ di musica all’inizio. Il tentativo di invitarlo al sonno leggendo un libro (Il mago di Oz) è stato finora sabotato con manovre salterine e un’eloquente pagina strappata. In inverno, in questo ultimo inverno lunghissimo e sottozero, praticamente gli ho rifilato solo i Radiohead, al povero PucciPatati, che si sarà pure fatto una cultura ma anche due marroncini così. Ora che è arrivata la primavera predomina la giovialità, e mi sono azzardato a fargli ascoltare la Madonna di True Blue e Like a Prayer. Mai, e dico mai, Elia ha reagito così in fretta ballando con braccia e gambe e scuotendo la testa come col pezzo eponimo del disco del 1989, che ci fecero studiare alla scuola media (a ripensarci, quanto progressismo). Ora posso presentare mio figlio come un grande appassionato di Wagner, dei valzer di Strauss, di Orange County dei Gorillaz, di Mike Oldfield e della Madonna anni Ottanta.
Quindi, insomma, Elia finalmente libero di viaggiare è stato a Bologna per settimane ma non ha imparato lì a camminare? Ci voleva di nuovo il blu di Prussia del crepuscolo, ci voleva il grande ritorno di Tante Disko, il freddo da riaccensione del riscaldamento ci voleva? Sì, ma in Italia, portentosamente, Elia ha imparato qualcos’altro che qui a Berlino sud-est è una vera chicca esotica. Un bel mattino, andando in giro per casa dei nonni col carriolino rosa xilofonato, a un certo punto ha cominciato a gesticolare indicando la cucina. Un su e giù forsennato col braccio destro, le dita grossomodo raccolte a bocciolo. Chiunque su questo pianeta abbia visto la copertina del Supplemento al dizionario italiano di Bruno Munari, bestseller da decenni e ormai supplemento anche alla Costituzione repubblicana, sa di cosa parlo. La cosa incredibile è che questo gesto non ha un nome ufficiale, tipo quello dell’ombrello o del dito medio, in rete vedo mano a cuoppo ma io non ho mai detto mano a cuoppo, mai sentita ‘sta cosa del cuoppo. Anche il significato bascula lungo la direttrice molto generale del “che è, che dici, che diamine”. Ma queste son finezze che non interessano a un bambino di un anno e mezzo. Elia adesso ha interiorizzato questo gesto, questo ariete sociale, questa saetta identitaria, e ogni tanto lo sfodera mentre è sul passeggino, sfidandoci. Braccino in moto, manina raccolta, babbi raggianti con una lacrima sul viso.
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