a orecchio

[dal Nuovo De Mauro]

Benvenutə, di cuorə. In questo blog si parla di tante cose diverse, che provo a racimolare qui con un colpo di scopa in stile part 7 di Twin Peaks. Ci sono anche molti link, ma quelli è meglio scoprirli leggendo.

Il perché del blog redivivo, con tanto di linee guida, sta qui.

Cinema e visioni. Twin Peaks terza stagione, i clippini di Lynch su youtube e la loro fine, elettricità e videocassette, Gli ultimi giorni dell’umanità di ghezzi & gagliardo, gli sketch dei Monty Python e quelli di Idle & Innes, i gemelli Bellocchio (e il moroteismo di Marco), il ritorno di Cronenberg e di Dario Argento, un profondo carotaggio cronenberghiano, gli inizi di Julia Ducournau e lo strepitoso Titane (pure rivisto), la saga di Terrifier, l’immagine-pulsione secondo Deleuze, Jan Švankmajer, tutti i film dei fratelli Marx, Woody Allen al tramonto, Megalopolis, l’ultimo Friedkin, Mike Leigh, diciannove anni di Berlinale in venti film, il cinema contadino. Visioni crucche: La figlia del samurai di Arnold Fanck, Ultimo atto di Pabst, Peter Fleischmann, Rosa von Praunheim, Herbert Achternbusch, Werner Herzog, Edgar Reitz. Più mitteleuropei che crucchi: Ulrich Seidl, Ulrike Ottinger. Egiziano fino al midollo: Seeking Haven for Mr Rambo.

Letture corsare, spunti di sponda. Philip Ridley, Thomas Melle, Christian Kracht, Johannes Baader, l’Europa secondo Menasse, Ballard (e ancora Ballard), Roberto Roversi, Paolo Mascheri, Terence Davies, How to Survive a Plague di David France, l’autobiografia di Peter Staley, Ken Parker, Mercurio Loi, Tre e il Tiziano Sclavi 2001-2022, perché la rivoluzione recchioniana su Dylan Dog è fallita e perché la toppa è peggio del buco. Poi i libri che non sono ancora stati scritti anche se potrebbe benissimo succedere, mai dire mai, due vecchie note del traduttore e sette idee per traduzioni fighe da quattro lingue diverse.

Polskie sprawy: il cinema d’impegno civile, Jerzy Skolimowski, Jerzy Andrzejewski, Roman Polański, Rejs, Marek Koterski, a che punto è la mia avventura universitaria nell’oceano della polonistica.

Cosa resta del britpop dopo la fine del britpop.

Andando sul personale: Odin, il Cairo (2021, 2022), la traduzione editoriale, cosa mi manca di Bologna. Un racconto di Stefano Pieralli.

I Libri di Elia: [I], [II], [III], [IV].

Mal auf Deutsch: die Bundestagswahl 2021, die Bundestagswahl 2025. E l’andazzo politico in Germania nel 2023.

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Buona lettura – sab

Il Quarto Libro di Elia

La mano di mio figlio si accinge a fare il gesto italiano per antonomasia.

Elia cammina. Marcia oramai, maratona, scappa. I primi quattro passetti li ha fatti mentre eravamo ancora in Italia, nel parco dell’ex centro commerciale Pianeta schiacciato tra la piscina Spiraglio e le Scandellara. In sottofondo, il brusio tranquillizzante della tangenziale infarcita di autostrada. Quattro passi di numero, due di troppo se avesse avuto un pallone da basket in mano. Faceva un caldo già asfissiante – per il mio corpo prussianizzato – e Yassien gridò al miracolo a qualche metro dalla panchina su cui giacevo sfatto, correndo ad abbracciare il bimbo in quella che mi parve una nebbiolina da fata morgana sahariana. Poi non granché per settimane. Una cara amica ci ha regalato un carriolino rosa dalle ruote scricchiolanti pieno zeppo di distrazioni (un pallottoliere, formine geometriche, persino uno xilofono), ed Elia tutti i giorni in casa dei nonni un po’ lo rigirava col suo piglio ciappinaro, un po’ lo brandiva come un rollator, lanciandosi in brevi rettilinei contro mobili e poltrone. Dacci e ridacci, questo allenamento ha portato i suoi frutti, e dopo ormai sette mesi di gattonamento olimpionico una bella sera ha cominciato ad andare in autonomia.

Non una sera qualunque. Erano ormai le 19, ora di andare a letto con le galline, di un quieto 22 aprile. Il campanello suonò e apparve Susu, amica d’infanzia di Yassien, zia tra le zie che a Elia si presenta sempre come Tante Disko (zia discoteca). In onore suo e dei locali (in orario pomeridiano) che gli ha già fatto conoscere in una selva di birre e mate, Elia camminò. Un crescendo vertiginoso di tentativi falliti dopo pochi decimetri, sminuiti con un sorrisone e un risolino – e subito corretti. Eccolo, il bambu, braccia per aria e ciondolamento da orsetto ubriaco, che poco prima di lavarsi i denti barcolla trionfale, cade e ride, impara a sterzare, evita gli ostacoli, calpesta giocattoli senza perdere l’equilibrio e inizia persino col multitasking, bevendo dalla borraccina e indicando a destra e a manca con un “DA” per sentirsi dire i nomi delle cose: piantana, Rauchmelder, specchio, scrivania, tenda da circo dell’Ikea! E ovviamente, il telefono. Mano a cornetta sull’orecchia e un inquisitivo: “Dedda?”.

La sera del 22 aprile, in preda com’era all’estasi, farlo addormentare è stato un’impresa e il giorno dopo s’è pure svegliato mostruosamente presto, tutto pur di macinare metri su metri tra salotto e cucina. Nel frattempo è passata una settimana precisa, e come al solito pensare al passato recente sembra un ripescaggio preistorico. Al Tempelhofer Feld s’è già messo a caccia grossa di cani, malgrado gli sterpi riesce a coprire con gli scarpini decine di metri senza cadere – cosa che peraltro non gli fa un baffo. Cadere diverte mio figlio – non è una metafora di rara bellezza, un insegnamento altissimo? Ci sono le volte che si gira allungando le braccia, e altre che gattona fino a qualcosa, non importa cosa, a cui aggrapparsi per alzarsi da solo e ricominciare il setaccio della Via Lattea di Neukölln.

Tra pochi giorni va all’asilo. Si chiude così un ciclo iniziato esattamente un anno fa, quando l’abbiamo visto per la prima volta immerso in un passeggino-culla, questo bambino che ci prese il dito e sorrise. Per dodici mesi Elia è rimasto fondamentalmente sempre con noi, con brevi parentesi di babysitting diurno da parte dei parenti stretti. Pasti, sonnellini, cambio dei pannolini, tutto a cura dei babbi per un anno intero. Da maggio, gradualmente, il nido si aprirà ed Elia, scarpini, ricciolini e tutto, capirà cos’è un collettivo. Sarà sicuramente più bravo del babbo, che alla sua età fece una scenata autistica della durata di cinque giorni dalle suore prima di tornare stabilmente tra le mura domestiche, gestito dai nonni da mane a sera. Altri tempi, altro spicchio d’Europa, altro welfare. Qui poi altro che suore, qui ci sono degli educatori francotedeschi carinissimi e dei fantastici compagni di Kita con cui ideare marachelle, io fossi in Elia non starei nella pelle. Gira voce che i bambini dell’asilo facciano tutti la pennica di mezzodì come in preda a ipnosi reciproca, si stendono su un materassino e tràcchete. Che prodigio sarebbe se anche Elia crollasse così per un bel powernap. I want to believe.

Di sera capita ancora che l’addormentamento sia un rituale eterno, con Elia che fa finta di ronfare per poi beccare il babbo in flagrante mentre cerca di sgattaiolare via come un ladro. Siam sempre qui con la palla da ginnastica e un po’ di musica all’inizio. Il tentativo di invitarlo al sonno leggendo un libro (Il mago di Oz) è stato finora sabotato con manovre salterine e un’eloquente pagina strappata. In inverno, in questo ultimo inverno lunghissimo e sottozero, praticamente gli ho rifilato solo i Radiohead, al povero PucciPatati, che si sarà pure fatto una cultura ma anche due marroncini così. Ora che è arrivata la primavera predomina la giovialità, e mi sono azzardato a fargli ascoltare la Madonna di True Blue e Like a Prayer. Mai, e dico mai, Elia ha reagito così in fretta ballando con braccia e gambe e scuotendo la testa come col pezzo eponimo del disco del 1989, che ci fecero studiare alla scuola media (a ripensarci, quanto progressismo). Ora posso presentare mio figlio come un grande appassionato di Wagner, dei valzer di Strauss, di Orange County dei Gorillaz, di Mike Oldfield e della Madonna anni Ottanta.

Quindi, insomma, Elia finalmente libero di viaggiare è stato a Bologna per settimane ma non ha imparato lì a camminare? Ci voleva di nuovo il blu di Prussia del crepuscolo, ci voleva il grande ritorno di Tante Disko, il freddo da riaccensione del riscaldamento ci voleva? Sì, ma in Italia, portentosamente, Elia ha imparato qualcos’altro che qui a Berlino sud-est è una vera chicca esotica. Un bel mattino, andando in giro per casa dei nonni col carriolino rosa xilofonato, a un certo punto ha cominciato a gesticolare indicando la cucina. Un su e giù forsennato col braccio destro, le dita grossomodo raccolte a bocciolo. Chiunque su questo pianeta abbia visto la copertina del Supplemento al dizionario italiano di Bruno Munari, bestseller da decenni e ormai supplemento anche alla Costituzione repubblicana, sa di cosa parlo. La cosa incredibile è che questo gesto non ha un nome ufficiale, tipo quello dell’ombrello o del dito medio, in rete vedo mano a cuoppo ma io non ho mai detto mano a cuoppo, mai sentita ‘sta cosa del cuoppo. Anche il significato bascula lungo la direttrice molto generica del “che è, che dici, che diamine”. Ma queste son finezze che non interessano a un bambino di un anno e mezzo. Elia adesso ha interiorizzato questo gesto, questo ariete sociale, questa saetta identitaria, e ogni tanto lo sfodera mentre è sul passeggino, sfidandoci. Braccino in moto, manina raccolta, babbi raggianti con una lacrima sul viso.

il suo unico figlio

Dettaglio della copertina del romanzo sclaviano Tre, Camunia 1988.

Elia è libero. Nostro figlio ha ottenuto il permesso di soggiorno e un magnifico passaporto con la sua faccia di bimbo di quindici mesi, foto scattata in una cabina scassata sotto la scala mobile che porta al supermercato dove andiamo sempre. Ora di mesi ne ha diciassette, quasi diciotto, la mole dei capelli è raddoppiata e la statura indicata nei documenti mente per un numero sempre più vertiginoso di centimetri. Ciò non toglie che a meno di una settimana dalla consegna dei documenti abbiamo lanciato il passeggino nella pancia di un aeroplano, scaraventandoci a Bologna.

Siamo a Bologna, vivaddio. Elia ha già visto le Scandellara, i giardini Margherita, l’angelo straripante di Michelangelo e il comparto della Sala Borsa dedicato ai più piccoli, con libri in tutte le lingue del mondo. Quello sui sederi degli animali, evidentemente un bestseller cosmico, c’è a opera di un autore giapponese tradotto in italiano. Noi in Prussia abbiamo la versione crucca, stesso concept, stesse bestie viste da tergo, stesso gioco di ante da tirar su, ma il testo è di tale Thorsten Saleina. Chi ha copiato chi? Qualcuno avrà registrato il brevetto di far indovinare gli animali ai bambini mostrando loro culoni pucciosi e codone batuffolose?

Irrazionalmente, mi sembra che a Bologna ci sia più spazio. Saranno i rettangoli di catrame o terriccio delle edicole che non ci sono più, che continuano a chiudere venendo sradicate, questo mi verrebbe da pensare, da una gru ciclopica che le lancia nelle profondità della galassia, là dove ancora si leggono i giornali e si sfogliano i fumetti. Tornando a Bologna dopo quasi due anni, varcando la casa dei miei e trovandomi davanti la mia collezione di fumetti Bonelli restata dov’è per esigenze logistiche, mi son detto che forse riuscirei a campare senza romanzi, ma senza fumetti no. Tant’è che con Striscionte nel marsupio ho subito recuperato qualche Dylan Dog della gestione Baraldi per farmi un’idea dell’andazzo. Striscionte è il nome che mio padre ha dato a PucciPatati, che ancora non cammina – “manca poco” da mesi – e in compenso gattona a velocità supersoniche alternando traiettorie sinuose a minacciose marce in stile drago di Komodo.

Tira brutta aria in Bonelli. Conclusasi senza l’auspicata ripresa l’esperienza recchioniana, che almeno ha tentato un rilancio programmatico, ora le storie sembrano irrimediabilmente fondi di magazzino. Spiace dirlo. Del resto è quello che sta succedendo con testate come Martin Mystère e Zagor, che insistono nel vuoto pneumatico fino a esaurimento scorte. Le concause sono tante, inutile puntare il dito facendo nomi e cognomi, ma è triste di una tristezza maelstromica vedere un mercato letterario, e che letteratura, contrarsi sempre più, venire costretto a trovare sfoga in libreria (dove non c’è spazio per nessuno da lustri) e dibattersi con una coda sempre più atrofizzata riproponendo l’eterno uguale a sé stesso, Tex al cubo, Dylan fotocopiato in base alla vecchia ricetta sclaviana che brancola tra una freddura di Groucho e la tipa del mese, portata a letto perché lo vuole la formula.

E dire che Sclavi, almeno consciamente, non ha mai stilato decaloghi o listine della spesa. Le sue ricette erano le sue manie, la sua formula è la stessa di Morrissey, cioè gridare sofferenza su melodie irresistibili. L’altra sera, con Pupi assopito, ho preso giù Tre dallo scaffale e l’ho divorato prima di coricarmi. Tre, Camunia, Milano 1988, collana Fantasia & Memoria.

Lo lessi per la prima volta a tredici anni, aprile 1990, restando intontito dai riferimenti sessuali e da una prosa lontanissima, almeno così mi parve, dal ritmo e dal linguaggio delle tavole coi balloon. Rileggendolo, peraltro con molto più gusto rispetto ad altri romanzi del Tiz recuperati dal covid in qua (Film, Le etichette delle camicie, Dellamorte Dellamore, Non è successo niente), ho avuto l’impressione di assorbire quelle pagine per la prima volta, trovandovi una voce nota in grandissima forma, immersa in quella fase di formidabile rincorsa che per Sclavi sono stati gli anni Settanta, quando scriveva a raffica, inventava personaggi, si accingeva a interpretare quelli altrui con idee geniali (Zagor, Mister No) e là, sotto il letto come un prete-scaldino, tra le righe di qualsiasi cosa schiaffasse sulla pagina, c’era già questo strano soggetto, Dog di cognome, coi suoi mostri, le sue malinconie, la camicia rossa e infiniti universi.

Il terzo capitoletto su cinquantanove inizia così:

“Prendo la penna in questo giorno, 18 luglio 1979, per scrivere una storia. Non so se la completerò, non so neanche quale sarà, potrei scegliere a caso tra le tante, per esempio quella della goccia che cade di notte nel lavandino e che fa plic plic, dove c’è un uomo che non può dormire e va a chiudere il rubinetto ma non serve, perché la goccia (o meglio le gocce, chi ci dice sia sempre quella?) inesorabilmente ricomincerà a cadere e non servirà a niente maneggiare il sifone con una chiave inglese perché anzi s’allagherà la casa e la goccia diventerà il diluvio e l’uomo sentirà, da quella notte in poi, lo sciacquìo del giudizio nelle conchiglie delle sue orecchie. Divertente, ma io penso che tenterei di abituarmi a quel rumore notturno, che seguirei il ritmo della goccia e la penserei il mio cuore, addormentandomi così con i suoi battiti. Sarebbe senz’altro meno comico e un po’ anche nevrotico, perché sarei io a comandare alla goccia di cadere e all’universo di girare, una fantasia di onnipotenza delle più banali, come aspettare la pioggia per non piangere da solo o una telefonata che non verrà mai senza telefonare mai. Sarebbe forse un inizio, lo tengono buono” (p. 13).

Sulla bibliografia romanzesca di Sclavi, e sulle riedizioni di Tre, rimando volentieri a questo ottimo articolo che cita anche l’edizione Periplo del 1997, un director’s cut di Tre tipo Apocalypse Now Redux, quindi con tutto dentro, forse (non posso dirlo) anche troppo. Il classico Tre Camunia basta e avanza con le sue 182 pagine spezzettate e densissime, picciate in quarta a noi lettori come un rebus, un gioco di scatole cinesi. Ma il bello di Sclavi, e anche il suo limite in assenza di paletti, è che il cubismo della narrazione non cela una struttura appagante, una soluzione. Volendo ricostruire le mille storie accennate, spesso tramite ripetizioni, soprannomi, trapassi descritti con una scudisciata e un dettaglio da maestro, alla fine non c’è alcun guadagno. La figura finale del puzzle è quella iniziale, confusa e brulicante, che saltella libera e selvaggia da un time warp all’altro, da un universo all’altro molto prima dell’Oscar agguantato dai Daniels e dei tanti multiversi popcorn degli ultimi anni. Sclavi incanta offrendo una congerie di enorme e minuscolo, amplissimo e angusto, la cui malta è semplicemente il susseguirsi delle frasi e delle pagine.

Ogni tanto, in questo andirivieni trovano spazio i film che gli piacciono. Una buona metà del capitolo 14 è occupata dalla trama di The Unknown (1927) di Tod Browning, peraltro non dichiarata come farà nel Dylan Dog 243 con Identità di James Mangold, un gioco sporco in cui io, nel 2006, caddi come un novellino gridando al capolavoro. Altrove torna Browning con Freaks, si affaccia il plot del Fantasma del palcoscenico di De Palma, altre schegge vengono introiettate secondo l’adagio di Eco che copiare una volta è plagio, ma farlo serialmente è da maestri. Ovviamente una provocazione, e a decenni di distanza è ormai trito domandarsi, nell’ottica del postmoderno, quanto valore abbia un pezzo fatto in gran parte da campionamenti, e se anche l’omaggio più scoperto non debba essere dichiarato. Sclavi campiona tanto da sempre, dichiara il giusto, ma alla fin fine anche quando in Killer! ti propina Terminator in salsa rabbinica, è la strategia combinatoria a saltare agli occhi, e con lei la cornice, cioè la serie, cioè l’aria che si respira, cioè il personaggio di Dylan, cioè Tiziano con le sue fisse, tipo gli UFO:

“E vide il più bell’Ufo che avesse mai potuto immaginare posarsi in silenzio là, come una nave madre dalla quale debba avere inizio l’invasione. Non somigliava a nessuna delle foto che avrebbe visto, era piuttosto un incrocio tra il disco che avrebbe ucciso il capitano Mantell e le macchine verniane create molti anni dopo da Karel Zeman. Era una sfera opaca, ma perfettamente nitida nella penombra; gigantesca, con file di bulloni ben visibili e cornici liberty intorno agli oblò. Sul davanti (il suo unico figlio la vedeva di tre quarti) aveva un oblò più grande a forma di fagiolo con i lobi rivolti verso il basso. Ai fianchi dell’oblò, due specie di scale, o forse semplici ornamenti o tubi di scappamento, che scendevano a S dalla sommità della sfera fino alla parte inferiore dove finivano con svolazzi su predellini di ferro battuto. Il metallo della nave sembrava alluminio leggero ma doveva essere in realtà una lega resistentissima per averle permesso di attraversare lo spazio e di arrivare lì. […] Nella testa il suo unico figlio sentì aprirsi le porte del cielo e capì che da quel momento poteva fare tutto, andare e tornare nel tempo e nello spazio, a patto che non uscisse dai suoi confini” (pp. 27-28).

Il protagonista del romanzo, o meglio il personaggio menzionato più spesso, è Il suo unico figlio senza i maiuscola. A un dato momento (p. 98) il suo unico figlio si imbatte in una comune di creature deformi, variazioni sul tema browninghiano con tanto di prole (“e bambini che nascevano come arcobaleni di tutti quegli orrori”, p. 99), e insieme a loro compie gesta estreme di ribellione e terrorismo. Tra di essi vi sono Nano Clochard con la fidanzata Fiore di Cacca, che morendo gli dedica queste parole: “Oh, pastrocchio […] me ne vado via cussì, che m’hanno beccato i gugni nella vita e non ci ho più molto tempo da essere viva. E anca adesso che vedo, è proprio vero, tutte le cose passate come drento in un cimena, oddìo, pastrocchio mio, non riesco ancora a trovarci un momento di bello, un qualcosa da chiamarlo speranzia […] La vita mia, a guardarla anca momento per momento, è stata come una roba di fantasmi, che non sai mai nianco se son veri” (p. 118). A pagina 143 il suo unico figlio rivela di non essere di questo mondo, di avere l’ombelico tra i capelli e un dito del piede mancante. Dal pianeta Tre è venuto con un razzo d’argento.

L’ultima pagina, dedicata alla guardia che si sente come le montagne russe, è degna di Kafka. Forse un paragone impegnativo, ma è proprio la nonchalance di Sclavi, la fluidità delle sue digressioni unita alla rapidità di certe ghigliottine verbali, a fare di lui un autore che dà dipendenza. Il paradosso dell’autorevolezza di Kafka fondata sulla fragilità di Kafka. Tre, come quasi tutti i suoi racconti immaginifici ma senza immagini, non è un roman à clef, un qualche enigma da sciogliere, un sudoku di sangue. È, semmai, un romanzo-sacco (powieść-worek) come quelli che scriveva Witkacy – Addio all’autunno, Insaziabilità. Un ricettacolo in cui cacciare pensieri in libertà e ossessioni poderose, dando loro una forma grossomodo adatta per un visto si stampi. Come romanzi non reggono, nemmeno Tre, con le sue sbandate amatoriali e qualche ingenuità di troppo. Ma come sacchi, budelli in cui perdersi, arraffare a casaccio, buttar via e riacciuffare, ritrovare cose note e scovare cose preziose, i libri di Tiziano Sclavi sono ancora un portento. Lunga vita, allora, al suo unico figlio.

Dylan Dog 43, Storia di nessuno, di Sclavi e Stano, p. 25.

Wiener Blut

Libro di Valentine Penrose su E. Báthory, ed. Mercure de France 1969 (rielaborazione grafica della copertina).

Malgrado tutto, anche quest’anno sono riuscito di straforo a iniettarmi uno spicchio di Berlinale, e questo spicchio appuntito e sgargiante è nientemeno che il nuovo film di Ulrike Ottinger, Die Blutgräfin. Un evento, perché come racconta la sua autrice in un’intervista del dicembre 2024 il progetto risale al 1998, più volte rimandato per questioni di budget, e stando a Wikipedia la sceneggiatura con alcuni dialoghi suggeriti da Elfriede Jelinek esiste almeno dal 2009, cioè poco tempo dopo la realizzazione del magnifico documentario Prater con lo zampino del Nobel austriaco.

Ecco allora una storia di vampiri viennesi lascamente ispirata alla figura storica di Erzsébet Báthory, e cucita in maniera deliziosamente massimalista addosso a Isabelle Huppert, che nel film parla almeno sei lingue. Ottinger ha sempre pensato a lei per questo personaggio mitteleuropeo, rosso sangue e senza tempo. Oui, elle est Isabelle Huppert. L’altra candidata era Tilda Swinton, che per fortuna ha già fatto la vampira nell’universo anodino e cool per forza di Jim Jarmush. Qui Ottinger fa sul serio, nel senso che torna a fare il cinema che l’ha resa unica mezzo secolo fa. Ed è un cinema fastoso, di contrasti stridenti tra il sublime e l’infimo, ridanciano e camp, straccione col sangue blu.

La contessa insanguinata veleggia verso di noi, il pubblico, nella primissima inquadratura, girata nel mare sotterraneo di Hinterbrühl. Sta immobile, a prua, polena viva (o non-morta), su un’imbarcazione-sarcofago di drappeggi rossi che procede lenta in questo dedalo di grotte viennesi pieno d’acqua e di ex Wunderwaffen naziste. Appena taglia l’angolo, entra in campo una barchetta piena di turisti. Basta l’incipit per capire che tutto il film è un rimando, a cominciare da sé stessa, Ulrike Ottinger, che nel cuore selvaggio degli anni Settanta tedesco occidentali girò un film di marinai e uno di piratesse lesbiche, Madame X, con la protagonista che si atteggia volentieri a polena minacciosa.

Die Blutgräfin è un ritorno all’immaginario a rotta di collo della cosiddetta trilogia berlinese, eppure la messinscena non si riduce a happening e tableaux vivants. C’è una trama, da non prendere troppo sul serio, una traiettoria polańskiana che serpeggia tra The Fearless Vampire Killers e The Ninth Gate, e soprattutto c’è l’idea di sfruttare l’identità transtemporale dei vampiri per mostrare pezzi di Vienna rimasti nel passato. In questo senso, il film è un irresistibile documentario sulla capitale austriaca (anzi, austroungarica) camuffato da storiella trucida con libri maledetti, buffet carnosi e figure macchiettistiche.

A parte Huppert, che dove la metti sta, ovvero fa sempre e comunque capoluogo, Die Blutgräfin lancia in pista il suo nipotino vegetariano Baron Rudi Bubi (Thomas Schubert, di verde vestito e con lenti a contatto in tinta), il di lui terapeuta Theobald Tandem, che non crede ai vampiri (Lars Eidinger), la strepitosa Birgit Minichmayr nei panni dell’aiutante della contessa. Il fronte camp è garantito da Conchita Wurst in tre, maiuscoli ruoli diversi, con tanto di esibizione nelle catacombe tra generali mortacci e poliziotti allibiti. Parlando di un film che esiste nella mente della sua autrice da quasi trent’anni, verrebbe da chiedersi cosa è cambiato tra le prime stesure e la sceneggiatura definitiva. La risposta è: Conchita Wurst.

Non tutto l’umorismo arriva a destinazione, ma la percentuale di situazioni azzeccate è molto alta. Il filo rosso dell’efficacia è forse dato dall’uso sardonico dell’inglese, buttato lì come una sorta di AI-Slop ormai deficientemente egemone. Difficile non spruzzare il cocktail sulla testa dello spettatore davanti ogni volta che si sente il titolo anglofono, mutuato da benjamin, della conferenza internazionale a cui partecipano i due vampirologi Theobastus Bombastus e Nepomuk Nachbiss, o quando la contessa elogia, prima di scendere nelle catacombe, il “Valhalla of the vampire empire”. L’inglese, o meglio la parodia del ruolo globale dell’inglese, è una clava umoristica ancor più del trattamento riservato al genere horror. Del resto il film prende di mira, e non a fini di scherno, gli abissi arcimboldeschi di Vienna. Erzsébet Báthory è un pretesto, la lingua inglese un inserto anacronistico.

Die Blutgräfin si presenta come una Wunderkammer reale. A Ottinger, da sempre, non interessa la ricostruzione in studio, bensì l’appropriazione picaresca di spazi autentici. Si entra davvero nell’ex manicomio del Narrenturm, ora museo, con lo scheletro della “piccola contessa” che si materializza in carne e ossa nel corso delle vicissitudini dell’altra contessa, quella assetata di sangue e vergini. Si varca la soglia di sontuose biblioteche col nastro trasportatore che finisce per inghiottire, manco fosse la morgue, l’ultima vittima di Báthory, di caffè e hotel storici a iosa con pannelloni in legno intarsiato e ridde di animali impagliati sullo sfondo. Non mancano i castelli lussemburghesi (per esigenze di location) e ovviamente, nel gran finale buffonesco, lui, il Prater, eterno bosco di Bomarzo dell’immaginario viennese.

Animato da un beffardo spirito dandy, a tratti folle e spiazzante come Bildnis einer Trinkerin, Freak Orlando o Dorian Gray im Spiegel der Boulevardpresse, orientaleggiante nel senso mitteleuropeo del termine – e non dei tanti film girati da Ottinger in Asia, tipo Johanna D’Arc of Mongolia – Die Blutgräfin è un ottovolante inatteso, davvero fuori dal tempo, un piccolo miracolo produttivo in un’epoca di crisi dell’immagine fatta a mano, di standardizzazione del “content” e soprattutto, be’, di pochi piccioli per la libertà creativa vera.

La storia della contessa ungherese è materia da Jesus Franco, da Hammer Film, da Julie Delpy, al massimo da Warhol & Udo Kier en travesti. E infatti, caro pubblico boccalone, il punto del film non è questo. O almeno, non è il genere in senso filmico a farla da padrone. La vampira Huppert è evidentemente lesbica, tant’è che s’innamora di una donna incrociandola sulle scale mobili e nel corso dei suoi giri in carrozza viene trattenuta in extremis dallo scendere e papparsi delle prostitute, novelle sirene per una Ulisse che attraversa il tempo, il gender e il desiderio come l’Orlando di Woolf. Die Blutgräfin colpisce nel segno fungendo da codicillo, da seguito spirituale del documentario sul Prater. È un excursus con toni da guilty pleasure, un tuffo in un pannello di cartone con l’immagine di una contessa che fa il bagno nel sangue altrui. Roba da tunnel dell’orrore. Ed è bello pensare che in un anfratto del Prater questo pannello, questo innesco immaginifico, esista sul serio.