Dieci cose che mi mancano dell’Italia

Tunnel con murale presso le scuole Scandellara, Bologna.

Che poi queste cose si trovano principalmente a Bologna, perché è Bologna a mancarmi dopo più di un anno di assenza. Mai capitato prima, spero non capiti mai più, ma l’accelerazione folle del 2025 ha avuto delle conseguenze, e questa, sul piano logistico, si sente. Finché Elia non ha i documenti che consentono l’espatrio siamo bloccati nei confini tedeschi, un lockdown ben diverso rispetto a quello di cinque anni fa, e stando dove stiamo (cioè a Neukölln) la prigione è dorata, di un oro maculato e grezzo. Resta il fatto, e non l’avrei mai detto, che la distanza coatta pesa, le radici tirano, certe immagini fanno capolino sempre più spesso nella mia testa. Eccole qua.

I martinetti dell’aeroporto Marconi. Cos’è casa? Atterrare, scendere dalla navetta e riversarsi con lo sciame di passeggeri nell’area dove faranno circolare i bagagli su una striscia di gomma. E lì, in azione ovunque su spazi pubblicitari bilingui, ecco martinetti (screwjacks!), moduli rotanti (driven toolholders!), attuatori lineari e altre diavolerie prodotte dal polo industriale emiliano. Le réclame più turistiche e culinarie non mancano, del resto Bologna è ormai la capitale del mangiar molto e la metamorfosi adattiva verso gli spaghetti bolognese è a buon punto. Se ci vogliono così, diventiamo così. Però è stupefacente che il benvenuto ufficiale sia dato da una congerie di pezzi del Meccano che fanno su e giù immersi nell’acqua, dai nomi misteriosi in qualsiasi lingua. Continuo a non sapere cosa sia un martinetto, eppure martinetto significa che se vado al bar il caffè è buono.

Il bar DiVino di via Massarenti. Un bar all’angolo su una strada trafficata, attaccato a una pompa di benzina. Gestione cinese e sì, dopo anni e anni continuo a non ricordarmi il nome della gestrice. Tv sempre accesa sui canali Mediaset, Repubblica e Carlino sparpagliati e mischiati sui tavolinetti, brioche basiche, uno stanzino buio sul retro pieno di slot machine. È il bar più vicino in linea d’aria alla casa dei miei, quello dove inizio la giornata se sono a Bologna, dove a volte incontro gli amici delle elementari per fare il punto e lasciarsi andare a chiacchiere da bar. Quando a inizio marzo 2020 scendemmo in auto e lo vedemmo chiuso appena sbucati dalla uscita 11 della tangenziale, capii che l’apocalisse era imminente. Il bar DiVino ha orari da grande stazione ferroviaria e non conosce Natale. Sta lì, con le sue sedie fuori per godersi il traffico della Massarenti, e incarna lo spirito del luogo.

Il grattacielo di San Vitale. Londra ha il Centre Point, New York l’Empire State Building, Berlino il Fernsehturm… e noi, noi ragazzi di quartiere abbiamo questo palazzone svettante costruito a cavallo degli anni Sessanta, con le due facciate di un bordeaux lurido corretto verso il rosino grazie alla recente ristrutturazione. Esattamente trent’anni fa, durante una partita di pallone rubai le chiavi del portone e della porticina che conduce alla terrazza sul tetto (per tacere della scala che sale fino alle antenne) dalle tasche del mio peggior nemico, che ci abitava, copiandole in fretta e furia alla ferramenta del centro commerciale Pianeta. Tutto pur di girare un segmento di questo corto, godersi ogni tanto il panorama riflettendo sulla vita – e fare bravate irraccontabili. Ancora oggi, il grattacielo è sinonimo di architettura identitaria, malgrado la concorrenza della Torre Unipol a un tiro di schioppo.

Le Scandellara. Ci ho fatto le elementari e l’ultimo terzo delle medie, ma questo universo contadino fatto di collinette e prefabbricati danesi, adiacente a campi coltivati e tagliato dalla tangenziale, è un ricettacolo di leggende urbane che vanno ben oltre le nostalgie scolastiche o i fine settimana trascorsi al seggio. Negli anni Ottanta le ricreazioni nell’erba terrorizzavano i genitori all’erta per siringhe & co., negli anni Novanta il centro musicale ha visto crescere band schitarranti, tuttora resiste una squadretta di calcio con tanto di signor campo, e non mancano percorso vita, stagno dei ranocchi e tunnel misterioso che collega quest’area verde a quella più ampia del parco di via Larga. Odin ci ha scorrazzato molto. È un idillio birichino.

I box delle biblioteche con i fumetti dentro. Questa non è un’esclusiva bolognese, anche se in testa ho i mobili allestiti per l’uso alla biblioteca delle Scandellara e in Sala Borsa. Dei vani cubici con uno sportello che si apre verso l’alto, contro il quale è appoggiato un numero a caso di una testata, per far capire che lì dentro troverete, che so, Martin Mystère. Ed ecco, alzando l’anta, una pila di Martin Mystère, una trentina di numeri nulla più, con quelli più vecchi che finiscono via via in magazzino o nel cesto a offerta libera dei libri espulsi dal catalogo. Ogni biblioteca ha i suoi box, di solito Tex e Zagor non mancano, magari anche Dylan, più qualche non bonellide e riviste tipo Focus. I numeri arrivano con qualche settimana di ritardo rispetto all’uscita in edicola, e per chi segue le testate con prudenza questo sistema è grandioso per tenersi al corrente. Io ad esempio è da un anno e passa che mi chiedo, come sarà Sette vite (DYD 458), col ritorno del gatto Cagliostro? Baggianata o chicca di continuity? Se faccio in tempo becco l’albo in uno di questi cubicoli.

La fumetteria Mondi Nuovi a Casalecchio. Se si salta l’edicola e le biblioteche hanno già smaltito l’articolo, o ci si svena acquistandolo da Alessandro Distribuzioni, o ci svena accattandolo on line, oppure si tenta la fortuna in questo sublime luogo fuori dal tempo, rimasto identico da più di trent’anni tant’è che quando l’ho rivisto per puro caso a covid finito ho pensato di avere le traveggole. Mondi nuovi, col nome che rimanda alla vecchia rivista di fantascienza ballardiana diretta da Moorcock, è una fumetteria come dev’essere una fumetteria. Polverosa ma ordinata, con un impatto da bottega del signor Coriandoli (o da negozietto che spaccia Mogwai) e la certezza che il proprietario sa di cosa parli quando racconti la tua Cerca annosa di un vecchio speciale di Ken Parker. Fumetti in fila, fumetti a pile, una scala di legno verso un soppalco popolato da tascabili arricciati, qualche poster antidiluviano e la clientela fissa che discetta sulle differenze stilistiche tra Claudio Nizzi e Mauro Boselli. Da fuori, col canale a due passi, sembra un magazzino di cianfrusaglie destinate alla discarica. Probabile che anche la biblioteca di Alessandria dei tempi antichi desse questa impressione.

Il cinema Modernissimo. Potrei insistere con la nostalgia muffa parlando del cinema parrocchiale Tivoli, dei suoi poster ingialliti all’entrata con Woody Allen e John Wayne, dell’odore industriale identico da decenni e della pausa popcorn imposta in barba a qualsiasi moderno standard di proiezione, ma il Modernissimo è davvero il colpo da maestro di quella superpotenza mondiale chiamata Cineteca di Bologna. Centralissimo e sotterraneo, tant’è che per arrivare alla sala storica si attraversa un sottopasso riqualificato con tanto di cimeli neorealisti e programmazione esposta su un tabellone ferroviario, il Modernissimo è una caverna platonica nel senso buono del termine. Ci si arriva passando davanti al dipinto originale che divenne il poster di Amarcord, ci si ritrova in una specie di vecchio teatro liberty di vaudeville con platea e galleria, i posti in platea sono morbidi, vellutati e rossi e sullo schienale di ciascuno c’è il nome di un cinematografaro. Finire cuciti su una sedia del Modernissimo è come avere una placca sul Mur des cinéastes di Lione, nell’area della fu fabbrichetta dei fratelli Lumière. Sogno autistico da realizzare un bel giorno: ricostruire su un pezzo di carta tutta la platea con i nomi scribacchiati in calligrafia da medico curante.

L’ex ristorante Benso in Vicolo San Giobbe. Nothing to see here. O almeno, non il ristorante, che in quanto tale non esiste da più di quarant’anni. Benso fu gestito dai miei nonni paterni fino al 1982 in un vicolo losco del pieno centro di Bologna, tra la galleria del Credito Romagnolo e via dell’inferno, parte del ghetto ebraico nonché noto concentrato di bordelli fino alla legge Merlin. Fino a pochissimi anni fa il vicolo era davvero losco e impregnato di piscio, un pericoloso cul de sac a cui il comune ha recentemente posto rimedio aprendo l’accesso verso via Oberdan. Dicono che ora Benso abbia riaperto, con menu a misura di turista giapponese. Quel che conta è che la vecchia scritta sul muro ci sia ancora. C’è ancora?

La fontana d’Africo a Vidiciatico. Basta Bologna, ora Appennino tosco-emiliano, altitudine 810 metri and counting, a pochi tornanti dal Corno alle Scale. Questa fontana in realtà è una fonte che sbuca copiosa dalla roccia, un fascio d’acqua gelida e tonificante che conferisce a questo angolino tra paese e bosco di conifere netti tratti heideggeriani. C’è anche un altarino della madonna con fiori e agende, tante agende piene di dediche e suppliche. Fin da bambino c’ho scritto un sacco di birbonate, non sempre, a seconda del livello percepito di cattolicesimo interiore e quindi di vana ribellione. Al cattolicesimo non si scappa. La cosa bella di queste agende gonfiate dalle intemperie è la calligrafia, spesso incerta e tremolante, la firma di chi deve poter sperare. Impossibile non farlo bevendo quell’acqua.

Il saliscendi romano. L’ultima volta che siamo stati in Italia risale al dicembre 2024, un anno fa, a Roma per la fiera del libro a casa di amici. Roma è l’unica città che mi manca davvero oltre a Bologna. Non ci ho mai abitato, le mie permanenze sono sempre state rapide e strumentali. Eppure, anche da avventore, tutte le volte mi parte il Kopfkino e penso a come sarebbe viverci. Di Roma non ha senso azzardare una lista di cose, di posti, sarebbe ridicolo, allora mi limito all’obliquità delle passeggiate tra un colle e l’altro, il saliscendi ad esempio che va da San Giovanni di Dio a via Fonteiana, nel cuore di Monteverde. Poco importa se ci si arrampichi sul Gianicolo, sul Quirinale, o si scenda per via Nazionale appena usciti da Termini. È la sensazione di spostarsi su un piano inclinato, serpeggiando tra negoziacci che vendono calendari con preti belli (e finti, scatti dei primi anni zero). Poi anche il pianeggiante ha il suo perché, come via XX settembre che porta alla magnifica assurdità architettonica di Porta Pia. Quando mi avvicino alla facciata michelangiolesca mi torna sempre in mente San Domenico, a Bologna, con le sue tre statuine del Buonarroti ficcate nel guazzabuglio dell’Arca. L’angelo reggicandelabro, criticato dagli esperti per il panneggio virtuoso e tronfio come plastica fusa, sta lì ad altezza d’uomo col piede sinistro consunto da epidermidi e baci. Fate una cosa per me, voi che siete a Bologna: non toccatelo.

Il bar del centro civico Corticella, in via Massimo Gorki.

Melle

Elaborazione grafica delle copertine di Die Welt im Rücken (Rowohlt, 2016) e Haus zur Sonne (KiWi, 2025).

Tra i segreti meglio custoditi della letteratura germanofona contemporanea c’è il fatto che Thomas Melle è un genio a corrente alternata. Non perché sia bipolare, diagnosi devastante che alimenta la parte migliore della sua bibliografia, ma per il semplice motivo che ci sono libri belli, bellissimi con la sua firma e altri, non brutti ma trascurabili, con la medesima firma. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, senonché i libri bellissimi sono ancora inediti in Italia. Qui parlo di due di questi, libri gemelli grondanti sofferenza e speranza, si chiamano Die Welt im Rücken (il mondo sul groppone) e Haus zur Sonne (la casa esposta al sole). Entrambi arrivati nella cinquina del Deutscher Buchpreis, e magari “Haus”, quest’anno, ce la farà, scaraventando il buon Thomas su un bel numero di scrivanie non tedesche.

Quando partecipai all’Internationales Übersetzertreffen nel 2017 all’LCB berlinese, il titolo di quella settimana di workshop e networking traduttivo era proprio Die Welt im Rücken, con Melle ospite d’onore. Mi innamorai durante la sua lettura a voce alta di alcuni passi, con un finale da singhiozzo. Gli dissi che era riuscito a canalizzare un’idea non facile, a tratti impensabile come la morte, cioè la convivenza con una patologia cronica, anzi più che la convivenza un abbraccio incondizionato, compresa la militarizzazione – in senso buono – della malattia in forma di letteratura. Mi lasciai andare a un paragone con gli inizi dell’hiv, in testa più il blu jarmaniano che un qualche corrispettivo letterario. Ricordo la bocca secca alla fine del mio intervento. Melle annuì, mi firmò la copia, ed eccola qui, sulla scrivania, riletta di fresco per prepararmi alla Casa al sole.

Il prologo del Mondo sul groppone recita: “Ich möchte Ihnen von einem Verlust berichten. Es geht um meine Bibliothek. Es gibt diese Bibliothek nicht mehr. Ich habe sie verloren”. Dopodiché, con questo gancio nelle carni, non c’è modo di appoggiare il libro prima di pagina 348. Sempre che apprezziate gli ottovolanti. Perché se siete tipi apollinei da ecfrasi perenne no, Melle non fa per voi. Melle strattona, parte per la tangente, cade e riparte in quinta, spiazza e irrita, poi ti viene vicino e ti sussurra all’orecchio, ti commuove, e riparte, e rispiazza, e buonanotte ai suonatori. Il secondo capitoletto parla di quando ha fatto sesso con Madonna e Björk in quel di Kreuzberg, ovviamente nella sua testa, poi si salta al 1999, un altro balzo fino al 2006, al 2010, pezzi di diario, discettazioni musicali à la Nick Hornby, tanto internet, tanto riflettere sulla comunicazione in internet, aneddoti da far tremare i polsi, pensieri seri sulla malattia, altri rapidi e fuori controllo come una pallottola in uno scantinato pieno di tubi. Non tutto il romanzo tiene, ma è il carburante che lo anima a essere unico, più che nel suo genere (“ibrido”, “anfibio”, cose che sappiamo già) nella sua voce, quell’alchimia misteriosa che trasforma un libro in un auricolare con le tue iniziali sopra.

Die Welt im Rücken è un testamento sulla bipolarità, una preghiera scaramantica per farla finire schiaffandola sulla pagina. Per salvare non solo la propria biblioteca, ma tutto il resto – oggetti, salute, relazioni, reputazione – che finisce regolarmente maciullato dalle fasi di Raserei, quando la mania imperversa e tutto straccia, tutto consuma, anche il tempo. Anni interi di mania. Capitoletto 41 della parte sul 2010, testo: Bin ich nicht. Capitoletto 42, testo: Und wenn Sie wüssten, was da vorher stand. Eccezioni in un romanzo a cuore aperto che non teme di affrontare i temi in profondità, siano essi l’autodistruzione o la passione per Trent Reznor. Un romanzo berlinese, quello di Melle, insieme a David Wagner uno dei pochi capaci di trasmettere il senso di Kiez, di vita oscillante tra rione e metropoli che da sempre contraddistingue il paesone sulla Sprea.

A pagina 140, capitoletto 5 della parte sul 2006, si parla della Haus zur Sonne, idea di Melle per uno spettacolo teatrale (una delle sue occupazioni fisse). Questo è il germe del romanzo uscito poche settimane fa, il secondo dal 2017 dopo il dimenticabile Das leichte Leben (KiWi, 2022). Dimenticabile, trascurabile, come mai? Perché nella Vita facile Melle trama a tavolino azzardando una critica sociale con punte di maledettismo del tutto inefficaci. Funziona meglio, invece, un altro suo romanzo-romanzo, cioè 3000 Euro (2014), che parla di come un deficit finanziario – quello del titolo – riesca a far ruzzolare il protagonista ai piedi della piramide, rischiando di non rialzarsi più dai margini. Più che un plot di finzione pura, un’ipotesi fondata su esperienze vere raggranellate durante le manie. Anche Haus zur Sonne è fondamentalmente fiction, ma questa finzione narrativa si installa nel dispositivo ibrido di Die Welt im Rücken. Quindi sì, è un secondo libro dedicato alla sindrome bipolare, con episodi e riflessioni di un narratore in prima persona che può solo essere Melle. Lo scollamento con quella che possiamo chiamare realtà si verifica però alla prima pagina, quando il protagonista riceve una busta azzurrina e scintillante contenente la risposta positiva da parte della Haus zur Sonne. Una clinica per suicidi.

Come si sono affrettati a scrivere alcuni critici letterari tedeschi, nel libro c’è un lieto fine e dirlo non è uno spoiler. Sia pure psicosi delle ore 4:48, ma il sole sorge ancora. In effetti, Melle ci risparmia il bizzarro corto circuito provocato dalla eventuale dipartita del suo personaggio. A contare davvero è comunque la sua abilità di rendere credibile la rampa della trama, ovvero la decisione incrollabile del protagonista di farla finita – perché la malattia sta vincendo, le preghiere non sono servite, la prossima mania rischia di essere, se non l’ultima, insostenibile quanto a perdite, vergogna, depressione. Ecco allora che il libro decolla, con enorme coraggio, da dove eravamo rimasti col Mondo sul groppone, replicando almeno in parte quella struttura composita, e approda in una clinica fantascientifica, peraltro sovvenzionata dal Bund, che tratta coi guanti i suoi ospiti accompagnandoli fino alla Fine. Non mancano incontri clou tra i corridoi pulitissimi, e somministrazioni di sogni a occhi aperti fondate sui desideri dei pazienti. Un po’ Arancia meccanica, un po’ Qualcuno volò sul nido del cuculo, Haus zur Sonne è una mossa letteraria sul filo di lana con la cazzata sempre dietro l’angolo, salvata in corner dal serbatoio empatico di Melle, dalle cose vere, e da un finale non clamoroso sulla carta ma entusiasmante a leggersi. La vita va avanti.

“Das hier – wirklich weg?” si chiede il protagonista a pagina 244, prima crepa seria nel progetto di ammazzarsi per via istituzionale. Haus zur Sonne è un portentoso breve invito a rinviare il suicidio, senza argomenti giudicanti o sbandate retoriche penose. Il tema viene preso sul serio – e chi ha letto Die Welt im Rücken crede subito alla volontà del protagonista – e altrettanto seriamente viene sviluppato passo passo, firma dopo firma, colloquio medico dopo colloquio medico, finendo per “scegliere la vita”, come direbbe Renton, ma sapendo bene che la vita è tutt’altro che una casa baciata dal sole. Del resto, se così fosse, sai che noia. Ed è questo che rende così speciale Melle. Non l’attrazione per l’estremo, il provocatorio, il cinismo houellebecquiano, bensì un’accettazione dolorosa, assoluta e a occhi spalancati della condizione umana. Fragile, autodistruttiva, malata, geniale, e vivaddio.

[Di Thomas Melle in Italia è uscito solo Sicario (OR. Sickster) nel 2015, ed. Fandango, trad. Fabio Lucaferri].

et consumimur igni

Due archivi che si rispecchiano come metà di un palindromo: quello pubblico della storia del cinema e quello privato, in espansione come l’universo, della famiglia Ghezzi, alimentato dall’uomo con la videocamera da presa. È da questi due magnifici maelstrom che nasce nel 2022, dopo quattro anni di lavorazione (e due di montaggio), un film con un titolo krausiano attuale come non mai: Gli ultimi giorni dell’umanità. Oggi peraltro, meglio ancora che nel 2022, sappiamo quanto siano contate le ore dell’umanità intesa come tribù organica, comunità di cervelli analogici.

Ho scoperto Fuori orario leggendo Emanuela Martini su Film Tv a partire dal 1993. Le notti selvagge di Rai3 hanno segnato la mia tarda adolescenza più delle bravate in giro per Bologna. E quando la realtà in carne e ossa non poteva aspettare, mi affidavo con le dita incrociate al timer del videoregistratore, puntandolo quei due minuti prima dell’una e dieci nella speranza che il programma non partisse troppo tardi e il film, i film, ma soprattutto l’intro ghezziana, cioè il nocciolo di Fuori orario, finissero magneticamente impressi nella cassetta da 240 minuti o in quel che ne restava. Molto spesso, anche nei giorni feriali, quando magari l’indomani mi aspettava una verifica sui banchi del liceo, restavo alzato col telecomando in mano per premere il pulsante rosso appena finivano i trailer e partiva il tuffo con Patti Smith. Inconcepibile che abbia lasciato passare quasi tre anni prima di vedere questo film di enrico ghezzi e alessandro gagliardo.

Di Ghezzi regista nel senso classico del termine conservo ancora, vhs digitalizzata, l’episodio Gelosi e tranquilli (1988) del film collettaneo Provvisorio quasi d’amore. Quando lo vidi per la prima volta, ovviamente passato da Fuori orario, rimasi colpito da un’improvvisa ripresa in elicottero più che dai morettismi nel mettere in scena il rapporto a due. L’obiettivo si alza dal Circo massimo ballonzolando intorno al volto di Simona Bonaiuto, mentre la colonna sonora passa da Out of Time dei Rolling Stones a Isabella Rossellini che canta Blue Velvet… in Blue Velvet (1986). In poco meno di venti minuti, l’energia del pastiche, del détournement e dell’amore puro per l’atto di vedere generano un’estasi destinata a sfuggire agli occhi (ciechi) di chi nutre una passione solo tiepida, schematica per il cinema.

I quasi duecento minuti degli Ultimi giorni dell’umanità puntano all’estasi herzoghiana dell’intagliatore Steiner e la raggiungono in più d’una occasione, anche se qualsiasi visione, e qualsiasi occhio, racconterebbe una storia diversa su questo magma di immagini in movimento e suoni persistenti. Il punto di riferimento era, e resta, Verifica incerta (1965) di Grifi e Baruchello, con la sua paratassi di frammenti di pellicola “piratati”, amorevolmente espropriati e rimescolati. E dalla Anna di Grifi intesa come musa si arriva ad Aura Ghezzi, una delle figlie di Enrico, protagonista assoluta delle poche riprese effettuate espressamente per Gli ultimi giorni, inquadrata come un oracolo bergmaniano, che quando parla cita Kafka. Il desiderio di diventare pellerossa. Gli spettatori impietriscono.

Cosa c’è in questo acquario di quello che manca, come recitano le prime parole di enrico ghezzi dopo alcuni minuti di film, tanto nero con vocalizzi, quando appare un paesaggio marino brumoso, giallino, solcato da un vascelletto degno di Marco Ferreri? Ci sono fiere e fuorilegge, King Kong e Matango, fuoco e lava, videocassette in ufficio e cianfrusaglie casalinghe. C’è, tra le prime immagini, il buco della serratura in cui la videocamera anni Novanta di Ghezzi scova il volto della figlia appena chiusasi in bagno per non farsi inquadrare. Un primo piano zoomato, piratato, nell’occhiello sfumato della serratura, che tornerà a chiudere il lunghissimo viaggio nell’immaginario del suo autore-ispiratore.

Tra i gesti ghezziani che mi sono rimasti più impressi c’è quello dell’accensione astratta di un fiammifero. Gli ultimi giorni dell’umanità funziona davvero come una catena di scintille, un innesco che oscilla tra il placido, l’ipnotico e il magmatico. Durante la prima ora, interi minuti sono sovraimpressi a un’eruzione dell’Etna, creando un senso di Big Bang che ricorda la full immersion nella detonazione dell’atomica, Part 8 di Twin Peaks – The Return. Di questa incandescenza si nutre tutto il film, sia che mostri il rogo delle pellicole egiziane a Torino nel 2002, una valanga degna di Fanck o Herzog o un satellite orbitante inseguito manualmente dentro e fuori dall’inquadratura per quasi dieci minuti. Un’altra lunga sequenza presa da un’agenzia spaziale: degli astronauti giocano con una bolla d’acqua in sospensione. Decenni fa, uno dei formati di Fuori orario s’intitolava Eveline e mostrava found footage di questo tipo, NASA senza commento, sport e conflitti, l’indifferenza della natura captata da un occhio giornalistico. Tutto questo, insieme a Paradžanov e Wakamatsu, Iosseliani e Peckinpah (il Billy the Kid di Dylan), home movies su home movies, improvvisazioni con Marco Melani, un corto comico-trucido dei Lumière, Carmelo Bene macchina attoriale, tutto questo s’inserisce nell’ordito degli Ultimi giorni.

Eppure, sebbene ci siano tutte le magnifiche ossessioni di enrico ghezzi, questo film non è né un testamento, né un best of, né tanto meno un montaggione autocelebrativo e autosufficiente. L’acquario di quello che manca non può avere una capienza finita. Il desiderio di vedere non può placarsi mai. Nel suo alternare “cinema di durata” e montaggio a scheggia, il film dichiara un metodo e ci chiede, tra le righe, di adottarlo e svilupparlo con nuove mutazioni. A volte, più che giustapporre, arriva a un plateau. La prima sequenza lunga è tratta da X (1963) di Corman, con Ray Milland, in assoluto l’attore più presente in queste tre ore e un quarto. Anche Jean-Marie Straub, insieme a Danièle Huillet, irrompe per quasi dieci minuti sparlando, all’apparenza, della letteratura. Altri dieci minuti di camera statica a Charlottesville, luogo del massacro neonazi del 2017. Altrove le immagini sono montate a ritroso, fermate, accelerate (celebri i film del cuore sparati da Fuori orario in moviola video), imperfette con tutte le sbavature e i glitch dei supporti antichi, magnetici, ormai modernariato – eppure caldi di un calore che il 4K non avrà mai.

Schegge sonore. Le parole “fuori orario” pronunciate per la prima a 28’15”, l’audio del finale di Dillinger è morto (1968) che zufola di punto in bianco su tutt’altre immagini, la voce di Lydia Simoneschi, doppiatrice di Ingrid Bergman, in Europa ’51 durante il test di Rorschach (“Non so, sono solo delle macchie”), David Lynch beccato a un bancone del bar, sigaretta in mano, che dice – forse – “Ciao amigo”. A un’ora, ventisette minuti e nove secondi. Qui il montaggio è di un jazz rapinoso, tra le piste sonore c’è il circuito di Monza, e allora Lynch potrebbe anche aver detto Now a Vigo, dando il via alla sigla con L’Atalante. Cose (mai) dette. E, scheggia video tra schegge di ogni tipo, c’è pure la sigla di Fuori orario col tuffo e Because the Night, ma solo per un millisecondo, quasi subliminale. Impossibile non vederla, impossibile non completarla nella propria testa fino alla fine, Jean Dasté uscito fradicio dal canale che si guarda intorno.

A due ore e venticinque minuti di film arriva la title card, che è poi quella della versione video della messinscena di Ronconi ispirata al dramma di Kraus, anno 1991. Seguono quasi venti minuti col monologo del “criticone” (der Nörgler) interpretato da Massimo De Francovich, quinto atto, scena cinquantaquattro. A intervallare il primissimo piano dell’attore intervengono lampi da Fuego en Castilla di José Van del Omar, le facce azzurre dei soldati post-apocalittici dei sogni di Kurosawa. Poi la marcia in bianco e nero, lercia e senza fine, del Kárhozat (1988) di Tarr Béla.

Fuori orario è (stata) la Fackel di enrico ghezzi. Gli ultimi giorni dell’umanità si alimenta di quello spirito per tentare un’ibridazione di archivi, azzardare una sintesi impossibile, ribadire un metodo – sempre Grifi, sempre Debord – e trasformarlo, somministrarcelo, vedere l’effetto che fa. “E che questo sia uno spettacolo” canta Battiato nell’inedito del 1996, dedicato a Fuori orario, che fa partire i titoli di coda. In cui si trova l’elenco di tutte (?) le opere citate, intessute, mutate nel quadro degli Ultimi giorni. Elenco dovuto, ma che non risolve al cento per cento la sublime incertezza di non sapere quel che si è visto o sentito. Un elenco che Fuori orario non ha mai offerto. Mi ci sono voluti letteralmente trent’anni per capire che un frammento utilizzato in un montaggio dedicato a Pasolini era tratto dai Cannibali di Manoel de Oliveira. Ogni tanto penso ancor ad altri frammenti misteriosi. È la bellezza di un flusso anaccademico che rinuncia a didascalie e piè di pagina, un taglia e cuci che fa molto più di citare. Ricrea, ribalta, lancia su un nastro di Moebius. Un vagare, un naufragare e un ardere. Andiamo in giro di notte e ci lasciamo consumare dal fuoco.

Aura Ghezzi negli Ultimi giorni dell’umanità (2022) di enrico ghezzi e alessandro gagliardo.