domani è mortedì

Della morte e del cielo (2020): Nicola Mari colorato da Giovanna Niro.

Il 7 aprile 2022 è uscito il sesto e ultimo volume dei Racconti di domani, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano per i colori di Sergio Algozzino. Domani andrà meglio. Pur con tutta la sordina che ha accompagnato la pubblicazione di questa serie-testamento sclaviana, cartonata e sovrapprezzata, si tratta di un evento. Ne approfitto per riflettere sugli ultimi vent’anni di Tiziano, contraddistinti da grandi frenate, stop and go, diamanti nascosti, mici di Schrödinger.

Nel 2001 esce Il “Progetto”, Dylan Dog numero 176, disegni del fido Casertano (l’artista più legato a Sclavi). Non è un addio annunciato, ma nel corso del tempo è come se lo diventasse. Dopo due decenni di lavoro indefesso e il boom di DYD registrato nella decade tra il 33 e il 43 (siamo ai tempi della caduta del Muro), la prima battuta d’arresto sclaviana si registra in uno dei suoi capolavori, Caccia alle streghe (n. 69, disegni di Dall’Agnol), nel cui finale ovviamente onirico – o pluridimensionale: ma ci torneremo – l’indagatore è trascinato via dai sacerdoti-zombi della censura alla stregua del suo maramaldo alter ego fumettistico Daryl Zed. La testata bonelliana era finita in Parlamento con assurde accuse di incitamento alla violenza nei giovani, e il Tiz l’aveva presa malissimo. Il tema era fuori dai coppi, come qualsiasi applicazione della teoria ipodermica della comunicazione di massa – “io ti inietto il messaggio e tu obbedisci” – e soprattutto non era certo DYD il problema, semmai la ridda di imitazioni grezze e gratuitamente sanguinose. In ogni caso, il Tiz la prese male e iniziò a tirare i remi in barca, non perdendo occasione per far fuori la sua creatura.

Sclavi lo minaccia nell’ultima tavola di Caccia alle streghe, confeziona dopo quasi un anno di silenzio un numero 100 (disegni di Stano) mitopoietico e assertivo nella sua volontà di concludere la serie anche se questa fosse proseguita – come ha fatto e continua a fare, malgrado tanti sfrangiamenti. Lo fa nel “Progetto”, impiantando in Dylan un microchip del controllo mentale che gli esplode in testa, allettandolo con prognosi riservata. Per tacer degli UFO, ossessione principe di Tiziano che da Alfa e Omega (n. 9, disegni di Roi) passando per la trilogia extraterreste (n. 61, 131, 136, disegni di Brindisi) fino ai giorni nostri innerva le sue opere più importanti, anche Il “Progetto”. Vedremo in quale chiave. Da quel momento, Sclavi tace per cinque anni e riaffiora con quattro albi usciti tra il 2006 e il 2007, in corrispondenza del ventennale di Dylan. Il primo, Ucronìa (n. 240, Saudelli ai disegni) mischia la storia alternativa col celebre esperimento mentale di Erwin Schrödinger, mentre l’ultimo, Ascensore per l’inferno (n. 250, illustrato da Brindisi), è la classica avventura celebrativa esterna alla continuity, con Dylan sbattuto a tavola 98 davanti all’assise degli Inferni, col demonio, la morte e il paffuto burocrate con due facce.

Sempre nel 2006 esce Il tornado di Valle Scuropasso (Mondadori), finora l’ultimo romanzo a firma Sclavi. L’ho riletto di recente tutto d’un fiato, rimanendone positivamente colpito. Il Tornado è un romanzo autobiografico sull’alcolismo camuffato da storia sbilenca di provincia e alienazione. Gli alieni, più che un atto di fede, sono generati dalla depressione e dall’alcol. Loro, e i tornadi. Così come in Dylan, fin dal numero 4 (Il fantasma di Anna Never, disegni di Roi), l’alcolismo crea pipistrelli e fantasmi. Un’intuizione devastante che tornerà, mai così esplicita, nel magnifico albo Dopo un lungo silenzio (n. 362, disegni di Casertano). Non solo. Con maggiore economia rispetto a Non è successo niente (1997), il bestseller sclaviano che nessuno ha letto, nel Tornado torna il paese nel pavese di Buffalora (in realtà Boffalora), anche se Dellamorte e Gnaghi latitano, e tra le righe si fanno strada tante piccole manie dell’autore. Il numero tre – da cui l’omonimo romanzo uscito per Camunia trent’anni fa – la scatoletta smangiucchiata da denti umani (un ricordo di un vecchio Nembo Kid che tornerà anche nel terzo volume dei Racconti di domani), la tavola iniziale di Memorie dall’invisibile con le indicazioni per il disegnatore (sempre Casertano), una nuova canzone (Sfera: bellissima) e a pagina 91, in barba ai lettori italiani, solo quattro parole: Non è successo niente.

Con Ascensore per l’inferno inizia un’attesa dolorosa di nove anni, spezzata dalla pubblicazione del numero 362. Inutile, e fuori luogo, speculare cosa (non) sia successo nel frattempo. Roberto Recchioni, dal 2013 alla guida della testata, ha più volte raccontato di aver ricevuto la sceneggiatura di Dopo un lungo silenzio corredata dal messaggio “Sei il mio curatore. Curami”. Per Recchioni, riportare in pista Sclavi è valso come una megatacca sulla pistola, ed è indubbiamente merito suo se questa terza ondata di pubblicazioni a firma Tiz, appena conclusasi con Domani andrà meglio, è stata accompagnata da disegnatori fuoriclasse e da almeno un’idea geniale di marketing (la copertina bianca del 362). Dopo un lungo silenzio mantiene quel che promette fin dal titolo e caccia il dito nella piaga per eccellenza di Dylan e del suo creatore, cioè la dipendenza dall’alcol. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto. Piango sempre. Più classico, “di mestiere”, il successivo Nel mistero (n. 375, disegni di Stano con colori di Giovanna Niro), che si conclude con un risucchio cosmico, l’istinto evidente di voler farla finita con tutto: “… e poi più niente”.

E poi, graphic novel. Nel 2019 il Tiz pubblica con Feltrinelli Le voci dell’acqua, per i disegni in bianco e nero del raffinatissimo Werther Dell’Edera. Il cognome dell’autore campeggia a caratteri mastodontici sulla copertina di questo volumetto senza numeri di pagina venduto come il suo primo romanzo a fumetti. Il che è vero, anche se Roy Mann (disegni di Micheluzzi) o alcune storie dei vecchi Dylandogoni meriterebbero il medesimo status. Qui Sclavi abbandona gli universi di Dylan e mette al centro – di un rizoma di tavole, in realtà – l’alter ego Stavros, a cui è stata diagnosticata la schizofrenia (o è un cancro al cervello?). Ambientato in una cittadina dell’Italia settentrionale, Le voci dell’acqua è un elegante centone di fisse sclaviane: ci sono gli UFO, c’è John Merrick, c’è una chiavetta USB contenente la verità sulla vita dopo la morte (il consueto mélange di tecnologia, meglio se rétro, rocket science e filosofia), c’è un uomo che vuole vendicarsi della madre ormai demente (una situazione che tornerà nei Racconti di domani, quinto volume, Variazione sulla macchina del tempo), c’è uno scambio tra innamorati che ricorda i dialoghi del Lungo addio (DYD 74, disegni di Ambrosini). C’è un capitoletto intitolato Un giorno qualunque della settimana: mortedì. Il segnale è deboluccio, ma il tocco di Tiz funziona ancora.

Risale al 2020 Zardo, strana graphic novel di appena 48 pagine ispirata al romanzo Nero. (Camunia, 1992), dal quale Giancarlo Soldi ha anche tratto un film. A latere vale la pena ricordare anche il suo documentario su Tiziano Nessuno siamo perfetti (2014) in cui appaiono paciose balenottere volanti simili al babau ripescato da Sclavi nel sesto volume dei Racconti. In Nessuno siamo perfetti, il Tiz afferma vigorosamente che non scriverà mai più. Per fortuna si è smentito subito dopo. Zardo, in realtà una vecchia sceneggiatura per Casertano recuperata in forma di fotocopie, è stata una piacevole sorpresa. Il file MacWrite, ci informa Tiziano nell’introduzione al volume, è andato perduto. Ai disegni c’è il recchioniano Emiliano Mammucari, ai colori Luca Saponti. La storia è esile, nerissima e macellaia, tutta italiana, con una sbandata ufologica che manca nel romanzo. Col senno di poi è notevole un breve elogio dello “scendere” che ritorna nel quinto volumi dei Racconti (l’episodio “Scendendo”).

Tra il 2019 e il 2022, Tiziano Sclavi ha fatto il suo grande ritorno in libreria con la serie cartonata I racconti di domani, pubblicati rispettivamente: uno nel 2019, due nel 2020 e nel 2021, uno quest’anno. Contando che si tratta di volumi di 64 pagine senza appendici, a colori, prezzo di copertina 19 euro, gli habitué della Bonelli da edicola ci sono rimasti un po’ male, visto che Dopo un lungo silenzio e Nel mistero (a colori), presi insieme, facevano 6,7 euro per quasi duecento tavole. Marketing a parte, è interessante la collocazione liminale della serie nel mondo dylandoghiano. “Dylan Dog presenta” è la cornice dei volumi, anche se sarebbe più corretto dire “Safarà presenta”. Sclavi utilizza infatti una delle sue creazioni più funzionali come sistema operativo dei sei volumi. L’emporio dell’impossibile e il suo proprietario Hamlin, faccia da Nosferatu e nome da fratelli Grimm, appare per la prima volta nel numero 59 (Gente che scompare, disegni di Coppola), tornando poi in Zed (n. 84, Brindisi), nel 182 (Safarà, Ruju-Freghieri), nel 197 (I quattro elementi, De Nardo-Celoni), nel 200 (Barbato-Brindisi), nel 210 (Il pifferaio magico, Barbato-Brindisi), nel 312 (Epidemia aliena, Gualdoni-Dell’Uomo). Hamlin apre il 401 (L’alba nera, Recchioni-Roi) vendendo il clarinetto alla versione reboot di Dylan, e questo spiega il suo ruolo nell’economia – tout court – della serie Bonelli, che per sopravvivere, sperimentare ma non cacciarsi in vicoli ciechi ha adottato scopertamente l’idea degli universi paralleli. Scoperchiata proprio dall’introduzione di Safarà. Più che la “nuova serie di Dylan Dog”, I racconti di domani sono la miniserie di Hamlin.

Non a caso, l’umbratile figuro appare spesso nei primi due volumi, apre il quarto e chiude il sesto. Il volume dei Tales of Tomorrow appartiene al suo inventario, e Dylan ne è attratto dimenticandosi ogni volta di essere già entrato nel negozietto. Idea semplice ma sempre efficace. Questa la premessa. Il nocciolo è a ben vedere un’antologia di spunti sclaviani, dai raccontini à la Borges (o à la Urania) a brevi apologhi politici, il tutto condito da immagini e concetti che i lettori di Tiziano hanno imparato a conoscere già cinquant’anni fa, in Film (edizioni Il Formichiere, 1974).

Il volume numero uno s’intitola Il libro impossibile e sfoggia disegni e colorazione di Gigi Cavenago, ormai ex (purtroppo) copertinista della serie regolare. Rimandato per anni e uscito senza grande clamore, questo incipit conferma le impressioni delle Voci dell’acqua. Segnale debole, mestiere solido. E qualche scivolone. Una sintesi ben rappresentata dal racconto più lungo di tutta la serie, Il punto di vista degli zombi, con un Dylan comprimario ma pistolettante, una bella riflessione sulla morte e un protagonista giovane ministro britannico – con le fattezze di Tom Hiddleston – che a suo tempo non poteva non valere come un ammiccamento critico a Matteo Renzi. Fuori tempo massimo, oltre che spuntato così come il raccontino lampo Fumo che critica le misure di contenimento del vizio. I racconti di domani era stato presentato come un ritorno sulle barricate dello Sclavi più impegnato. Peccato che questo sia anche l’aspetto meno interessante, per non dire più banale, della sua scrittura.

In Della morte e del cielo spiccano ancora una volta i disegni, ora di Mari e Niro. Non mancano le chicche, a partire dall’episodio di apertura Come venne l’amore per il professor Tristezza, l’ottimo Lo straniero (UFO a Buffalora!) e l’epilogo lampo con Dylan sotto la doccia che inquadra tutto il volume come un sogno del Nostro. Brevi cenni sull’Universo e tutto il resto (disegni di Giorgio Pontrelli, colori di Sergio Algozzino) è l’anello più debole della catenina. Nell’ultimo racconto, Tigì, la vera protagonista ritornante dei sei volumi, l’anchorwoman Eliza Kazan, ci informa della morte (provvisoria) di Dylan Dog. Che infatti si fa vedere all’inizio del quarto, salta il quinto e torna in chiusa al sesto. Varie ed eventuali (disegni di Sergio Gerasi, colori di Emiliano Tanzillo) è una piacevole sorpresa. Tutti gli episodi sono, oltre che graficamente mozzafiato, ben scritti: Il treno, L’elastico, Oltre l’orizzonte, Porsche 356, I testimoni di…, con una menzione speciale per La macchina del tempo. Qui Sclavi riesce a farsi rileggere volentieri per gustarsi i dettagli e i vari livelli narrativi – il motivo per cui Dylan Dog è diventato un classico del fumetto. Ammazzando il tempo, volume cinque (disegni di Davide Furnò, colorazione di Furnò e Giulia Brusco) segna un’altra battuta d’arresto, con elementi ripetivi quali il donnone del Cadavere ingombrante, già visto nel Mondo di fuori (secondo episodio del Libro impossibile) e topos sclaviano almeno dai tempi della Bellezza del demonio (DYD 6, disegni di Trigo).

Domani andrà meglio è animato dal pathos mesto del migliore Sclavi fumettistico. Ritornano le riflessioni sull’intelligenza artificiale e sulle invasioni aliene, ritorna il babau simbolo del destino indifferente (nell’episodio L’orchera, dotato persino di due splash page), si conclude la parabola di Eliza Kazan… e Groucho, grazie al cielo, non c’è. Nel tassello più riuscito, Maschere, Tiziano ricorre in parte all’intuizione che ha fatto della Casa degli uomini perduti (speciale DYD numero 5) un autentico capolavoro. I disegni di Stano sono al solito pittorici e mai uguali a sé stessi, rispettando la regola d’oro che contrappose L’alba dei morti viventi a Morgana. Il Tiz cita Einstein per riportare a galla un po’ di meccanica quantistica (lui, Albert, che la odiava), sostenendo che la “realtà è un’illusione persistente”. Un po’ come questi racconti scritti sull’acqua, a volte semplici buchi, altre volte sassolini saltellanti che creano onde e increspature. La conclusione è una mise en abyme sferzante come l’ultima inquadratura di Twin Peaks – The Return. Tiziano si chiude, ci chiude, nei vani di Safarà, e butta la chiave. Che giorno sarà domani?

Il tornado di Valle Scuropasso, p. 91.

occhiali a specchio

assedio dei Pine Lights in Pelts (2006)

Per parlar d’altro. Il 24 febbraio 2022 è uscito al cinema il primo film di Dario Argento in dieci anni, Occhiali neri. Facile immaginarsi quante persone non incollate alla propria bolla di notizie abbiano deciso di andarlo a vedere. Io ho avuto il privilegio di farlo qualche giorno prima, alla Berlinale. Ma questa non è non una recensione. È un’orecchia su Dario Argento come sfornatore di fette di torta.

“Some films are slices of life, mine are slices of cake”, diceva Hitchcock, al quale Argento è stato subito accostato dopo il successone dell’Uccello dalle piume di cristallo (1970), uno di quei rari film capaci di creare un genere, un sottogenere, un marchio di fabbrica – e fan a josa. L’aforisma è adattabile anche al regista e sceneggiatore romano, bravissimo a fendere e affettare corpi umani anche se non sempre specchiato nella sua visione d’insieme. Alcuni suoi film regalano una raffica di fette di torta, altri meno, e ci sono fette destinate a scomparire sotto il peso di personaggi indigeribili, dialoghi abborracciati, buchi nella trama, sbavature da capelli dritti in tempi di politicamene corretto (e non è un caso che lui e Polański siano così, nel senso degli indici). Prima di vedere Occhiali neri mi son fatto un ripassone dell’Argento più opaco, scoprendo fette clamorose. Ecco un percorso zigzagante degno d’un pasticciere trotkzista.

Dario Argento ha sempre giocato col personaggio “Dario Argento”. Risale al 1973 una modesta batteria di quattro episodi per la televisione, La porta sul buio, realizzata insieme a Luigi Cozzi, Mario Foglietti e Roberto Pariante. Argento ne sforna un paio, ma soprattutto non manca di introdurre l’episodio di turno con qualche innocua battuta che morpha Hitch nello Zio Tibia. Testimone oculare non regge più dopo cinquant’anni, ma nel prefinale con home invasion si vede lo zampino argentiano. Discorso diverso per Il tram, secondo dei quattro, che Argento ha diretto sotto lo pseudonimo di Sirio Bernadotte. Per quaranta dei suoi cinquanta minuti è quasi una commedia romanesca retta sulle spalle e i tic dell’ottimo Enzo Cerusico, poi piomba in dieci minuti di Argento purissimo nella stazione dei tram, con sottofondo jazz. L’inghippo che risolve la trama, e che va scoperto anche nel 2022, rientra in pieno nella tradizione “percettviva” dei film di Argento in cui c’è un dettaglio che non torna, da esperire di nuovo per chiudere il cerchio. Non sorprende che di lì a due anni, dopo essersi pure smazzato un film storico con Celentano, Argento abbia fatto Profondo rosso. Gli anni Ottanta vedranno il picco dei fasti argentiani e persino una sua comparsata fissa televisiva, nella trasmissione Giallo, in cui infarcisce le sue ciarle ipnotiche e un po’ burine con brevi video che mettono in scena i suoi incubi (in uno compare pure il Dylan Dog numero 3). Una bella coda di questa tradizione presenzialista è proprio rappresentata dalle proiezioni di Occhiali neri alla Berlinale 72, introdotte dal faccione di Argento che si fa un clippino casalingo à la Lynch.

Restando in ambito televisivo, Ti piace Hitchcock? (2005) è una delle sceneggiature più tonde scritte da Argento insieme a Franco Ferrini. C’è tutto: la fiaba minacciosa nell’intro con le presunte streghe nella cascina, il colpo di scena vero, l’omaggio tecnico e contenutistico a Hitch (Rear Window, Strangers on a Train, North by Northwest) e soprattutto la celebrazione del voyeurismo inteso come pratica di stupore e grimaldello di scoperta. Il finale, che monta tutte le scene in cui il protagonista Elio Germano “è rimasto a guardare”, sta lassù insieme al famoso assemblaggio di scene tagliate in Nuovo cinema Paradiso. Non solo. Come spesso accade in Argento, ci sono i primissimi piani di strani marchingegni, come se la camera s’infilasse tra gli ingranaggi. Qui abbiamo un vecchio ascensore di legno e la serratura di una porta. In Nonhosonno (2001) c’è una segreteria telefonica. Ciliegine sulle fette di torta.

Sempre piccolo schermo, ma all’americana, la straordinaria partecipazione di Argento alle due stagioni di Masters of Horror (2005, 2006) architettate da Mick Garris. Dopo una vita passata a ingaggiare protagonisti anglofoni per vendere meglio i film all’estero, e dopo un paio di discrete esperienze americane (Il gatto nero, Trauma), con Jenifer e Pelts Argento riesce a inserirsi a meraviglia in un meccanismo professionalissimo (effetti speciali di Greg Nicotero) capace di azzerare la sua inevitabile tendenza all’amatriciana. Soprattutto con l’adattamento di Pelts, favola antipellicce da far accapponare la pelle, Argento molla una martellata e colpisce il gong sulla pertica. È forse la prima volta, con tutto il rispetto, che riesce a spaventare anche in ambito paranormale. Si sa che Argento ha fondamentalmente due vene: il “giallo”, cioè un thriller truculento con trama whodunit spesso intorcinatissima, e l’horror in stile Suspiria, che come si vede in Inferno (1980) preferisce divagare, cercare l’effetto, magari spiazzare e schifare, ma di rado fa davvero paura. I due film appena citati sono poi responsabili di una buona percentuale dell’immaginario sclaviano applicato a Dylan Dog, perché Argento al massimo della forma diventa i fratelli Grimm in un corpo solo.

Io i suoi film ho iniziato a vederli in maniera strutturata nei primi anni Novanta, ai tempi dei videoregistratori, quando Quattro mosche di velluto grigio era irreperibile (girava solo una registrazione antidiluviana su ReteQuattro) e Tenebre, per via del braccio mozzato di Veronica Lario, scomparve di colpo all’insorgere del berlusconismo. L’ultimo film suo visto al cinema prima di Occhiali neri era Trauma (1993), che con le sue teste staccate e mormoranti è l’anello di congiunzione tra l’Argento pigliatutto e la crisi carsica che lo accompagna da trent’anni.

Sta di fatto che i dolori iniziano con La sindrome di Stendhal (1996), film mezzo fiorentino e mezzo romano dalla trama spaccata in due – del resto vuol rifare Vertigo – con un passaggio di testimone (o coltellaccio) che ricorda Tenebre. Fetta tra le fette, come sempre quando c’è, Asia Argento qui nei panni di una commissaria imberbe alle prese in tutti i sensi con un maniaco interpretato da Thomas Kretschmann, già vampiresco. Gli effetti speciali non truculenti sono così brutti da diventare belli, e anche se la trama non sta in piedi c’è almeno una bella scelta delle location più squallide (una costante).

Il fantasma dell’opera (1998) è inguardabile fuori dal contesto degli anni Novanta e dell’idea di un’ennesima versione di un classico paradossalmente reazionaria rispetto a quella di De Palma. Argento scrive la sceneggiatura insieme e Gérard Brach, braccio destro di Polański, un tandem che sfocia in una marea di topi – anche nella patta di Julian Sands – con tanto di comprimari comici dediti alla caccia al sorcio a bordo di un veicolo steampunk. La fissa di Argento per l’opera, confermata dall’omonimo film (un’opera heavy mental, altro che rock) e da una scenetta di Giallo, qui tocca il fondo.

Nonhosonno (2001) è il secondo dei film torinesi di Argento, insieme a Ti piace Hitchcock?, Giallo e ovviamente Profondo rosso. Pensato a tavolino come un ritorno alla grandissima, con Lucarelli a dare la malta sullo script insieme a Ferrini, il film può vantare un Max von Sydow ben servito dai dialoghi, una filastrocca trucida scritta da Asia e una scena di ammazzamento col corno inglese che una volta vista non ti si scrosta più dal cervello. In compenso la sceneggiatura contiene assurdità palesi, a partire dalla famosa sequenza iniziale sul treno, e la suspense sta a zero perché si capisce quasi subito chi è l’ammazzasette. Il cartaio (2004) conferma il periodo di stanca con una tramina romana che voleva strizzare l’occhio a internet, oggi miseramente incartapecorita (senza manco essere archeologica). La colonna sonora unza-unza getta le basi per quella di Occhiali neri.

La terza madre (2007) nasce con l’intento-cofanetto di chiudere la trilogia di Suspiria e Inferno (e non Tenebre, come spesso si pensa confondendosi con la Mater Tenebrarum), e infatti lo fa. I riferimenti filologici al film del 1980 sono impeccabili, molto meno l’ambientazione romana col caos infernale simulato sullo sfondo (passanti che s’ingiuriano: embe’?). Nel complesso, un groviera. Peccato, perché oltre ad Asia c’è anche Daria Nicolodi nei panni di uno spettro e la sequenza iniziale coi demoni ha un che di laido e viscerale. Da brividi una scena lampo, sempre per strada, con una madre assassina senza appellativo latino. L’esplorazione della villa nel prefinale fa sbadigliare invece di terrorizzare come ai tempi di Profondo rosso.

Giallo (2009), da molti considerato il nadir argentiano, è un film di rara stranezza, molto americano, in cui al contrario di Pelts si nota un Argento col freno a mano e la pistola alla tempia. Innanzitutto, forse per la prima volta da quando è sulla piazza, Dario si ritrova davanti all’obiettivo due attori seri, pure polańskiani, cioè Adrien Brody ed Emmanuelle Seigner. La trama, incentrata sul body shaming, è indifendibile, e lo stesso vale per l’assurda scelta buñueliana di far interpretare due ruoli diversi, e antagonisti, a Brody. Che conciato da malfattore “giallo” (causa epatite C dalla nascita) sembra Carlo Delle Piane. Guadagnino deve aver preso appunti per l’utilizzo di Tilda Swinton nel suo rifacimento pretenzioso e gnè gnè. Un altro aspetto contenutistico che rende Giallo un brutto pastrocchio è la stigmatizzazione della malattia, con Brody-ispettore che scopre i farmaci di Brody-cattivone e li butta via. Si salvano una location (usata male: un gasometro) e il flashback col bimbo che ammazza il macellaio davanti al carabiniere.

Anche il goliardico Dracula 3D (2012) ha pochi estimatori. Un po’ come Twixt (2011) di Coppola, visto oggi sembra roba degli anni Cinquanta, quando William Castle vendeva biglietti promettendo sorprese extra-schermo. E infatti, per quanto possa essere immersivo in 3D, chi lo può più guardare in 3D? Se fosse andato bene avrebbe accelerato la realizzazione di The Sandman con Iggy Pop (dopo il Meat Loaf di Pelts), e invece è andato malissimo, la questua tra fan per fare The Sandman è andata benino ma nessuno sa più che fine hanno fatto quei soldi, e insomma gli anni Dieci hanno rischiato di inumare il Grimm italiano che con questo diorama transilvano fa più ridere che altro. Certo, il massacro nell’osteria meriterebbe di essere trasmesso in mondovisione. Qui gli effettacci hanno la meglio rispetto al digitale de noantri, e poi ci sono mosche a non finire come in Phenomena e una pallottola al rallentatore che ricorda La sindrome di Stendhal (quel che di buono c’è in-) e soprattutto il gran finale delle Quattro mosche. La mantide gigante che compare per venti secondi è teogonia senza macchia.

Occhiali neri è una sceneggiatura vecchia di vent’anni ripescata da Asia e aggiornata alla meno peggio. Il furgone bianco riporta alla mente l’anonimato del taxi di Giallo, ma la cosa che sorprende di più è la romanità di questa tramina. Niente attori esteri, persino il titolo internazionale ondeggia indeciso tra Dark Glasses e Black Glasses. Pare di essere tornati alla Porta sul buio. Saltando a piè pari i buchi di sceneggiatura e le location – purtroppo – belle ma usate male, vedi la sede dell’ente dighe, la fetta di torta di questo Argento anni Venti è la seconda parte, quando noi spettatori ci ritroviamo di notte in un boschetto, c’è dell’acqua, ci sono delle canne – e dei serpenti d’acqua! – e tornando sull’asfalto ci s’imbatte nell’auto di un cacciatore. Occhiali neri è bello perché è un giallo finto, pure svogliato: in realtà è una favola triste. Speriamo non l’ultima. Ti piace Argento?

زار

[Mahmoud Mokhtar, Serendipità, bronzo, 1926]

Il titolo si legge zar, con la zeta dolce, ed è musica da esorcismi. Ecco una delle belle cose che ho scoperto stando al Cairo dai parenti per un paio di settimane a cavallo di Capodanno. Io e il mio djnn l’abbiamo ascoltata in estasi.

Quest’anno al Cairo ho scoperto le passeggiate come antidoto al traffico infernale o al ricorso decadente agli Uber, che hanno costi irrisori ma sempre nel traffico ti schiaffano, con tutto quel codice morse di clacson e strepiti, le corsie in moltiplicazione libera come gremlins, le carrozzerie tanto graffiate da sembrar zigrinate, i bus aperti col tipo in pedana che grida la destinazione. Ogni tanto si vede una bici, sgangherata ma furba, zigzagare in questa bolgia ballardiana. L’idea tutta tedesca delle biciclette high-tech, o quella tutta hipster dei monopattini, sono fortunatamente inapplicabili. Per due settimane ho dimenticato l’esistenza stessa di quegli assurdi veicoli urbani che giacciono riversi, nottetempo, nelle nostre città esangui. Il traffico, al Cairo, non si ferma mai e non guarda in faccia a nessuno, ma se riesci ad attraversare la strada è fatta. Dopo è bello costeggiarlo quasi fosse uno Stige, tu al sicuro sul marciapiede sbriciolato costellato di negozi, la fiumana di persone, le galabeya guizzanti.

Camminando camminando siamo andati a visitare il museo dello scultore Mahmoud Mokhtar, considerato il più importante dell’Egitto moderno. Situato nelle propaggini dell’isola (di cemento) di Zamalek, quindi centralissimo, quando ci siamo andati eravamolo solo noi. Fuori, il consueto giardinone accogliente, con statue sparpagliate e qualche gatto (sì, i gatti egiziani hanno un taglio degli occhi faraonico). Solita trafila all’entrata, valida in tutti luoghi di cultura, per distinguere – più a occhio che a orecchio – i locali dagli stranieri e spremere un po’ di più questi ultimi. Va bene. Malgrado le dimensioni modeste dell’edificio, la collezione impressiona. A cominciare dalle rappresentazioni femminili, quasi astratte in forma di divinità, più terragne e sanguigne nell’affrontare quello che era il tema principe di Mokhtar, cioè la rivalsa dell’Egitto contadino. Le sue figurine paesane spaccano.

A metà strada tra le due tendenze c’è una fissa palese dell’artista, quella per la dea della “piacevole scoperta casuale”, realizzata più volte sotto forma di una giovanetta nuda e sorridente che mostra i palmi delle mani. In uno ha una catenina con scarabeo, nell’altra l’Ankh. Il percorso museale si conclude, abbastanza alla svelta, con dei bassorilievi che spiegano come mai la fama di Mokhtar si sia subito cementata. In tutti compare Saad Saghloul (col gh che è un’erre tedesca), leader della rivoluzione del 1919 che portò all’autonomia dell’Egitto dall’occupazione britannica. È una delle figure più riconoscibili in giro per la metropoli, in quanto spezza l’immaginario faraonico con un pizzico di storia moderna. Dovrei aggiungere che a ogni anno che passa un’altra icona si sta imponendo per le strade, su cartelloni a non finire che a un italiano non possono che ricordare il 1994, ma non lo farò. Dirò solo che Mokhtar è l’artista che ha accompagnato il primo scatto di reni dell’Egitto novecentesco, prima dell’avvento del presidenzialismo di Nasser, immortalando in una statuta monumentale la sfinge (donna) accanto all’Egitto (donna) in veste di contadina fiera, pre-socialismo reale.

Nel quartiere di Downtown, quasi Garden City, si trova il mausoleo cubico che Mokhtar ha progettato per la salma di Saghloul. Dirimpetto, quello che potrebbe benissimo essere un circolo Arci. Si chiama Makan, si entra scendendo tre gradini e ci si ritrova in un ambiente intimo, quasi una cantina con soppalco, i bicchierini di tè che viaggiano su un vassoietto. Il Makan è un centro culturale che una volta a settimana, di mercoledì, propone musica zar. Ci siamo andati.

Lo spettacolo consiste in una sana ipnosi di un’ora e mezza. Gli ipnotisti, capeggiati dalla sublime Madeha, portano avanti questo genere musicale da decenni, con un ensemble principalmente femminile a cui si aggiungono percussionisti o, nel nostro caso, un giovane flautista equiparabile al membro della band reclutato per il tour. I brani durano in media dieci minuti, e ad accomunarli è un canto salmodiante – che a me, infedele e ignorante come un ciocco, ha ricordato le litanie spezzate delle preghiere udite di passaggio nelle moschee aperte, but what do I know – gettato come un manto su una marea montante di battiti d’ogni tipo, tamburelli, piattini e piattini, che alla fine tirano la volata. Questo parossismo servirebbe a liberare dal djinn la persona posseduta. Il bello è che la musica non ha una funzione punitiva, ma dionisiaca: lo spiritello e la Linda Blair di turno se la spassano alla grande, anzi l’alternanza dei brani serve prima di tutto a individuare la provenienza del djinn, per poi scacciarlo amabilmente a suon di ticchettii e semsemeya (una sorta di arpetta faraonica). All’inizio di questo video c’è l’arpa in bella vista, con due signori che ancheggiano suonando un altro strumento arcaico da non crederci: una cintura a cui è attaccata una cotta di unghie d’agnello. Da lontano sembrano cozze. Il suono sonagliesco contribuisce all’ipnosi. Ovvio, lo spettacolo del Makan non è zar vero, nemmeno i testi delle canzoni, mi dicono, parlano di djinn. A essere autentica è la cultura contadina, se non matriarcale almeno ginocentrica nella gestione del rito, da cui proviene questo genere musicale spesso maltrattato nel ricchissimo cinema popolare egiziano. Prima di deciderci ad andare ci avevano messo in guardia da megere nere e urlanti. E invece ci siamo imbattuti in una diva settantenne che a fine spettacolo aveva la fila dei selfie. L’unico turista ero io.

Aria diversa al novissimo Museo della civiltà egiziana, inaugurato nel 2021 non lontano dal quartiere di Cairo vecchio con una cerimonia che merita quindici minuti di visione. E volendo c’è anche il live stream completo di minuti centotrentatré. Il governo attuale sta mettendo in campo grandi opere: una nuova capitale accanto al Cairo, quartieri residenziali strappati al deserto (con centri commerciali ciclopici finanziati dall’Arabia) e un museo egizio uno e trino. Fino a due anni fa, il museo egizio per antonomasia era uno e si trovava – dove si trova ancora – a piazza Tahrir. Ci sono stato è quello che ci si potrebbe aspettare, ma si capisce subito che l’allestimento copre solo una minima parte dei pezzi a disposizione. Motivo per cui da anni a Giza c’è un cantiere a latere delle piramidi grande quanto le piramidi, che dovrà ospitare il GEM (Grand Egyptian Museum), nuova casa di Tutankhamon. Il museo stesso è a forma di piramide. Dall’altra parte della città, dopo chilometri di discariche ed edilizia popolare venendo dal centro, c’è lo scatolone del nuovo Museo della civiltà egiziana, circondato da palme, un laghetto artificiale e ruderi romani che nessuno si fila di striscio. Il vecchio museo, per la cronaca, si trovava davanti a quello di Mokhtar, ora vuoto e cadente con la sua scritta in francese.

Il pezzo forte sono le ventidue mummie di faraoni conservate sottoterra. Dinanzi alle quali qualsiasi ironia sbiadisce. Ci si trova davanti al corpo rinsecchito, nerissimo ma riconoscibile in ogni suo arto – mani, piedi, capelli, denti – di Ramsete II e compagnia. Sfido qualunque altra nazione a mostrare i resti ben conservati dei suoi capi di Stato di millenni fa. Al Cairo ce ne sono a bizzeffe, coi loro crani a volte spaccati da un’arma, l’interno riempito da un tessuto che sembra quello delle tendine ricce da cucina. Al Cairo ti fai una passeggiata religiosa tra i faraoni, e li vedi pure. Perché son lì in carne e ossa, senza trucco né inganno, dietro le loro teche trasparenti climatizzate. Si leggono anche le loro storie, come quella di Thutmose IV che usurpò il potere e per motivare la propria predestinazione liberò la Sfinge di Giza dalla sabbia e le piazzò tra gli zamponi una stele in cui si racconta il sogno del futuro sovrano. Al piano terra, nello scatolone dell’edificio principale, c’è una permanente coraggiosa che parte dalla preistoria e arriva all’epoca islamica. Coraggiosa perché, di fatto, con la sua scansione cronologica e spaziale equipara il mito faraonico alla religione maggioritaria da alcuni secoli. Due ambiti figurativamente diversissimi. L’Islam è pace e geometria, scrittura pura e fittissime strutture reticolari, mentre l’antico Egitto è un immaginario puntuto, essenziale nelle forme, che inventa lo scritto disegnando. In mezzo c’è un piccolo intervallo greco-romano, ininfluente.

Aggirandosi nell’enorme sala, a un certo punto ci s’imbatte in un’entrata surreale, sbarrata, che si spiega solo avendo visto la supercerimonia di spostamento dei faraoni. Un trasloco come metafora del potere. Da una visione anche distratta dell’evento multimediale che ha accompagnato i vecchi re nel loro nuovo mausoleo sotterraneo, ognuno col suo veicolo militare personalizzato come un balocco Mattel, si capisce che queste grandi manovre non sono fatte solo in un’ottica turistica. L’entrata sbarrata, ancora col logo dell’evento di aprile, dà su un corridoio usato almeno pubblicamente una volta sola, da una persona sola, che conduce all’entrata principale. Il padrone di casa accoglie i parenti. Basta guardare il video e il mistero si svela di pacca, serendipity da brividi, altro che Ankh.