زار

[Mahmoud Mokhtar, Serendipità, bronzo, 1926]

Il titolo si legge zar, con la zeta dolce, ed è musica da esorcismi. Ecco una delle belle cose che ho scoperto stando al Cairo dai parenti per un paio di settimane a cavallo di Capodanno. Io e il mio djnn l’abbiamo ascoltata in estasi.

Quest’anno al Cairo ho scoperto le passeggiate come antidoto al traffico infernale o al ricorso decadente agli Uber, che hanno costi irrisori ma sempre nel traffico ti schiaffano, con tutto quel codice morse di clacson e strepiti, le corsie in moltiplicazione libera come gremlins, le carrozzerie tanto graffiate da sembrar zigrinate, i bus aperti col tipo in pedana che grida la destinazione. Ogni tanto si vede una bici, sgangherata ma furba, zigzagare in questa bolgia ballardiana. L’idea tutta tedesca delle biciclette high-tech, o quella tutta hipster dei monopattini, sono fortunatamente inapplicabili. Per due settimane ho dimenticato l’esistenza stessa di quegli assurdi veicoli urbani che giacciono riversi, nottetempo, nelle nostre città esangui. Il traffico, al Cairo, non si ferma mai e non guarda in faccia a nessuno, ma se riesci ad attraversare la strada è fatta. Dopo è bello costeggiarlo quasi fosse uno Stige, tu al sicuro sul marciapiede sbriciolato costellato di negozi, la fiumana di persone, le galabeya guizzanti.

Camminando camminando siamo andati a visitare il museo dello scultore Mahmoud Mokhtar, considerato il più importante dell’Egitto moderno. Situato nelle propaggini dell’isola (di cemento) di Zamalek, quindi centralissimo, quando ci siamo andati eravamolo solo noi. Fuori, il consueto giardinone accogliente, con statue sparpagliate e qualche gatto (sì, i gatti egiziani hanno un taglio degli occhi faraonico). Solita trafila all’entrata, valida in tutti luoghi di cultura, per distinguere – più a occhio che a orecchio – i locali dagli stranieri e spremere un po’ di più questi ultimi. Va bene. Malgrado le dimensioni modeste dell’edificio, la collezione impressiona. A cominciare dalle rappresentazioni femminili, quasi astratte in forma di divinità, più terragne e sanguigne nell’affrontare quello che era il tema principe di Mokhtar, cioè la rivalsa dell’Egitto contadino. Le sue figurine paesane spaccano.

A metà strada tra le due tendenze c’è una fissa palese dell’artista, quella per la dea della “piacevole scoperta casuale”, realizzata più volte sotto forma di una giovanetta nuda e sorridente che mostra i palmi delle mani. In uno ha una catenina con scarabeo, nell’altra l’Ankh. Il percorso museale si conclude, abbastanza alla svelta, con dei bassorilievi che spiegano come mai la fama di Mokhtar si sia subito cementata. In tutti compare Saad Saghloul (col gh che è un’erre tedesca), leader della rivoluzione del 1919 che portò all’autonomia dell’Egitto dall’occupazione britannica. È una delle figure più riconoscibili in giro per la metropoli, in quanto spezza l’immaginario faraonico con un pizzico di storia moderna. Dovrei aggiungere che a ogni anno che passa un’altra icona si sta imponendo per le strade, su cartelloni a non finire che a un italiano non possono che ricordare il 1994, ma non lo farò. Dirò solo che Mokhtar è l’artista che ha accompagnato il primo scatto di reni dell’Egitto novecentesco, prima dell’avvento del presidenzialismo di Nasser, immortalando in una statuta monumentale la sfinge (donna) accanto all’Egitto (donna) in veste di contadina fiera, pre-socialismo reale.

Nel quartiere di Downtown, quasi Garden City, si trova il mausoleo cubico che Mokhtar ha progettato per la salma di Saghloul. Dirimpetto, quello che potrebbe benissimo essere un circolo Arci. Si chiama Makan, si entra scendendo tre gradini e ci si ritrova in un ambiente intimo, quasi una cantina con soppalco, i bicchierini di tè che viaggiano su un vassoietto. Il Makan è un centro culturale che una volta a settimana, di mercoledì, propone musica zar. Ci siamo andati.

Lo spettacolo consiste in una sana ipnosi di un’ora e mezza. Gli ipnotisti, capeggiati dalla sublime Madeha, portano avanti questo genere musicale da decenni, con un ensemble principalmente femminile a cui si aggiungono percussionisti o, nel nostro caso, un giovane flautista equiparabile al membro della band reclutato per il tour. I brani durano in media dieci minuti, e ad accomunarli è un canto salmodiante – che a me, infedele e ignorante come un ciocco, ha ricordato le litanie spezzate delle preghiere udite di passaggio nelle moschee aperte, but what do I know – gettato come un manto su una marea montante di battiti d’ogni tipo, tamburelli, piattini e piattini, che alla fine tirano la volata. Questo parossismo servirebbe a liberare dal djinn la persona posseduta. Il bello è che la musica non ha una funzione punitiva, ma dionisiaca: lo spiritello e la Linda Blair di turno se la spassano alla grande, anzi l’alternanza dei brani serve prima di tutto a individuare la provenienza del djinn, per poi scacciarlo amabilmente a suon di ticchettii e semsemeya (una sorta di arpetta faraonica). All’inizio di questo video c’è l’arpa in bella vista, con due signori che ancheggiano suonando un altro strumento arcaico da non crederci: una cintura a cui è attaccata una cotta di unghie d’agnello. Da lontano sembrano cozze. Il suono sonagliesco contribuisce all’ipnosi. Ovvio, lo spettacolo del Makan non è zar vero, nemmeno i testi delle canzoni, mi dicono, parlano di djinn. A essere autentica è la cultura contadina, se non matriarcale almeno ginocentrica nella gestione del rito, da cui proviene questo genere musicale spesso maltrattato nel ricchissimo cinema popolare egiziano. Prima di deciderci ad andare ci avevano messo in guardia da megere nere e urlanti. E invece ci siamo imbattuti in una diva settantenne che a fine spettacolo aveva la fila dei selfie. L’unico turista ero io.

Aria diversa al novissimo Museo della civiltà egiziana, inaugurato nel 2021 non lontano dal quartiere di Cairo vecchio con una cerimonia che merita quindici minuti di visione. E volendo c’è anche il live stream completo di minuti centotrentatré. Il governo attuale sta mettendo in campo grandi opere: una nuova capitale accanto al Cairo, quartieri residenziali strappati al deserto (con centri commerciali ciclopici finanziati dall’Arabia) e un museo egizio uno e trino. Fino a due anni fa, il museo egizio per antonomasia era uno e si trovava – dove si trova ancora – a piazza Tahrir. Ci sono stato è quello che ci si potrebbe aspettare, ma si capisce subito che l’allestimento copre solo una minima parte dei pezzi a disposizione. Motivo per cui da anni a Giza c’è un cantiere a latere delle piramidi grande quanto le piramidi, che dovrà ospitare il GEM (Grand Egyptian Museum), nuova casa di Tutankhamon. Il museo stesso è a forma di piramide. Dall’altra parte della città, dopo chilometri di discariche ed edilizia popolare venendo dal centro, c’è lo scatolone del nuovo Museo della civiltà egiziana, circondato da palme, un laghetto artificiale e ruderi romani che nessuno si fila di striscio. Il vecchio museo, per la cronaca, si trovava davanti a quello di Mokhtar, ora vuoto e cadente con la sua scritta in francese.

Il pezzo forte sono le ventidue mummie di faraoni conservate sottoterra. Dinanzi alle quali qualsiasi ironia sbiadisce. Ci si trova davanti al corpo rinsecchito, nerissimo ma riconoscibile in ogni suo arto – mani, piedi, capelli, denti – di Ramsete II e compagnia. Sfido qualunque altra nazione a mostrare i resti ben conservati dei suoi capi di Stato di millenni fa. Al Cairo ce ne sono a bizzeffe, coi loro crani a volte spaccati da un’arma, l’interno riempito da un tessuto che sembra quello delle tendine ricce da cucina. Al Cairo ti fai una passeggiata religiosa tra i faraoni, e li vedi pure. Perché son lì in carne e ossa, senza trucco né inganno, dietro le loro teche trasparenti climatizzate. Si leggono anche le loro storie, come quella di Thutmose IV che usurpò il potere e per motivare la propria predestinazione liberò la Sfinge di Giza dalla sabbia e le piazzò tra gli zamponi una stele in cui si racconta il sogno del futuro sovrano. Al piano terra, nello scatolone dell’edificio principale, c’è una permanente coraggiosa che parte dalla preistoria e arriva all’epoca islamica. Coraggiosa perché, di fatto, con la sua scansione cronologica e spaziale equipara il mito faraonico alla religione maggioritaria da alcuni secoli. Due ambiti figurativamente diversissimi. L’Islam è pace e geometria, scrittura pura e fittissime strutture reticolari, mentre l’antico Egitto è un immaginario puntuto, essenziale nelle forme, che inventa lo scritto disegnando. In mezzo c’è un piccolo intervallo greco-romano, ininfluente.

Aggirandosi nell’enorme sala, a un certo punto ci s’imbatte in un’entrata surreale, sbarrata, che si spiega solo avendo visto la supercerimonia di spostamento dei faraoni. Un trasloco come metafora del potere. Da una visione anche distratta dell’evento multimediale che ha accompagnato i vecchi re nel loro nuovo mausoleo sotterraneo, ognuno col suo veicolo militare personalizzato come un balocco Mattel, si capisce che queste grandi manovre non sono fatte solo in un’ottica turistica. L’entrata sbarrata, ancora col logo dell’evento di aprile, dà su un corridoio usato almeno pubblicamente una volta sola, da una persona sola, che conduce all’entrata principale. Il padrone di casa accoglie i parenti. Basta guardare il video e il mistero si svela di pacca, serendipity da brividi, altro che Ankh.

buona fortuna.

[vignetta di Sergio Ponchione dal n. 6, A passeggio per Roma, 2017]

Rututùnf. Come un capitombolo tra i cespugli nella notte romana, il Mercurio Loi di Alessandro Bilotta è arrivato in edicola generando un soffice spaesamento. Non è durato molto. Devo ammettere che all’epoca, tra il 2017 e il 2019, ero troppo preso dal rilancio di Dylan Dog per farci davvero caso. Ne lessi qualche albo a casaccio, per poi recuperarli tutti dopo la chiusura della testata. Il pilot, ormai irreperebile salvo ricorrere all’edizione di pregio, l’ho letto un pomeriggio tardi alla Sala Borsa Ragazzi. Ora che ho una visione d’insieme scrivo queste righe, dolorosamente convinto che un sogno così non ritorni mai più.

Il 28 de Le Storie, uscito nel gennaio del 2015, è l’unico numero della collana ad aver esaurito la tiratura. Ideata da Mauro Marcheselli come un contenitore di graphic novel autonome e potenziali “numeri zero”, Le Storie ha realizzato la propria missione grazie al successo immediato del personaggio di Mercurio Loi, per il quale si pensò a una collana apposita – o, secondo i criteri televisivi ormai dominanti, una miniserie rinnovabile. Tra la Bonelli di quegli anni e quella attuale, schiacciata sul western e di fatto ferma agli anni Ottanta, c’è un discreto abisso sicuramente motivato dalle vendite. Le Storie escono ancora, ma ripropongono albi d’antan. Dylan Dog doveva mettere le ali col reboot recchioniano e si ritrova sdoppiato e smarrito, con un cinquanta percento delle uscite dato dall’OldBoy, la versione sclaviana classica e immutabile. Pure un grandissimo come Carlo Ambrosini s’è messo a lavorare su quello che anni fa era il Maxi, vagamente punitivo, il ghetto estivo di Montanari & Grassani. Malgrado un apprezzabile ricambio generazionale e il costante lavoro di scouting, il “nuovo” Dylan Dog con le carte rimescolate fatica ad attecchire. L’hanno ammazzato strategie di marketing vuote di contenuto e l’eventite che c’infetta tutti, questa tendenza decerebrata al colpo di scena a tutti i costi. La realtà è che la rivoluzione dylandoghiana è stata un carota penzoloni per troppo tempo, compiuta a metà (disegni, copertine, ristrutturazione delle collane: chapeau) e deludente nella sua restaurazione di fatto, a partire dal 407. Si salva, guarda caso, la saga ormai ultradecennale del Pianeta dei morti, ogni anno sullo speciale, firmata Bilotta. Ed è l’idea di fumetto popolare di Bilotta, per quanto sicuramente incapace d’incassi importanti, a fare di Mercurio Loi un esempio brillante, e brillantemente concluso.

La serie regolare è uscita tra la primavera 2017 e la primavera 2019. Copertine di Manuele Fior, colori – chiccheria ancora rara in casa Bonelli – a cura di Francesca Piscitelli, Nicola Righi, Erika Bendazzoli, Andrea Meloni, Stefano Simeone. L’editoriale, scritto da Bilotta, s’intitolava “Guida per camminatori senza meta” e si concludeva sempre con “Buona fortuna”. Non entro granché nella trama, che va goduta tramite lettura cartacea in puro stile Bonelli. Basti dire che Mercurio è un intellettuale benestante nella Roma del primo Ottocento. Ha una bella casa con maggiordomo, biblioteca e palestra sotterranea. Gli piace andare a zonzo, sia di giorno sia di notte (nottetempo, anche sui tetti). Appresso ha di solito il giovane Ottone, suo studente e apprendista. A detta di Agata, moglie di Leone il maggiordomo (ex ladruncolo), Mercurio è una “scimmia col mantello” (n. 3, Il piccolo palcoscenico, dis. Onofrio Catacchio, p. 98). E infatti le orecchie importanti e i lineamenti da grande primate cozzano col suo intellettualismo esibito. Da bravo personaggio bonelliano, Mercurio ha un’arma speciale, chiamiamolo il suo murchadna: un bastone da passeggio col pomello dorato a forma di testa di lupa. È un’arma perché il pomello può saltare per aria colpendo il malintenzionato di turno, come succede nel n. 1 (Roma dei pazzi, dis. Marco Mosca) ai danni dell’arcinemico nonché ex adepto Tarcisio Spada. Come per il murchadna, o la famosa custodia esplosiva del clarinetto di Dylan, il trucco non si ripete quasi più, perché non conta. Cosa conta?

Contano le onomatopee, meglio se italianizzate. Le pistole fanno pamm. Conta la sintassi narrativa, con la tavola numero uno dei primi numeri che è spesso una texture, o uno zoom arretrante. Un’introduzione in un piccolo mondo antico e misterioso, fatto di piccioli misteri che il nostro Sherlock, vanesio ma metodico, ricostruirà. Conta lo stupore. Come la splash page che apre il n. 7, La testa di Pasquino (con i disegni strepitosi di Massimiliano Bergamo), quasi un quadro, il fermo immagine di una fucilazione con in primo piano il professor Camillo Scaccia, mentore di Mercurio, che dice: “Lo so, ti stai chiedendo… cos’è la poesia?”. Lo stupore del n. 8 (dis. Matteo Mosca), percorso dalla voce del colore giallo, ultraterreno e non certo vaticano visti i dialoghi al vetriolo tra Mercurio e il vescovo Longhi nel corso dell’episodio. Contano le piccole cose. Rispetto al pilota (in bianco e nero), grossomodo convenzionale nel suo intento di far spiccare il personaggio e un’impalcatura di massima, la serie imbocca strade secondarie, a volte vicoli ciechi o sentieri nella nebbia, che nulla hanno a che spartire col solido manicheismo texiano o con le trovate strombazzate del Dylan Dog post-Gualdoni.

Qualche esempio. Il muto colonnello Belforte parla per lavagnette e irrita Mercurio, che vorrebbe tanto sapere cosa pensa. Nel n. 1, a p. 13, scopriamo cosa pensa. Le nuvole di tre vignette consecutive contengono gatti disegnati: un tigrato, un siamese e uno spelacchiato. Belforte non si dà pace, perché non ricorda più le fattezze di un micio che vedeva sempre su un ponte. Oppure Giampiero Casertano ai disegni del n. 2, La legge del contrappasso, libero di illustrare il carnevale romano come gli era capitato a inizio carriera con la festa in maschera di Attraverso lo specchio (dyd n. 10). Le vignette “gustative” che innervano tutto il n. 4 (Il cuoco mascherato, dis. Sergio Gerasi), facendo vedere cosa pensa la persona che sta assaggiando un certo piatto, o quelle che nel n. 6 completano, tratteggiando, le posture dei passanti, mettendo in risalto che cosa ricordano (un facchino, una lavandaia, un barcaiolo?). Nel n. 10 (L’uomo orizzontale, dis. Francesco Cattani) ci sono tavole “verticali” che ti costringono a girare il fumetto, con un Mercurio che non vuole lasciare ideologicamente il divano mentre fuori imperversa una strana setta di immobilisti rivoluzionari. Il n. 12, Una settimana come tante (dis. Catacchio e Ponchione), è strutturato come un gioco buñueliano di ripetizioni ossessive e piccole variazioni. Le tavole hanno la griglia fissa, come nella parte disegnata da Montanari & Grassani in Graphic Horror Novel (dyd 369, testi di Ratigher). Nel programmatico Tempo di notte (n. 13, dis. Sergio Ponchione) Mercurio arriva stabilmente solo a p. 70, e il gessetto di Belforte scribacchia “frc, frc, frc”.

I numeri più riusciti sono forse quelli tra il 5 e il 7. L’infelice (dis. Andrea Borgioli) gioca con l’idea di un Mercurio Loi Batman al contrario, col villain eponimo dell’episodio marchiato da cicatrici che gli vanno dagli angoli della bocca al mento. Invenzione pazzesca quella dell’Infelice, anche se il suo modus operandi può ricordare quello del John Ghost recchioniano. A p. 85, mentre i suoi sgherri menano Ottone (tum! pa! pa!), l’Infelice esclama a occhi sgranati e tristanzuoli: “Tumpappà!”. Il n. 6, A passeggio per Roma, è un gioiello di sceneggiatura. Bilotta sceglie la forma-librogame e la porta alle estreme conseguenze consegnandoci un albo squisito, allucinato – arriva l’Ipnotista! – e leggibile ad infinitum. Chicca onomatopeica sulla prima tavola: sfo sfo sfo per indicare le pagine sfogliate. Il 7, cui ho già accennato prima, alterna una trama una volta tanto in grande stile con momenti di inabissamento nell’inconscio.

A rendere prezioso Mercurio Loi è l’ironia nei confronti di certi tropi fumettistici. Chiunque altro avrebbe trasformato la serie in una specie di teatrino avventuroso su sfondi anticati, Bilotta invece fa sul serio con la flânerie filosofica, e introduce eventuali antagonisti solo per deriderli: gli Uomini Lupo del pilot, gli Uomini di Fuoco del n. 3, la banda dei fiori citata nel n. 2, l’esilarante Karl il favolista del n. 11 (Il circolo degli intelligentissimi, dis. Gerasi) coi suoi scagnozzi armati di “penne avvelenate”, in realtà innocue: i recensori! Albo peraltro splendido per come mette in luce i limiti di Mercurio, alle prese con un circolo simil-Mensa che non lo vuole tra i propri membri, e s’ingegna per umiliarlo. Tropi, e ragni. Sì, Mercurio ha anche un classico punto debole: è aracnofobo. Ma in una serie che snocciola animali, colori e oggetti parlanti (con un surrealismo forse debitore di Napoleone), i ragni non diventano mai quelli che sono i pipistrelli dell’alcol per Dylan. Anzi, nel n. 15 (Ciao core, dis. Borgioli), Enrica ne regala uno bello grosso allo pseudofidanzato Mercurio per provocarlo, e lui finisce per tenerselo in casa. Il quindicesimo albo contiene anche le uniche tre tavole della serie in bianco e nero, per l’esattezza due e mezzo. Una sequenza agghiacciante degna di Frank Miller.

La testata chiude col n. 16, La morte di Mercurio Loi (dis. Mosca), episodio labirintico che va letto conoscendo bene la trama fino a quel punto. Qui non vale la pena aggiungere nulla rispetto all’ottima analisi di Francesco Pelosi, se non che, pure al momento di interrompere l’avventura, Bilotta ha saputo mantenere il pieno controllo della propria creazione, cosa che ad esempio è mancata a Berardi, anni orsono, con la serie classica di Ken Parker rimasta in sospeso. Il numero sedici ricorda l’enigmatica perentorietà del ventinovesimo episodio di Twin Peaks, l’ultimo della seconda stagione. Legittimo immaginarsi che ricominci un ciclo, sempre a passeggio per Roma.

Chiudo tornando all’arco narrativo di Belforte, tra i più riusciti. Nel n. 13, a p. 79, l’uomo scova uno scoiattolo – e pensa l’immagine di uno scoiattolo, poi gli succede qualcosa. Il n. 14 (Nascondino, dis. Bergamo) si apre con un flashback inquietante che lo vede protagonista, riallacciandosi agli eventi del n. 2. Nel n. 12, su una lavagnetta, il colonnello aveva scritto cosa gli piace: pensare. Questi, allora, i suoi ultimi pensieri, sul finire di Tempo di notte: “Se mangio la verdura non ho più paura / di partire all’avventura, non ho più paura / se la notte è scura, non ho più paura”.

buddleia

Se fossi a una conferenza scientifica e mi apprestassi a illustrare un power point, la prima slide sarebbe quella sul conflitto d’interessi. Quindi dico subito che Paolo Mascheri è un mio amico fraterno. Aggiungo comunque che il parlar bene o il parlar male dei suoi libri non ha alcuna ricaduta sulla mia vita reale. In tasca non me ne viene nulla.

Ricordo ancora l’autunno del 2003 in via Albiroli, nel centro storico di Bologna, quando recuperai dalla cassetta della posta delle edizioni Pendragon una busta marrone contenente una raccolta di racconti battuta a macchina alla meno peggio. S’intitolava Fratelli dei cani e trascorsi l’intera giornata di lavoro leggendola avidamente, sbrigando come un fulmine le mie mansioni di factotum. Ci vidi subito un tipo di narrativa allora di gran moda, che mi piaceva alla follia: Houellebecq, Ellis, persino Palahniuk. Ma oltre allo scarto linguistico e sociale, quasi un riscatto dell’ambito italiano, scoprii un universo a me ignoto. Una Val di Chiana cartolinesca e provinciale, feroce si direbbe oggi. Una raffica di principi attivi e preparati galenici. E soprattutto un che di filmico, quasi un Ulrich Seidl che di punto in bianco avesse cominciato a puntare l’obiettivo su sé stesso. Insistetti con l’editore, e il libro qualche mese più tardi uscì.

Poliuretano, questo il titolo definitivo, si scavò un tunnel tra gli addetti ai lavori. Le influenze di Paolo all’epoca erano autori minimum fax tradotti come Thom Jones o A.M. Homes, stili rigorosi, votati alla sottrazione, con rari momenti di sbraco. Un po’ come lo Houellebecq di Lanzarote che trascorre il san Silvestro del millennio cercando invano di connettersi a internet con un modem 56K. Il secondo singolo estratto dall’album, questa l’idea ormai antiquaria che accompagnò la campagna internettiana di lancio del libro, s’intitolava Racconto di Natale. Lo riporto qui mantenendo la pessima conversione in pdf dei primi anni zero.

Nel 2008 uscì Il gregario per minimum fax. In esergo al romanzo, una citazione dal Coetzee del Maestro di Pietroburgo che valeva come una dichiarazione d’intenti. Meno maledettismo, meno zampate di zapping su tv locali, e un aumentato rigore. Less is more. Il mondo è sempre quello di Poliuretano, “cagnesco” come scrisse Di Consoli su L’Unità, ma l’approccio severo, scientifico verrebbe da dire, prende il sopravvento sull’effetto facile. Il protagonista senza nome del romanzo si muove tra rapporti umani segnati dal binomio comprare-vendere, tentativi svogliati, esangui, estranei al dramma. La svolta arriva con la diagnosi di tumore alla prostata del padre, che mette improvvisamente a fuoco tutto quanto. A tredici anni di distanza, Il gregario è uno dei romanzi italiani più belli che abbia mai letto. A suo tempo ne parlai su corpo12 – un sito che non esiste più – concentrandomi sulla ricostruzione bibliografica del percorso di Mascheri.

Rispetto a “Polly”, col Gregario scompare la scrittura in prima persona e arriva una terza ancorata però al tempo presente, che rinfresca. Alla buona diffusione del testo contribuì la pubblicazione nella collana nichel diretta da Lagioia. Per capirne l’impatto, quella sua modernità hanekiana, riporto la bellissima analisi di Andrea Di Consoli e consiglio la lettura di tre articoli di Gianfranco Franchi, tra cui un’intervista all’autore.

Ora è uscito per Pequod L’albero delle farfalle, secondo romanzo di Mascheri pubblicato ad alcuni anni dalla stesura. Rispetto ai fasti minimum il marchio non aiuta, inutile girarci attorno, ma il testo è forse ancora migliore del Gregario. Più coraggioso, meno sviolinante rispetto ai gusti che circolano.

Intanto, la classicità. “Serva ordinem et ordo servabit te” è la citazione agostiniana di p. 112, cifra del romanzo insieme alla Magda Szabó di Via Katalin che prende il testimone da Coetzee. Resta la terza persona, stavolta persino al passato remoto, tutti i personaggi hanno un nome e i capitoli si avvicendano dichiarando il punto di vista in apertura (“Riccardo”, “Costanza”, “Roberto”, “Eleonora”). Il rigore della prosa, stirata e inamidata, funge quasi da repellente. Nell’Albero non fanno irruzione i porno di Prima Fila, anzi, il televisore serve solo a vedere vecchi fim di Wilder o Mankiewicz. Restano una precisione quasi straniante nel definire la flora (lecci, allori, filliree, carpini, arbusti decidui, lauroceraso, ciuffi di scotano…) e il ricorso a termini medici, che però in questo caso non svolgono una funzione provocatoria, à la Atomico dandy. Il cancro c’è ancora, e stavolta interessa la Madre con la emme maiuscola.

L’Albero è un romanzo figlio-madre. Lui medico generico, sposato, casona immersa nel verde, lei professoressa di greco in pensione. A latere, moglie, padre, figlia piccola. Una struttura classica, apollinea, in camice bianco, confermata dalla fermezza della lingua. Rispetto agli esordi mancano sia le digressioni scollacciate, sia l’ellissi che ad esempio conclude Il gregario. La trama viene portata alle estreme conseguenze.

Ad animare il testo sono i lessici famigliari che legano i diversi componenti della famiglia. Per Costanza, la madre, il tomografo è un “trespolo scribacchino del corpo”. Un gesto impulsivo va sotto il nome di “blitz”. Ma ogni tanto si spalancano delle botole. Riccardo bambino che ride davanti a una foto scomposta del nonno appena morto, suscitando le ire del padre in lacrime e finendo per portarsi appresso una vergogna imperitura. O la bimba che attraversa la strada da sola per la prima volta, in presenza della nonna, e quando la madre lo viene a sapere prova un misto di gelosia e disperazione. Il racconto vive di questi inabissamenti improvvisi che fanno leva sull’empatia, e sferra un attacco impassibile, devastante, nella seconda parte. Un quinto della prima per lunghezza, solo due capitoli, “Uno” ed “Epilogo”. Il titolo è Crikvenica.

Romanzo inattuale, a tratti cinematografico (con la pellicola sgranata), mai compiaciuto o ruffiano, L’albero delle farfalle è un ritorno impossibile in un ambito, quello letterario italiano, dove vale la vecchia regola di Woody Allen: per avere successo bisogna farsi vedere. Paolo non s’è fatto vedere per un bel po’, ma questo libro uscito alla chetichella nasconde un congegno detonante. “‘Signora, finalmente ci conosciamo di persona,’ disse il chirurgo tendendo la mano alla donna. ‘Lei mi sembra tranquilla mentre suo figlio è agitatissimo’. Prendendosi quella confidenza e allargando la bocca in un sorriso che rivelò i denti guasti e ingialliti contornati da una barba bianca e curata, Sensini sembrò a Riccardo un membro della famiglia, un uomo buono, uscito da una parabola per aiutarli”, p. 142.