buona fortuna.

[vignetta di Sergio Ponchione dal n. 6, A passeggio per Roma, 2017]

Rututùnf. Come un capitombolo tra i cespugli nella notte romana, il Mercurio Loi di Alessandro Bilotta è arrivato in edicola generando un soffice spaesamento. Non è durato molto. Devo ammettere che all’epoca, tra il 2017 e il 2019, ero troppo preso dal rilancio di Dylan Dog per farci davvero caso. Ne lessi qualche albo a casaccio, per poi recuperarli tutti dopo la chiusura della testata. Il pilot, ormai irreperebile salvo ricorrere all’edizione di pregio, l’ho letto un pomeriggio tardi alla Sala Borsa Ragazzi. Ora che ho una visione d’insieme scrivo queste righe, dolorosamente convinto che un sogno così non ritorni mai più.

Il 28 de Le Storie, uscito nel gennaio del 2015, è l’unico numero della collana ad aver esaurito la tiratura. Ideata da Mauro Marcheselli come un contenitore di graphic novel autonome e potenziali “numeri zero”, Le Storie ha realizzato la propria missione grazie al successo immediato del personaggio di Mercurio Loi, per il quale si pensò a una collana apposita – o, secondo i criteri televisivi ormai dominanti, una miniserie rinnovabile. Tra la Bonelli di quegli anni e quella attuale, schiacciata sul western e di fatto ferma agli anni Ottanta, c’è un discreto abisso sicuramente motivato dalle vendite. Le Storie escono ancora, ma ripropongono albi d’antan. Dylan Dog doveva mettere le ali col reboot recchioniano e si ritrova sdoppiato e smarrito, con un cinquanta percento delle uscite dato dall’OldBoy, la versione sclaviana classica e immutabile. Pure un grandissimo come Carlo Ambrosini s’è messo a lavorare su quello che anni fa era il Maxi, vagamente punitivo, il ghetto estivo di Montanari & Grassani. Malgrado un apprezzabile ricambio generazionale e il costante lavoro di scouting, il “nuovo” Dylan Dog con le carte rimescolate fatica ad attecchire. L’hanno ammazzato strategie di marketing vuote di contenuto e l’eventite che c’infetta tutti, questa tendenza decerebrata al colpo di scena a tutti i costi. La realtà è che la rivoluzione dylandoghiana è stata un carota penzoloni per troppo tempo, compiuta a metà (disegni, copertine, ristrutturazione delle collane: chapeau) e deludente nella sua restaurazione di fatto, a partire dal 407. Si salva, guarda caso, la saga ormai ultradecennale del Pianeta dei morti, ogni anno sullo speciale, firmata Bilotta. Ed è l’idea di fumetto popolare di Bilotta, per quanto sicuramente incapace d’incassi importanti, a fare di Mercurio Loi un esempio brillante, e brillantemente concluso.

La serie regolare è uscita tra la primavera 2017 e la primavera 2019. Copertine di Manuele Fior, colori – chiccheria ancora rara in casa Bonelli – a cura di Francesca Piscitelli, Nicola Righi, Erika Bendazzoli, Andrea Meloni, Stefano Simeone. L’editoriale, scritto da Bilotta, s’intitolava “Guida per camminatori senza meta” e si concludeva sempre con “Buona fortuna”. Non entro granché nella trama, che va goduta tramite lettura cartacea in puro stile Bonelli. Basti dire che Mercurio è un intellettuale benestante nella Roma del primo Ottocento. Ha una bella casa con maggiordomo, biblioteca e palestra sotterranea. Gli piace andare a zonzo, sia di giorno sia di notte (nottetempo, anche sui tetti). Appresso ha di solito il giovane Ottone, suo studente e apprendista. A detta di Agata, moglie di Leone il maggiordomo (ex ladruncolo), Mercurio è una “scimmia col mantello” (n. 3, Il piccolo palcoscenico, dis. Onofrio Catacchio, p. 98). E infatti le orecchie importanti e i lineamenti da grande primate cozzano col suo intellettualismo esibito. Da bravo personaggio bonelliano, Mercurio ha un’arma speciale, chiamiamolo il suo murchadna: un bastone da passeggio col pomello dorato a forma di testa di lupa. È un’arma perché il pomello può saltare per aria colpendo il malintenzionato di turno, come succede nel n. 1 (Roma dei pazzi, dis. Marco Mosca) ai danni dell’arcinemico nonché ex adepto Tarcisio Spada. Come per il murchadna, o la famosa custodia esplosiva del clarinetto di Dylan, il trucco non si ripete quasi più, perché non conta. Cosa conta?

Contano le onomatopee, meglio se italianizzate. Le pistole fanno pamm. Conta la sintassi narrativa, con la tavola numero uno dei primi numeri che è spesso una texture, o uno zoom arretrante. Un’introduzione in un piccolo mondo antico e misterioso, fatto di piccioli misteri che il nostro Sherlock, vanesio ma metodico, ricostruirà. Conta lo stupore. Come la splash page che apre il n. 7, La testa di Pasquino (con i disegni strepitosi di Massimiliano Bergamo), quasi un quadro, il fermo immagine di una fucilazione con in primo piano il professor Camillo Scaccia, mentore di Mercurio, che dice: “Lo so, ti stai chiedendo… cos’è la poesia?”. Lo stupore del n. 8 (dis. Matteo Mosca), percorso dalla voce del colore giallo, ultraterreno e non certo vaticano visti i dialoghi al vetriolo tra Mercurio e il vescovo Longhi nel corso dell’episodio. Contano le piccole cose. Rispetto al pilota (in bianco e nero), grossomodo convenzionale nel suo intento di far spiccare il personaggio e un’impalcatura di massima, la serie imbocca strade secondarie, a volte vicoli ciechi o sentieri nella nebbia, che nulla hanno a che spartire col solido manicheismo texiano o con le trovate strombazzate del Dylan Dog post-Gualdoni.

Qualche esempio. Il muto colonnello Belforte parla per lavagnette e irrita Mercurio, che vorrebbe tanto sapere cosa pensa. Nel n. 1, a p. 13, scopriamo cosa pensa. Le nuvole di tre vignette consecutive contengono gatti disegnati: un tigrato, un siamese e uno spelacchiato. Belforte non si dà pace, perché non ricorda più le fattezze di un micio che vedeva sempre su un ponte. Oppure Giampiero Casertano ai disegni del n. 2, La legge del contrappasso, libero di illustrare il carnevale romano come gli era capitato a inizio carriera con la festa in maschera di Attraverso lo specchio (dyd n. 10). Le vignette “gustative” che innervano tutto il n. 4 (Il cuoco mascherato, dis. Sergio Gerasi), facendo vedere cosa pensa la persona che sta assaggiando un certo piatto, o quelle che nel n. 6 completano, tratteggiando, le posture dei passanti, mettendo in risalto che cosa ricordano (un facchino, una lavandaia, un barcaiolo?). Nel n. 10 (L’uomo orizzontale, dis. Francesco Cattani) ci sono tavole “verticali” che ti costringono a girare il fumetto, con un Mercurio che non vuole lasciare ideologicamente il divano mentre fuori imperversa una strana setta di immobilisti rivoluzionari. Il n. 12, Una settimana come tante (dis. Catacchio e Ponchione), è strutturato come un gioco buñueliano di ripetizioni ossessive e piccole variazioni. Le tavole hanno la griglia fissa, come nella parte disegnata da Montanari & Grassani in Graphic Horror Novel (dyd 369, testi di Ratigher). Nel programmatico Tempo di notte (n. 13, dis. Sergio Ponchione) Mercurio arriva stabilmente solo a p. 70, e il gessetto di Belforte scribacchia “frc, frc, frc”.

I numeri più riusciti sono forse quelli tra il 5 e il 7. L’infelice (dis. Andrea Borgioli) gioca con l’idea di un Mercurio Loi Batman al contrario, col villain eponimo dell’episodio marchiato da cicatrici che gli vanno dagli angoli della bocca al mento. Invenzione pazzesca quella dell’Infelice, anche se il suo modus operandi può ricordare quello del John Ghost recchioniano. A p. 85, mentre i suoi sgherri menano Ottone (tum! pa! pa!), l’Infelice esclama a occhi sgranati e tristanzuoli: “Tumpappà!”. Il n. 6, A passeggio per Roma, è un gioiello di sceneggiatura. Bilotta sceglie la forma-librogame e la porta alle estreme conseguenze consegnandoci un albo squisito, allucinato – arriva l’Ipnotista! – e leggibile ad infinitum. Chicca onomatopeica sulla prima tavola: sfo sfo sfo per indicare le pagine sfogliate. Il 7, cui ho già accennato prima, alterna una trama una volta tanto in grande stile con momenti di inabissamento nell’inconscio.

A rendere prezioso Mercurio Loi è l’ironia nei confronti di certi tropi fumettistici. Chiunque altro avrebbe trasformato la serie in una specie di teatrino avventuroso su sfondi anticati, Bilotta invece fa sul serio con la flânerie filosofica, e introduce eventuali antagonisti solo per deriderli: gli Uomini Lupo del pilot, gli Uomini di Fuoco del n. 3, la banda dei fiori citata nel n. 2, l’esilarante Karl il favolista del n. 11 (Il circolo degli intelligentissimi, dis. Gerasi) coi suoi scagnozzi armati di “penne avvelenate”, in realtà innocue: i recensori! Albo peraltro splendido per come mette in luce i limiti di Mercurio, alle prese con un circolo simil-Mensa che non lo vuole tra i propri membri, e s’ingegna per umiliarlo. Tropi, e ragni. Sì, Mercurio ha anche un classico punto debole: è aracnofobo. Ma in una serie che snocciola animali, colori e oggetti parlanti (con un surrealismo forse debitore di Napoleone), i ragni non diventano mai quelli che sono i pipistrelli dell’alcol per Dylan. Anzi, nel n. 15 (Ciao core, dis. Borgioli), Enrica ne regala uno bello grosso allo pseudofidanzato Mercurio per provocarlo, e lui finisce per tenerselo in casa. Il quindicesimo albo contiene anche le uniche tre tavole della serie in bianco e nero, per l’esattezza due e mezzo. Una sequenza agghiacciante degna di Frank Miller.

La testata chiude col n. 16, La morte di Mercurio Loi (dis. Mosca), episodio labirintico che va letto conoscendo bene la trama fino a quel punto. Qui non vale la pena aggiungere nulla rispetto all’ottima analisi di Francesco Pelosi, se non che, pure al momento di interrompere l’avventura, Bilotta ha saputo mantenere il pieno controllo della propria creazione, cosa che ad esempio è mancata a Berardi, anni orsono, con la serie classica di Ken Parker rimasta in sospeso. Il numero sedici ricorda l’enigmatica perentorietà del ventinovesimo episodio di Twin Peaks, l’ultimo della seconda stagione. Legittimo immaginarsi che ricominci un ciclo, sempre a passeggio per Roma.

Chiudo tornando all’arco narrativo di Belforte, tra i più riusciti. Nel n. 13, a p. 79, l’uomo scova uno scoiattolo – e pensa l’immagine di uno scoiattolo, poi gli succede qualcosa. Il n. 14 (Nascondino, dis. Bergamo) si apre con un flashback inquietante che lo vede protagonista, riallacciandosi agli eventi del n. 2. Nel n. 12, su una lavagnetta, il colonnello aveva scritto cosa gli piace: pensare. Questi, allora, i suoi ultimi pensieri, sul finire di Tempo di notte: “Se mangio la verdura non ho più paura / di partire all’avventura, non ho più paura / se la notte è scura, non ho più paura”.

buddleia

Se fossi a una conferenza scientifica e mi apprestassi a illustrare un power point, la prima slide sarebbe quella sul conflitto d’interessi. Quindi dico subito che Paolo Mascheri è un mio amico fraterno. Aggiungo comunque che il parlar bene o il parlar male dei suoi libri non ha alcuna ricaduta sulla mia vita reale. In tasca non me ne viene nulla.

Ricordo ancora l’autunno del 2003 in via Albiroli, nel centro storico di Bologna, quando recuperai dalla cassetta della posta delle edizioni Pendragon una busta marrone contenente una raccolta di racconti battuta a macchina alla meno peggio. S’intitolava Fratelli dei cani e trascorsi l’intera giornata di lavoro leggendola avidamente, sbrigando come un fulmine le mie mansioni di factotum. Ci vidi subito un tipo di narrativa allora di gran moda, che mi piaceva alla follia: Houellebecq, Ellis, persino Palahniuk. Ma oltre allo scarto linguistico e sociale, quasi un riscatto dell’ambito italiano, scoprii un universo a me ignoto. Una Val di Chiana cartolinesca e provinciale, feroce si direbbe oggi. Una raffica di principi attivi e preparati galenici. E soprattutto un che di filmico, quasi un Ulrich Seidl che di punto in bianco avesse cominciato a puntare l’obiettivo su sé stesso. Insistetti con l’editore, e il libro qualche mese più tardi uscì.

Poliuretano, questo il titolo definitivo, si scavò un tunnel tra gli addetti ai lavori. Le influenze di Paolo all’epoca erano autori minimum fax tradotti come Thom Jones o A.M. Homes, stili rigorosi, votati alla sottrazione, con rari momenti di sbraco. Un po’ come lo Houellebecq di Lanzarote che trascorre il san Silvestro del millennio cercando invano di connettersi a internet con un modem 56K. Il secondo singolo estratto dall’album, questa l’idea ormai antiquaria che accompagnò la campagna internettiana di lancio del libro, s’intitolava Racconto di Natale. Lo riporto qui mantenendo la pessima conversione in pdf dei primi anni zero.

Nel 2008 uscì Il gregario per minimum fax. In esergo al romanzo, una citazione dal Coetzee del Maestro di Pietroburgo che valeva come una dichiarazione d’intenti. Meno maledettismo, meno zampate di zapping su tv locali, e un aumentato rigore. Less is more. Il mondo è sempre quello di Poliuretano, “cagnesco” come scrisse Di Consoli su L’Unità, ma l’approccio severo, scientifico verrebbe da dire, prende il sopravvento sull’effetto facile. Il protagonista senza nome del romanzo si muove tra rapporti umani segnati dal binomio comprare-vendere, tentativi svogliati, esangui, estranei al dramma. La svolta arriva con la diagnosi di tumore alla prostata del padre, che mette improvvisamente a fuoco tutto quanto. A tredici anni di distanza, Il gregario è uno dei romanzi italiani più belli che abbia mai letto. A suo tempo ne parlai su corpo12 – un sito che non esiste più – concentrandomi sulla ricostruzione bibliografica del percorso di Mascheri.

Rispetto a “Polly”, col Gregario scompare la scrittura in prima persona e arriva una terza ancorata però al tempo presente, che rinfresca. Alla buona diffusione del testo contribuì la pubblicazione nella collana nichel diretta da Lagioia. Per capirne l’impatto, quella sua modernità hanekiana, riporto la bellissima analisi di Andrea Di Consoli e consiglio la lettura di tre articoli di Gianfranco Franchi, tra cui un’intervista all’autore.

Ora è uscito per Pequod L’albero delle farfalle, secondo romanzo di Mascheri pubblicato ad alcuni anni dalla stesura. Rispetto ai fasti minimum il marchio non aiuta, inutile girarci attorno, ma il testo è forse ancora migliore del Gregario. Più coraggioso, meno sviolinante rispetto ai gusti che circolano.

Intanto, la classicità. “Serva ordinem et ordo servabit te” è la citazione agostiniana di p. 112, cifra del romanzo insieme alla Magda Szabó di Via Katalin che prende il testimone da Coetzee. Resta la terza persona, stavolta persino al passato remoto, tutti i personaggi hanno un nome e i capitoli si avvicendano dichiarando il punto di vista in apertura (“Riccardo”, “Costanza”, “Roberto”, “Eleonora”). Il rigore della prosa, stirata e inamidata, funge quasi da repellente. Nell’Albero non fanno irruzione i porno di Prima Fila, anzi, il televisore serve solo a vedere vecchi fim di Wilder o Mankiewicz. Restano una precisione quasi straniante nel definire la flora (lecci, allori, filliree, carpini, arbusti decidui, lauroceraso, ciuffi di scotano…) e il ricorso a termini medici, che però in questo caso non svolgono una funzione provocatoria, à la Atomico dandy. Il cancro c’è ancora, e stavolta interessa la Madre con la emme maiuscola.

L’Albero è un romanzo figlio-madre. Lui medico generico, sposato, casona immersa nel verde, lei professoressa di greco in pensione. A latere, moglie, padre, figlia piccola. Una struttura classica, apollinea, in camice bianco, confermata dalla fermezza della lingua. Rispetto agli esordi mancano sia le digressioni scollacciate, sia l’ellissi che ad esempio conclude Il gregario. La trama viene portata alle estreme conseguenze.

Ad animare il testo sono i lessici famigliari che legano i diversi componenti della famiglia. Per Costanza, la madre, il tomografo è un “trespolo scribacchino del corpo”. Un gesto impulsivo va sotto il nome di “blitz”. Ma ogni tanto si spalancano delle botole. Riccardo bambino che ride davanti a una foto scomposta del nonno appena morto, suscitando le ire del padre in lacrime e finendo per portarsi appresso una vergogna imperitura. O la bimba che attraversa la strada da sola per la prima volta, in presenza della nonna, e quando la madre lo viene a sapere prova un misto di gelosia e disperazione. Il racconto vive di questi inabissamenti improvvisi che fanno leva sull’empatia, e sferra un attacco impassibile, devastante, nella seconda parte. Un quinto della prima per lunghezza, solo due capitoli, “Uno” ed “Epilogo”. Il titolo è Crikvenica.

Romanzo inattuale, a tratti cinematografico (con la pellicola sgranata), mai compiaciuto o ruffiano, L’albero delle farfalle è un ritorno impossibile in un ambito, quello letterario italiano, dove vale la vecchia regola di Woody Allen: per avere successo bisogna farsi vedere. Paolo non s’è fatto vedere per un bel po’, ma questo libro uscito alla chetichella nasconde un congegno detonante. “‘Signora, finalmente ci conosciamo di persona,’ disse il chirurgo tendendo la mano alla donna. ‘Lei mi sembra tranquilla mentre suo figlio è agitatissimo’. Prendendosi quella confidenza e allargando la bocca in un sorriso che rivelò i denti guasti e ingialliti contornati da una barba bianca e curata, Sensini sembrò a Riccardo un membro della famiglia, un uomo buono, uscito da una parabola per aiutarli”, p. 142.

zitti mai

Voi li conoscete i vostri privilegi? Io i miei sì. Tra questi annovero senza dubbio la chance, acchiappata nel 2015, di vedere How to Survive a Plague in un’aula magna della Humboldt, quella che sarebbe diventata la mia università. Conoscevo già il documentario, ma ad accompagnare la proiezione c’era un padrino speciale, vale a dire Peter Staley. Piansi come una fontana – lo ripeto spesso ma è così – e alla fine mi alzai con la mia maglietta nera da PLWHA sulle barricate e dissi a Peter quello che decine di persone continuano a dirgli ancora oggi, cioè che è un eroe. Poi lo rimorchiai per una passeggiata con pizza conclusiva nei pressi del Monbijoupark, con qualche amico, e a un certo punto dovetti scappare ché il cane chiamava. Questo un primo privilegio. Un secondo è quello di aver intervistato David France alla Berlinale 2020, quando ha presentato Welcome to Chechnya. Prima di parlare dei misfatti di Kadyrov l’ho ringraziato per come ha dato voce agli attivisti americani degli anni Ottanta e Novanta, a partire dall’icona Staley. Se non fosse per Staley, questo il messaggio cifrato, non sarei qui. Ma quella dei privilegi è un’altra storia.

Qui vorrei parlare di tre libri fondamentali per comprendere le reazioni alla pandemia di Hiv/Aids che imperversa, riconosciuta come tale, da esattamente quarant’anni. Sono tre testi divulgativi, leggibilissimi anche per chi non mastica i power point scientifici, con un difetto di base che è meglio snocciolare subito. Malgrado qualche accenno politicamente corretto, si ha l’impressione che al di fuori degli Stati Uniti si estenda un territorio nebuloso e leonino contrassegnato da nomi generici come “Africa”. Quella dell’americanocentrismo nella narrazione dell’Aids è una lacuna vecchia come il virus che va colmata solo e soltanto in prima persona, cioè col tentativo di fare alzare nei ranking – anche al di fuori dell’accademia – storie diverse, non solo anglofone e non solo centrate sui poster newyorkesi Silence = Death. È ovviamente un tema di soft power a stelle e strisce e di egemonia nell’affrontare l’immaginario pandemico fin dai tempi di An Early Frost e Parting Glances. I tentativi virtuosi in ambito audiovisivo non mancano, un po’ Vecchiali, un po’ questa miniserie svedese che fa impallidire It’s a Sin. Ma sul fronte dei memoir è difficile uscire dai confini statunitensi, perché altrove manca il mito. Quindi dobbiamo accontentarci di questi testi in cui la Francia appare per gentile concessione di Montagnier, 120 BPM e Act Up Paris (peraltro criticato), mentre l’Africa acquista un minimo di silhouette grazie alla storia horror del negazionismo di Thabo Mbeki. Un altro aspetto importante riguarda la presenza sparuta delle donne – con qualche eccezione di rilievo come Maria Maggenti: da approfondire – o delle persone trans*. I volumi che sto per citare sono usciti dalle tastiere di maschi bianchi, cis, wasp. Tutto questo non ci piace? Non ci basta? E vorrei anche vedere. C’è un sacco da fare, e solo chi si sente ai margini dei racconti altrui può farlo davvero.

Il motivo per cui scrivo questo articolo è la recente uscita dell’autobiografia di Peter Staley, Never Silent. ACT UP and My Life in Activism, Chicago Review Press. Prenderò in esame anche una vecchia lettura come Body Counts. A Memoir of Activism, Sex and Survival (Scribner, 2014) di Sean Strub, e lo straordinario volume di David France che reca il medesimo titolo del documentario ma, con le sue seicento e passa pagine, fa molto altro e molto di più: How to Survive a Plague. The Story of How Activists and Scientists Tamed Aids (Picador, 2016), già affrontato su questi pixel.

Strub, attuale sindaco democratico di Milford, è una colonna dell’attivismo LGBT+ americano. Esperto di fundraising, nel corso degli anni ha dato una mano a tutte le associazioni in prima linea e nel 1994 ha fondato POZ, rivista “impossibile” in quanto univa un approccio patinato al tema dell’Aids, proprio quando le morti a livello mondiale stavano toccando il picco. Lo stesso Strub ha visto la morte in faccia, con un nadir di un CD4 (in cifre: 1). La conta dei CD4 è il principale indicatore di un buon sistema immunitario. Dovrebbe stare sopra le 500 unità. È questa prospettiva a rendere preziosa la testimonianza di Strub, che nel 1995 si è persino sposato con una cara amica per garantirle la reversibilità dell’assicurazione sanitaria. Il miracolo scientifico del 1996 l’ha salvato per i capelli, e sulle pagine di POZ ha potuto monitorare la metamorfosi del discorso pubblico sull’Aids, sia da un’ottica scientifica, sia da quella della vita di tutti i giorni. Nel giugno 1997, POZ fu il primo medium americano – e probabilmente mondiale – a parlare di un nuovo trend, il barebacking.

David France è sieronegativo. Sia il documentario, sia il volume mettono in evidenza un metodo di lavoro certosino, quasi ossessivo, che si fa garante di una narrazione pressoché esaustiva. A mio modesto giudizio, e immodestamente credo che questo giudizio sia stato condiviso da Staley al momento di ideare il proprio memoir, France sbaglia nell’inserirsi troppo nel racconto, introiettandovi addirittura le paure – o le false certezze – relative alla contrazione del virus. La sua figura, nobilissima, è semmai quella di un Adso che raccoglie i fili della storia dopo troppi anni di silenzio e sottovalutazione. Infatti il documentario si è rivelato uno strepitoso grimaldello per riattivare l’attivismo e persino la ricerca scientifica in ambito Hiv/Aids, con l’introduzione della profilassi pre-esposizione, e il tomo rappresenta la migliore lettura possibile per orientarsi nel groviglio di quegli anni bui. France sceglie di concluderlo a Vancouver, nel luglio del 1996, quando furono resi noti gli esiti incoraggianti dell’introduzione di una nuova classe di antiretrovirali. E qui viene il bello.

Col suo libro, Peter Staley sceglie di appropriarsi della narrazione che lo riguarda. È come se uscisse dalle maglie – lusinghiere e puntuali – dei compendi a firma France per offrire di sé un’immagine senza filtri, a comincire da quello temporale. Per ovvi motivi di spazio, France non si spinge oltre il 1996. Ed è il medesimo errore, anche se dovuto alla pigrizia mentale, che compiono quasi tutti i prodotti di largo consumo che parlano di Hiv/Aids, scambiando la terapia efficace con la cura e quindi ignorando sia i significati profondi dello status undetectabile (viremia non rilevabile, ergo impossibilità di trasmettere), sia i mille altri aspetti di una pandemia ancora in corso, non più mortale solo per chi ha accesso ai farmaci e a servizi sanitari adatti. Staley non racconta i soliti quindici anni in forma di tragedia con lieto fine (tra mille virgolette), bensì azzarda un affresco quarantennale a tutto campo che diventa interessante proprio quando si spinge oltre il 1996 e instaura un dialogo tra il prima e il dopo.

Ex broker di Wall Street, “nell’armadio” fino alla diagnosi e oltre, Staley ha vissuto l’entrata in contatto con Act Up come una rivelazione. Non è un caso che il sottotitolo del libro ponga l’accento sull’Activism così come quelli di Strub e France ricorrono rispettivamente a “Survival” e “Scientists”. Per quanto non isolato, e non potrebbe essere altrimenti in un movimento rizomatico come l’Act Up newyorkese dei tardi anni Ottanta, Staley riuscì a diventare, parole sue, il poster-boy dell’attivismo sieropositivo, e una volta archiviata l’esperienza di Act Up ha sempre saputo trasformare in azioni concrete e ficcanti quel fuoco che brucia – facendo un male cane – in ogni attivista per i diritti civili. A guidarlo non è solo una mentalità pragmatica ed escoriante che può ricordare Bret Easton Ellis, ma anche e soprattutto un intuito, e un genio per la stoccata, che l’hanno fatto entrare nella storia e gli hanno salvato la vita.

A salvargli la vita, ad esempio, è stata l’intuizione che il dosaggio dell’AZT (zidovudina) prescritto dalle linee guida dell’FDA fosse sbagliato. Tant’è che prima interruppe la somministrazione, poi la riprese riducendola di un quarto e accostandola all’uso quotidiano di un altro antiretrovirale, il ddI (didanosina). Con questo paso doble che oggi si chiama duoterapia è riuscito ad arrivare al 1996 con un nadir mai inferiore alle 100 copie per millilitro cubo. E nel libro, un’onestà intellettuale specchiata gli fa aggiungere che alla sua sopravvivenza hanno contribuito in maniera cruciale anche la sua condizione economica privilegiata e l’ottimo rapporto con la famiglia. Il capitolo sull’AZT è importante perché smonta un cliché solidissimo – quello dell’antiretrovirale killer – e lo fa senza lisciare il pelo alle case farmaceutiche. La verità è che, se prendiamo il 1994, i farmaci a disposizione erano quattro, si sperimentava a tamburo battente e il motto di Act Up “drugs into bodies” andava di volta in volta applicato in maniera sensata e non ciecamente ideologica. Moltissime persone nello stadio terminale decisero di ricorrere all’AZT perché non avevano nulla da perdere, e così è nata la leggenda del farmaco brutto, sporco e cattivo (in termini di anemia, davvero cattivissimo). Qualsiasi monoterapia è destinata al fallimento, ma questo lo sappiamo oggi grazie alle sperimentazioni di ieri.

Quanto alle stoccate, vale la pena guardarsi con attenzione il video del suo discorso alla conferenza mondiale Aids del 1990. Un discorso rischioso che France riporta integralmente nel suo libro. Staley rischia perché, all’epoca, c’era ancora un presidente repubblicano sordo alla pandemia e, soprattutto, la linea rossa che separava i camici bianchi dalla marmaglia dei pazienti era accecante. Inoltre, Act Up si era fatta conoscere con azioni a volte estreme, lontane anni luce dalla sensibilità mainstream. Staley riesce a far saltare tutti in piedi, detta loro degli slogan da manifestazione di piazza e ha la sensibilità di concludere citando Vito Russo, che ad Albany due anni prima aveva pronunciato parole definitive sulla crisi dell’Aids e sulla necessaria risposta dal basso. Cionostante, la stella di Staley divenne incompatibile con la mancanza di centro di un’organizzazione come Act Up, tant’è che la sua successiva zampata andò a segno con un altro acronimo. Staley esce dalla Aids Coalition to Unleash Power e co-fonda TAG, Treatment Action Guerrillas (poi rinominato Group per esigenze di fundraising).

Staley tells it like it is. Per esempio, accredita al Dr. David Barry l’intuizione geniale della terapia triplice, fissa al febbraio 1996 in quel di Washington il momento in cui si capì che la strada era imboccata (e le lacrime di Spencer Cox alla conferenza, sentendo parlare del ritonavir, sono anche le nostre), spiega come il test per la carica virale iniziò a essere usato su larga scala solo a partire dal 1995. Se si pensa che il test per l’Hiv è stato introdotto solo nel 1985, diventa lampante come in assenza di strumenti che oggi diamo per scontati in quegli anni si andasse veramente a tastoni, ma questa è piuttosto materia del libro di France. Staley si diverte soprattutto a raccontare la sua raffica di scopate anni Ottanta, e vede sotto questa lente – cioè quella dell’invecchiamento, della rabbia da lipodistrofia, dell’uscita dal mercato – la sua successiva dipendenza dal crystal meth, che gli ispirò un second coming come attivista di punta a inizio millennio.

Never Silent si spinge oltre le consuete frontiere dei discorsi sull’Hiv/Aids, perché è la storia di una dipendenza positiva. Quella dall’attivismo, costosissima in termini di risorse e di tempo ma impagabile agli occhi del progresso sociale. Staley muore e rinasce continuamente tra le pagine del suo libro: a metà anni Novanta vaga per le conferenze con addosso la frustrazione di essere stato una meteora, ma sa comprendere al volo ogni cambiamento di fase. Ecco allora la sua campagna shock contro quello che oggi chiameremmo chemsex, poi la creazione del sito aidsmeds.com (fagocitato dieci anni dopo dal poz.com di Strub, suo periodico partner in crime), e ancora la rinascita grazie al documentario di France, la lotta – tuttora in corso! – per un’introduzione equa e accessibile della PrEP, e infine il Covid. Sempre in prima linea, e sempre più vicino al suo obiettivo originario, che era quello di diventare politico di vaglia – o almeno consigliere del presidente.

Su questo sfondo si staglia una delle sottotrame più interessanti del volume, vale a dire i rapporti con Fauci. Anche il “buon dottore”, come lo chiama ironicamente Staley a un certo punto, è sulla piazza da quarant’anni, sempre in posizioni di potere – e spesso in contrasto con movimenti grassroot come Act Up. Staley ha l’intelligenza di evitare sia l’agiografia, sia la demonizzazione di questo personaggio assurto a gigante negli ultimi due anni, e trova il coraggio di andare sul personale dedicandogli l’ultimo capitolo. Sono righe ancora più stimolanti del capitolo-scoop sulla travagliata lavorazione di Dallas Buyers Club, in cui Staley avrebbe dovuto fare un cameo e ha invece funto da consulente salvifico. Ebbene sì: il filmone etero sull’Aids, con fior di Oscar (anche a un maschio cis che veste panni trans*) all’inizio grondava negazionismo.

“I’m amazed I’ve lived this long”, scrive Staley nelle ultime righe di questo libro che nelle sue intenzioni dovrebbe rimanere un unicum. Lo spero anch’io, perché ha le carte in regola per diventare il Night of the Hunter dell’attivismo LGBT+. Preferisco però chiudere riportando l’excipit di How to Survive a Plague, uscito dai polpastrelli di David France. È una conclusione su cui si può discutere, ma proprio per questo è bella e commovente. Siamo alla conferenza di Vancouver nel 1996: “A man I did not know put his hand on my cheek, startling me. He turned my face toward his. He was perhaps in his mid-twenties, blue-eyed and radiant. He didn’t speak. With a thumb, he wiped my cheeks, then kissed me on the lips, the kiss that Pericles gave Aspasia to awaken the Golden Age. It was not over. It would never be over. But it was over” (p. 509).