Krachtland

In una delle ultime pagine di Faserland (1995), il suo romanzo d’esordio, l’io narrante di Christian Kracht sostiene di non essere svizzero. Uno strappo forse indispensabile, oltre che giocoso, per prendere le distanze da una macchina narrativa che nel corso degli anni farà sfracelli in termini di polemiche più o meno fondate. Sfracelli e proseliti, me compreso, reduce dalla rilettura del romanzo di cui sopra e dalla scoperta di 1979 (2001) e Die totale Erinnerung (2006). Sulla seconda metà della sua produzione taccio in questa sede, anche se è col pensiero all’imminente pubblicazione di Eurotrash che ho ripreso a mano i vagabondaggi krachtiani.

Quando lo lessi per la prima volta nove anni fa, Faserland mi colpì per la prosa fluida, “orale”, la capacità di sintesi e la visione del mondo riconducibile, anche se non sovrapponibile, alla solita scuola cool dei dandy Ellis, Beigbeder, Houellebecq. Assetato com’ero di Wenderomane, lo scambiai per un Wenderoman festajolo e sghembo, quando in realtà la traiettoria del libro parte da Sylt e approda in mezzo a un lago della svizzera tedesca passando per Amburgo, Francoforte, Heidelberg, Monaco, persino Mykonos. Niente Est crucco. L’ottica è robustamente occidentale, così come il narratore s’immagina il Medioevo in termini occidentali, l’occidente depravato del Giardino delle delizie di Bosch. Famoso per i suoi reportage, Kracht si guarda bene dal far bighellonare il suo protagonista nei “nuovi Bundesländer”, anche se la sua mobilità da giovane Fitzgerald condannato al Crack-Up, di club in club, di party in party, non può a posteriori che confermare alcuni stereotipi sulla Germania neoriunificata. Un immaginario berlinese senza Berlino. Il romanzo dura quelle 150 perfette, senza un filo di grasso, e le stoccate astiose contro l’SPD sono tuttora esilaranti.

1979 è un altro pianeta. Malgrado il gusto per il namedropping musicale e camp, il libro non c’entra nulla con Billy Corgan e si rifà alla rivoluzione iraniana del medesimo anno. Le prime pagine sembrano un proseguimento persiano di Faserland, con due protagonisti gay, peraltro antipatici, oziosamente in giro per Teheran e patentemente senza problemi di soldi – un po’ come l’io narrante di Faserland (etero come può esserlo un dandy). Poi si spalanca l’abisso. Niente spoiler, ma basti dire che l’arma segreta del romanzo – tradotto da Roberta Zuppet nel 2002 per Rizzoli – sta, usando il lessico lynchiano, nell’astrazione. Teheran diventa uno scenario fiabesco, cioè brutale, l’allucinazione collima con la realtà e lo sgangheramento di ogni logica nel prosieguo tibetano della trama va di pari passo con un senso autentico di orrore. Kracht non consola mai e sa ragionare per difetto (leggi: ellissi) come pochi, riuscendo a togliere senza essere tacciabile di codardia. My Prayer dei Platters funziona come un carillon diabolico in due capitoli lontanissimi tra loro, e chi ha visto l’ultima stagione di Twin Peaks non può che restare senza fiato.

La trouvaille di modernariato Die totale Erinnerung è un libro fotografico di Eva Munz e Lukas Nicol, impreziosito da una bella introduzione di Kracht. Il tema, allora in fase di hype ascendente (ora forse calante, causa scorpacciata), è la Corea del Nord il cui “caro leader” Kim Jong Il era ancora vivo e imperversava nella cultura pop occidentale, a cominciare da South Park. Il cartonato edito da Rogner & Bernhard è diventato un’autentica rarità, anche perché rispetto a Pyongyang di Guy Delisle non ha beneficiato di numerose ristampe (tutte meritate, visto che la graphic novel è un piccolo capolavoro). Le immagini in sé non sono più choccanti, con l’eccezione forse di una parete ricoperta da placche in marmo – o similmarmo – provenienti da ogni dove, donate al regime da circoli e comitati di fan dell’ideologia Juche. Il comitato portoghese di studio del kimilsunismo balza agli occhi con quattro mattonelle consecutive in un enorme mosaico che raccoglie omaggi in arabo, persiano, cinese, giapponese, francese, inglese (Long Live Kimilsungism), pure italiano (Circolo italiano per lo studio della Djouthé idea, fondato 7 X 1980 a Roma) con font mussoliniana. La shock value del libro è garantita dalle didascalie che tuttavia non spiegano cosa si vede in foto. Sono frasi prese dall’opera di riferimento della cinematografia nordcoreana, tradotta negli anni Settanta in numerose lingue: On the Art of the Cinema di Kim Jong Il. Le nove paginette a firma Kracht costituiscono un minireportage, forse invecchiato come le foto quanto a impatto pionieristico, ma il sarcasmo dell’autore resta affilatissimo – soprattutto quando se la prende non col regime e la mise en abîme delle sue messinscene, bensì con chi, in Germania, ne ha preso le difese, come la politica verde Luise Rinser quarant’anni fa. Die totale Erinnerung conferma la fascinazione di Kracht per i regimi totalitari e per l’assurdo che ne scaturisce.

Trovo sia imperdonabile che Faserland non abbia ancora trovato un editore italiano. L’eventuale recupero dipenderà anche dalle 224 pagine di Eurotrash, in uscita il 4 marzo – in tempo per una fiera di Lipsia che non si terrà. Il mio augurio di lettore è che Kracht non si limiti ad alzare di livello le riflessioni sulla Germania, applicandole acriticamente all'”Europa tedesca”. Se la Germania unita nel 1995 gli pareva una “grande macchina che si costruisce da sola”, l’Europa di un quarto di secolo più tardi merita, se proprio, una rappresentazione letteraria degna della sua complessità e delle sue crisi. Che Menasse sia in questo senso il minimo sindacale. Anche se, se di sequel vero si tratterà e se il titolo ha un’accezione più culturale che politica, non sarebbe male rimettersi alle calcagna del protagonista riccastro e viziato del primo romanzo, stavolta immerso nella vita notturna di Łódź a suon di disco polo. Brividi assicurati per tutte le scene di assembramento, poco importa se in club esclusivi o rave con le pezze al culo. E cappello a Kracht per la trovata pubblicitaria, slittata di un anno per i motivi ben noti. Quale? Questa:

[aggiornamento del 31 agosto: ho letto Eurotrash, non c’entra un’acca con Faserland ed è, più che brutto, superfluo]

Carrie Page

Ieri sera ho finito di vedere la terza stagione di Twin Peaks per la terza volta. Dopo le due visioni semipiratesche anno 2017, ho guardato uno per uno i dvd del cofanetto. Alla fine, quando Carrie urla udendo la voce di Sarah che grida Laura, m’è scappato un urlo anche a me. Di terrore puro.

Ovviamente non vuol dire nulla, se non che l’immersione audiovisiva in un racconto che ti piace può non avere limiti e suscitare, ogni volta, emozioni nuove o anche più forti rispetto alle esperienze già fatte. Eppure non posso nascondere la fascinazione crescente per il personaggio di Carrie Page e per l’universo in cui si muove a partire dalla “parte diciotto”, dopo il “crossing” di Dale/Diane/Richard/Linda. Niente teorie, niente lampadine che s’accendono tra un nesso e l’altro. Suggestioni. E l’auspicio che Wisteria le alimenti oltre.

Carrie è una persona normale. Le manca lo sfondo glamoroso della Red Room, la cosa più maledettista di cui dispone è un vecchio cadavere sul divano, non parla per enigmi, al massimo dice di aver sempre tentato di tenere la casa pulita. Ovvio, abita un corpo con una storia, che è quello di Sheryl Lee e quindi di Laura. Ma come sappiamo dall’episodio appena precedente, che trasforma il film e il pilot della prima stagione in opere aperte (il resto non conta più) il delitto mitopoietico è stato cancellato. Siamo su un binario nuovo. Non si sa il come e il perché, tanto meno il quando (What year is this?). L’intero episodio pare ricoperto da un talco rosa che forse è polvere. Tutto è piano, apodittico, minaccioso e piatto. Il corpo di Carrie apre una porta, oppone una resistenza d’ufficio, si lascia motivare – quel tanto che basta – e scarrozzare, accompagna Dale a un’altra porta che aumenta il senso di tranello latente (Chalfont/Tremond, nomi nudi ben noti a chi conosce la serie a menadito). Poi, su una strada umida, di notte, un dubbio e un riverbero inconscio, alle soglie del cognitivo. E quell’urlo lancinante con le luci di casa che saltano. O pulsano. Comunque sia, dopo è buio.

Carrie Page porta con sé una pagina nuova, una tabula rasa. E’ l’antico che si fa vettore di un nuovo sconcertante in quanto privo di qualsiasi bussola. A maggior ragione poiché si presenta in una veste sottotono, un’ordinarietà che confina con lo squallido. Carrie Page è una radio da chissà dove che lancia segnali disturbati. La mia preghiera laica è che continui a farlo finché potremo tendere l’orecchio.