occhiali a specchio

assedio dei Pine Lights in Pelts (2006)

Per parlar d’altro. Il 24 febbraio 2022 è uscito al cinema il primo film di Dario Argento in dieci anni, Occhiali neri. Facile immaginarsi quante persone non incollate alla propria bolla di notizie abbiano deciso di andarlo a vedere. Io ho avuto il privilegio di farlo qualche giorno prima, alla Berlinale. Ma questa non è non una recensione. È un’orecchia su Dario Argento come sfornatore di fette di torta.

“Some films are slices of life, mine are slices of cake”, diceva Hitchcock, al quale Argento è stato subito accostato dopo il successone dell’Uccello dalle piume di cristallo (1970), uno di quei rari film capaci di creare un genere, un sottogenere, un marchio di fabbrica – e fan a josa. L’aforisma è adattabile anche al regista e sceneggiatore romano, bravissimo a fendere e affettare corpi umani anche se non sempre specchiato nella sua visione d’insieme. Alcuni suoi film regalano una raffica di fette di torta, altri meno, e ci sono fette destinate a scomparire sotto il peso di personaggi indigeribili, dialoghi abborracciati, buchi nella trama, sbavature da capelli dritti in tempi di politicamene corretto (e non è un caso che lui e Polański siano così, nel senso degli indici). Prima di vedere Occhiali neri mi son fatto un ripassone dell’Argento più opaco, scoprendo fette clamorose. Ecco un percorso zigzagante degno d’un pasticciere trotkzista.

Dario Argento ha sempre giocato col personaggio “Dario Argento”. Risale al 1973 una modesta batteria di quattro episodi per la televisione, La porta sul buio, realizzata insieme a Luigi Cozzi, Mario Foglietti e Roberto Pariante. Argento ne sforna un paio, ma soprattutto non manca di introdurre l’episodio di turno con qualche innocua battuta che morpha Hitch nello Zio Tibia. Testimone oculare non regge più dopo cinquant’anni, ma nel prefinale con home invasion si vede lo zampino argentiano. Discorso diverso per Il tram, secondo dei quattro, che Argento ha diretto sotto lo pseudonimo di Sirio Bernadotte. Per quaranta dei suoi cinquanta minuti è quasi una commedia romanesca retta sulle spalle e i tic dell’ottimo Enzo Cerusico, poi piomba in dieci minuti di Argento purissimo nella stazione dei tram, con sottofondo jazz. L’inghippo che risolve la trama, e che va scoperto anche nel 2022, rientra in pieno nella tradizione “percettviva” dei film di Argento in cui c’è un dettaglio che non torna, da esperire di nuovo per chiudere il cerchio. Non sorprende che di lì a due anni, dopo essersi pure smazzato un film storico con Celentano, Argento abbia fatto Profondo rosso. Gli anni Ottanta vedranno il picco dei fasti argentiani e persino una sua comparsata fissa televisiva, nella trasmissione Giallo, in cui infarcisce le sue ciarle ipnotiche e un po’ burine con brevi video che mettono in scena i suoi incubi (in uno compare pure il Dylan Dog numero 3). Una bella coda di questa tradizione presenzialista è proprio rappresentata dalle proiezioni di Occhiali neri alla Berlinale 72, introdotte dal faccione di Argento che si fa un clippino casalingo à la Lynch.

Restando in ambito televisivo, Ti piace Hitchcock? (2005) è una delle sceneggiature più tonde scritte da Argento insieme a Franco Ferrini. C’è tutto: la fiaba minacciosa nell’intro con le presunte streghe nella cascina, il colpo di scena vero, l’omaggio tecnico e contenutistico a Hitch (Rear Window, Strangers on a Train, North by Northwest) e soprattutto la celebrazione del voyeurismo inteso come pratica di stupore e grimaldello di scoperta. Il finale, che monta tutte le scene in cui il protagonista Elio Germano “è rimasto a guardare”, sta lassù insieme al famoso assemblaggio di scene tagliate in Nuovo cinema Paradiso. Non solo. Come spesso accade in Argento, ci sono i primissimi piani di strani marchingegni, come se la camera s’infilasse tra gli ingranaggi. Qui abbiamo un vecchio ascensore di legno e la serratura di una porta. In Nonhosonno (2001) c’è una segreteria telefonica. Ciliegine sulle fette di torta.

Sempre piccolo schermo, ma all’americana, la straordinaria partecipazione di Argento alle due stagioni di Masters of Horror (2005, 2006) architettate da Mick Garris. Dopo una vita passata a ingaggiare protagonisti anglofoni per vendere meglio i film all’estero, e dopo un paio di discrete esperienze americane (Il gatto nero, Trauma), con Jenifer e Pelts Argento riesce a inserirsi a meraviglia in un meccanismo professionalissimo (effetti speciali di Greg Nicotero) capace di azzerare la sua inevitabile tendenza all’amatriciana. Soprattutto con l’adattamento di Pelts, favola antipellicce da far accapponare la pelle, Argento molla una martellata e colpisce il gong sulla pertica. È forse la prima volta, con tutto il rispetto, che riesce a spaventare anche in ambito paranormale. Si sa che Argento ha fondamentalmente due vene: il “giallo”, cioè un thriller truculento con trama whodunit spesso intorcinatissima, e l’horror in stile Suspiria, che come si vede in Inferno (1980) preferisce divagare, cercare l’effetto, magari spiazzare e schifare, ma di rado fa davvero paura. I due film appena citati sono poi responsabili di una buona percentuale dell’immaginario sclaviano applicato a Dylan Dog, perché Argento al massimo della forma diventa i fratelli Grimm in un corpo solo.

Io i suoi film ho iniziato a vederli in maniera strutturata nei primi anni Novanta, ai tempi dei videoregistratori, quando Quattro mosche di velluto grigio era irreperibile (girava solo una registrazione antidiluviana su ReteQuattro) e Tenebre, per via del braccio mozzato di Veronica Lario, scomparve di colpo all’insorgere del berlusconismo. L’ultimo film suo visto al cinema prima di Occhiali neri era Trauma (1993), che con le sue teste staccate e mormoranti è l’anello di congiunzione tra l’Argento pigliatutto e la crisi carsica che lo accompagna da trent’anni.

Sta di fatto che i dolori iniziano con La sindrome di Stendhal (1996), film mezzo fiorentino e mezzo romano dalla trama spaccata in due – del resto vuol rifare Vertigo – con un passaggio di testimone (o coltellaccio) che ricorda Tenebre. Fetta tra le fette, come sempre quando c’è, Asia Argento qui nei panni di una commissaria imberbe alle prese in tutti i sensi con un maniaco interpretato da Thomas Kretschmann, già vampiresco. Gli effetti speciali non truculenti sono così brutti da diventare belli, e anche se la trama non sta in piedi c’è almeno una bella scelta delle location più squallide (una costante).

Il fantasma dell’opera (1998) è inguardabile fuori dal contesto degli anni Novanta e dell’idea di un’ennesima versione di un classico paradossalmente reazionaria rispetto a quella di De Palma. Argento scrive la sceneggiatura insieme e Gérard Brach, braccio destro di Polański, un tandem che sfocia in una marea di topi – anche nella patta di Julian Sands – con tanto di comprimari comici dediti alla caccia al sorcio a bordo di un veicolo steampunk. La fissa di Argento per l’opera, confermata dall’omonimo film (un’opera heavy mental, altro che rock) e da una scenetta di Giallo, qui tocca il fondo.

Nonhosonno (2001) è il secondo dei film torinesi di Argento, insieme a Ti piace Hitchcock?, Giallo e ovviamente Profondo rosso. Pensato a tavolino come un ritorno alla grandissima, con Lucarelli a dare la malta sullo script insieme a Ferrini, il film può vantare un Max von Sydow ben servito dai dialoghi, una filastrocca trucida scritta da Asia e una scena di ammazzamento col corno inglese che una volta vista non ti si scrosta più dal cervello. In compenso la sceneggiatura contiene assurdità palesi, a partire dalla famosa sequenza iniziale sul treno, e la suspense sta a zero perché si capisce quasi subito chi è l’ammazzasette. Il cartaio (2004) conferma il periodo di stanca con una tramina romana che voleva strizzare l’occhio a internet, oggi miseramente incartapecorita (senza manco essere archeologica). La colonna sonora unza-unza getta le basi per quella di Occhiali neri.

La terza madre (2007) nasce con l’intento-cofanetto di chiudere la trilogia di Suspiria e Inferno (e non Tenebre, come spesso si pensa confondendosi con la Mater Tenebrarum), e infatti lo fa. I riferimenti filologici al film del 1980 sono impeccabili, molto meno l’ambientazione romana col caos infernale simulato sullo sfondo (passanti che s’ingiuriano: embe’?). Nel complesso, un groviera. Peccato, perché oltre ad Asia c’è anche Daria Nicolodi nei panni di uno spettro e la sequenza iniziale coi demoni ha un che di laido e viscerale. Da brividi una scena lampo, sempre per strada, con una madre assassina senza appellativo latino. L’esplorazione della villa nel prefinale fa sbadigliare invece di terrorizzare come ai tempi di Profondo rosso.

Giallo (2009), da molti considerato il nadir argentiano, è un film di rara stranezza, molto americano, in cui al contrario di Pelts si nota un Argento col freno a mano e la pistola alla tempia. Innanzitutto, forse per la prima volta da quando è sulla piazza, Dario si ritrova davanti all’obiettivo due attori seri, pure polańskiani, cioè Adrien Brody ed Emmanuelle Seigner. La trama, incentrata sul body shaming, è indifendibile, e lo stesso vale per l’assurda scelta buñueliana di far interpretare due ruoli diversi, e antagonisti, a Brody. Che conciato da malfattore “giallo” (causa epatite C dalla nascita) sembra Carlo Delle Piane. Guadagnino deve aver preso appunti per l’utilizzo di Tilda Swinton nel suo rifacimento pretenzioso e gnè gnè. Un altro aspetto contenutistico che rende Giallo un brutto pastrocchio è la stigmatizzazione della malattia, con Brody-ispettore che scopre i farmaci di Brody-cattivone e li butta via. Si salvano una location (usata male: un gasometro) e il flashback col bimbo che ammazza il macellaio davanti al carabiniere.

Anche il goliardico Dracula 3D (2012) ha pochi estimatori. Un po’ come Twixt (2011) di Coppola, visto oggi sembra roba degli anni Cinquanta, quando William Castle vendeva biglietti promettendo sorprese extra-schermo. E infatti, per quanto possa essere immersivo in 3D, chi lo può più guardare in 3D? Se fosse andato bene avrebbe accelerato la realizzazione di The Sandman con Iggy Pop (dopo il Meat Loaf di Pelts), e invece è andato malissimo, la questua tra fan per fare The Sandman è andata benino ma nessuno sa più che fine hanno fatto quei soldi, e insomma gli anni Dieci hanno rischiato di inumare il Grimm italiano che con questo diorama transilvano fa più ridere che altro. Certo, il massacro nell’osteria meriterebbe di essere trasmesso in mondovisione. Qui gli effettacci hanno la meglio rispetto al digitale de noantri, e poi ci sono mosche a non finire come in Phenomena e una pallottola al rallentatore che ricorda La sindrome di Stendhal (quel che di buono c’è in-) e soprattutto il gran finale delle Quattro mosche. La mantide gigante che compare per venti secondi è teogonia senza macchia.

Occhiali neri è una sceneggiatura vecchia di vent’anni ripescata da Asia e aggiornata alla meno peggio. Il furgone bianco riporta alla mente l’anonimato del taxi di Giallo, ma la cosa che sorprende di più è la romanità di questa tramina. Niente attori esteri, persino il titolo internazionale ondeggia indeciso tra Dark Glasses e Black Glasses. Pare di essere tornati alla Porta sul buio. Saltando a piè pari i buchi di sceneggiatura e le location – purtroppo – belle ma usate male, vedi la sede dell’ente dighe, la fetta di torta di questo Argento anni Venti è la seconda parte, quando noi spettatori ci ritroviamo di notte in un boschetto, c’è dell’acqua, ci sono delle canne – e dei serpenti d’acqua! – e tornando sull’asfalto ci s’imbatte nell’auto di un cacciatore. Occhiali neri è bello perché è un giallo finto, pure svogliato: in realtà è una favola triste. Speriamo non l’ultima. Ti piace Argento?

Ken

KP 35, Il sentiero dei giganti, p. 3, disegni di Giovanni Cianti.

Kenneth B. Parker, il Jeremiah Johnson del fumetto italiano. Una saga arzigogolata che ha tenuto banco per quarant’anni e un baffo, dal 1974 al 2015. Molto più di un western malinconico e revisionista, rovescio ombroso della rettitudine senza macchia di Tex. Berardi & Milazzo ci si misero quando il western era ancora il genere di default del fumetto italiano, almeno quello bonellide, e finirono per inventare la graphic novel nostrana degli anni Ottanta. Ma andiamo per ordine.

Sebbene il primo numero uscito per la Cepim (cioè Bonelli) rechi la data del giugno 1977, dalla tavola a p. 86 si evince che Ivo Milazzo ha cominciato a lavorarci nel 1974. Una bella rincorsa precauzionale dovuta alla sua proverbiale lentezza, superata forse solo da quella di Villa o Castellini. I primi otto numeri fotografano la crescita del duo: lo stile di Milazzo si evolve a vista d’occhio maturando in corrispondenza di Sotto il cielo del Messico (n. 7), Giancarlo Berardi raffina e varia le trame creando una prima saga nella saga tra i nn. 4 e 8, dominati dalla figura di Donald “il fortunato” Welsh. L’omicidio a Washington che dà il nome al quarto episodio è perpetrato da lui, killer al soldo dei sudisti estraneo a qualsiasi prurito etico e con un genio empirico che ai lettori Marvel non può non ricordare quello di Bullseye. Lo stile di Ken Parker s’impone mediante colpi di scena (Ken impallinato alla fine del n. 4), traiettorie zigzaganti (Chemako, il n. 5, digressione tra le nevi di un Ken smemorato che vive con gli indiani Hunkpapa, si sposa, affida i due figliastri a una donna bianca in seguito alla morte della moglie) e una caccia ossessiva tra il Messico e San Francisco che fa dei numeri 7 e 8 un gioiello di avventura fumettistica. Unica parentesi il sesto albo, Sangue sulle stelle, illustrato da Giancarlo Alessandrini. A quaranta e passa anni di distanza non è più uno spoiler descrivere come muore Welsh. Dopo aver messo in ginocchio un’intera guarnigione con del gas esilarante preso da un dentista, l’assassino fugge dalla zecca con un pallone aerostatico, butta giù i due complici a mo’ di zavorra ma finisce nel mirino del “lungo fucile” ad avancarica di Ken, che mette a segno il suo unico colpo forando la mongolfiera. Le traiettorie dei due si uniscono nell’acqua marina, dove Ken accoglie il nemico giurato e l’accoltella durante una breve colluttazione subacquea. Fine secca.

Lo stile di Berardi & Milazzo fracassò tutte le regole di buona creanza del fumetto italiano. Milazzo con la sua eleganza sempre più essenziale, quasi un’unica linea di Cavandoli che s’imbizzarrisce disegnando il necessario. Berardi con la sua laconicità, i suoi tagli, ma anche la propensione al lirismo e una passione inarrestabile per il giallo classico, destinata a trovare ampio sfogo in Julia. Il “tutto tondo” bonelliano, quello monolitico di Tex, favolistico di Zagor o più lazzarone alla Mister No mancava del tutto. Ma al duo mancava soprattutto il tempo, e l’esperienza sfiancante della prima serie targata Cepim, di 59 numeri in teoria mensili, mise in chiaro che Ken Parker non era una bestia da griglia predefinita.

Con la saga, o meglio la ballata di Pat O’Shane (numeri 12-15) Berardi ideò una seconda, ideale graphic novel (meno trascinante della prima), dopodiché trovò in Maurizio Mantero un valido collaboratore alle sceneggiature. Il numero 25, Lily e il cacciatore, è un nuovo gioiello sommerso dalle nevi del Montana. La vera protagonista è una cagnolina arruffata intelligentissima che salva la vita a un Ken colpito da una freccia e da una lancia, praticamente morto, che nel delirio s’immagina di essere alla corte di Re Artù. Le pagine di pura fantasia danno a Milazzo l’occasione di sperimentare con le tinte fosche e nebulose (che agli occhi di oggi ricordano il primo Stano), creando un’atmosfera fuori dal tempo che negli anni a venire sarebbe stata ricreata dal tocco gentile di Giorgio Trevisan. L’albo 26, Pellerossa, è significativo per i disegni. Esordio in Bonelli per Carlo Ambrosini con soccorsi di Ivo Milazzo da p. 73. Stili diversissimi semplicemente deposti uno accanto all’altro – per problemi di tempo – quindi non una collaborazione sulle stesse tavole, ma una netta divisione del lavoro. Con l’arrivo del Ken Parker Magazine della Parker Editore negli anni Novanta questa idea bizzarra sarà normalizzata, con avventure disegnate anche a otto mani ma senza scarti qualitativi visibili.

Il nuovo capolavoro arriva col numero 30, Casa dolce casa (Berardi & Milazzo), in cui Ken torna dai genitori e s’immischia in brutti affari insieme a un amico d’infanzia. Storia all’apparenza classica, ma dolente e spietata nello spirito della serie. Si capisce inoltre che da “Lungo fucile”, il primo episodio che vide la morte del fratello di Ken, sono passati otto anni. Un senso di spessore e continuity allora in aperta rottura con l’eterno presente dei costrutti Bonelli. Col 35, Il sentiero dei giganti, arriva un giovane sceneggiatore di nome Tiziano Sclavi che si stava facendo le ossa su Zagor. Il soggetto è di Berardi, ma si coglie subito un registro diverso nella narrazione per tavole. Sclavi dà indicazione a Cianti di far incontrare Arnold Schwarzenegger con Jean Gabin in questa storia di vaudeville che imbocca un lungo tragitto nevoso. Sclavi gioca con l’assenza di balloon come se togliesse il suono a una pellicola (mentre per Berardi il silenzio è inevitabilmente lirico), ama le ripetizioni e tratteggia un forzuto dal cuore d’oro che sembra scemo ma legge Hawthorne. A p. 63 interviene Milazzo al posto di Cianti, ennesimo avvicendamento-cesura con disegni scarnificati ed espressionisti che peraltro sconvolgono la resa del culturista Franz Magnus. Incredibile ma vero, funziona tutto comunque.

Funziona molto meno il 41, Alcune signore di piccola virtù, sempre sceneggiato da Sclavi su traccia di Berardi ma mal disegnato da Tarquinio. E funziona poco, malgrado l’ottima reputazione, anche il 36, Diritto e rovescio, altra storia “di teatro” che inizia notoriamente con la parola “fine!” e introduce un tema allora scandaloso, cioè il travestitismo (di fatto collimante con l’omosessualità). Questo albo si va ad aggiungere a una serie di involontari scivoloni berardiani, che sopratttutto nei primi episodi si fanno beffe delle persone effeminate e persino dei neri, ridotti a macchietta o trattati con sufficienza dal protagonista. Una stortura che s’aggiusterà con gli anni.

Lo dimostra l’albo forse più bello della serie classica, Adah (n. 46), con un Milazzo scatenato a colpi di acquerelli e un Berardi che adotta il punto di vista di una schiava nera sulla strada dell’emancipazione, strada lunga e sanguinosa che la porterà ad ammazzare un “Klansman”. Ken appare solo da p. 75 imbattendosi nella donna in fuga, che non sa di essere innocente grazie all’amnistia del presidente Johnson. Uscito nel febbraio del 1982, Adah non è invecchiato di un briciolo. E parlando di storie impeccabili, lo stesso vale per Boston (n. 54), l’albo che vede il ricongiungimento di Ken con la famiglia creatasi alla fine di Chemako. Qui Berardi è come se scrivesse due fumetti al posto di uno, interpolando una “detective story” sul treno Transconinental in cui Ken viaggia clandestinamente. Le trenta tavole centrali sono al contempo un omaggio e una parodia dei gialli classici (Holmes, Poirot, Ellery Queen…) che l’autore dimostra di conoscere a menadito. A questo s’aggiunge una sottotrama scimmiesca che cita King Kong in maniera geniale e inaspettata.

Sciopero (n. 58) è l’ultima vera zampata di Berardi & Milazzo. “Piallato”, come direbbe lo sceneggiatore, fin nei minimi dettagli tanto da uscire con mesi di ritardo (annunciando la chiusura della collana), l’episodio vede un radicale change of scenery, dalla natura alla città industriale, e contiene la scena più ribadita via analessi nei decenni seguenti, in quanto cambia il destino di Ken. Durante una manifestazione operaia che vede l’intervento sanguinario della polizia in stile Peterloo, Ken reagisce lanciando un coltello che finisce dritto nel pomo d’Adamo di uno sbirro. Da quel momento, Kenneth B. Parker diventa un fuggitivo. E da quel momento, Berardi & Milazzo decidono di abbandonare la serialità bonellide optando per episodi più brevi, su rivista, in grande formato, persino colorati come la tetralogia (con comica finale) de Il respiro e il sogno.

Il ritorno in Bonelli coincide con la seconda metà della serie Ken Parker Magazine (36 albi in tutto) e si accompagna a quattro speciali, dei quali il primo, I condannati (1996), è l’unico ad azzardare il proseguimento della saga. Scritte da Berardi e Mantero e magnificamente disegnate da Pasquale Frisenda e Laura Zuccheri, queste 180 pagine vedono Ken carcerato nell’inferno delle Everglades, con scene “grafiche” di rara potenza. Nel finale, il detenuto Parker trasporta il feretro di un compagno, un giovane omosessuale ex amante del direttore della prigione, morto suicida. Passeranno quasi vent’anni prima che Berardi & Milazzo decidano di spingersi oltre, in termini cronologici, nella vita di Ken. Lo hanno fatto nel 2015 con Fin dove arriva il mattino (Mondadori Comics, cinquantesimo e ultimo numero della ristampa complessiva), ben recensito qui da Michele Ginevra.

Rarissimo caso di fumetto d’autore con un andamento carsico all’interno del mainstream editoriale, le redini sempre saldamente in mano alla sua coppia di creatori, Ken Parker è stato anche un laboratorio di talenti e uno schiaffo alle logiche più ingessate della Bonelli – pur dando il meglio di sé in forma bonellide. Quando ho conosciuto Ivo Milazzo nel 2017, a Più libri più liberi, mi sono commosso. Lo spirito di Sciopero è il suo, altro che Redford faccia d’angelo, altro che escapismo nelle terre selvagge. La cosa sconvolgente, in Ken, è che è tutto vero, e tutto attuale.

KP 35, Il sentiero dei giganti, p. 84, disegni di Ivo Milazzo.

Una pessima annata (pure per Dylan Dog)

Sono uno di quelli che hanno ripreso a leggere Dylan Dog nel 2013. Uno iato di quasi vent’anni, col primo cedimento al giro di boa del numero 100. Ricordo ancora quanti mollarono la testata, un po’ per saturazione dopo la sbornia iniziale, un po’ perché sembrava che fosse Sclavi a volerlo, scrivendo un “albo definitivo” da lasciare sempre in fondo allo scaffale. Questo pur continuando a regalarci alcuni titoli notevolissimi prima del “Progetto” (n. 176), che segna per certi versi il punto di non ritorno sclaviano, nella sua ossessione ufologica che vale anche come un tentativo di eliminare Dylan una volta per tutte. Vedi anche il finale aperto, ovviamente “poetico” di “Ascensore per l’inferno” (n. 250), ultimo contributo del Tiz per il ventennale. Sia ben chiaro, Tiziano Sclavi è a mio avviso uno dei migliori scrittori italiani viventi, e la sua forza è data proprio dalla fragilità che trasmette sia ai personaggi, sia alla struttura organica, caduca delle sue storie e delle sue trame. Imperfezione, ma anche depressione profonda e una luce in fondo al tunnel tenue e incerta. Lo si vede a meraviglia in quello che è forse il suo capolavoro recente, “Dopo un lungo silenzio” (n. 362), che riprende “Il fantasma di Anna Never” inteso come manifestazione dylandoghiana dell’alcolismo e riesce a far piangere più volte nel giro di un centinaio di tavole. Senza bisogno di grandi effetti speciali. Duole constatare invece come “I racconti di domani” siano un tentativo inutile, reso persino antipatico dal marketing bonelliano (cartonati di 64 p. a quasi venti euro, zero distribuzione in edicola).

Ma nel 2013 ho ricominciato a comprarlo, DYD, recuperando addirittura in negozietti di seconda mano il meglio della produzione persa per strada. Le storie di Medda, qualche Barbato, tutto Recchioni. Perché era stato “Il giudizio del corvo” (n. 311) a fulminarmi e a motivare l’attesa per la nuova gestione, divisiva sì, boriosa senza dubbio, comunicativamente esagerata – il contrario di Tiz – ma almeno foriera di un cambio di rotta. Le storie isolate di Recchioni raggiungono livelli altissimi. A cominciare da “Spazio profondo”, graphic novel apripista, passando per “Il cuore degli uomini” (n. 342), fino ai suoi due albi (nn. 387, 399) del ciclo della meteora. Non entro nei dettagli della presunta rivoluzione recchioniana. Mi limito solo a sottolineare l’importanza, per la credibilità stessa del personaggio, di quanto compiuto col n. 342. Il vero, urgente ammodernamento di Dylan Dog è infatti la cancellazione di uno degli aspetti più antipatici del personaggio sclaviano anno 1986, cioè il suo lato maschilista per giunta giustificato dall’idea che lui, l’eroe romantico, tutte le volte s’innamori e tutte le volte venga mollato. Col “Cuore degli uomini” scopriamo le cose come stanno, cioè che anche a Dylan piacciono le botte e via, e che proprio quelle, da trent’anni, gli riescono a cadenza quasi mensile. Detto ciò, gli albi più belli della cosiddetta fase due portano le firme di Alessandro Bilotta, Ratigher e Fabrizio Accatino. E Bilotta, mediante gli speciali, è di fatto l’unico a portare avanti l’idea migliore, ma anche più difficile da realizzare, della gestione Recchioni, cioè una visione autoriale del personaggio secondo cui gli “universi paralleli” non sono definiti dal pensionamento o meno di Bloch, bensì dalla penna di chi scrive e dalla versione di Dylan Dog che l’autrice, o l’autore, riesce a tessere. Bilotta unica eccezione in questo senso insieme ad Ambrosini, e non è un caso che l’ultimo speciale (“La grande consolazione”), che li vede insieme e trasforma “Attraverso lo specchio” in un’opera aperta, sia straordinario.

Recchioni, e lo dico laicamente da lettore estraneo al tifo da stadio dell’ambiente fumettistico, è andato a sbattere contro il muro della sua promessa più grande: un ciclo “fine di mondo” e il “nuovo inizio” che coincide col gennaio 2020. Innanzitutto il ciclo della meteora, rimandato troppo e scritto a comando da una Paola Barbato (& co.) cui è stato solo concesso il contentino, in “Chi muore si rivede” (n. 398), di tirare le fila di alcuni suoi personaggi sparpagliati nell’arco di centocinquanta numeri e passa. Mossa di continuity così raffinata da risultare incomprensibile, anzi un boomerang che mette in evidenza da quanto tempo Barbato è considerata la nuova promessa di DYD, e quanto poco in realtà abbia fatto per sviluppare il personaggio. Pur rimanendo una sceneggiatrice di grande mestiere. E il mestiere, nel ciclo della meteora, si vede tutto, dimostrando come la gabbia bonelliana – 94 tavole al mese: un’enormità – possa ancora riservare sorprese e progetti ambiziosi. Oltre ai “migliori disegnatori italiani”, come recitava la pubblicità di Dylan Dog già nel 1986.

Dal n. 399, “Oggi sposi”, fino al n. 406 (“L’ultima risata”), Recchioni ha avuto otto mesi di tempo per dimostrare che la rivoluzione annunciata non era un bluff. Passi la boutade del matrimonio con Groucho, che da marito di un uomo vedo come una provocazione tesa a riempire un cratere all’interno del mondo bonelliano. Passi anche un finale copiato pari pari da Lars von Trier – ma anche il Tiz copiava, citando Umberto Eco nel farlo. E chapeau al bel numero 400 che, sulla scia di Apocalypse Now, taglia la testa a Kurtz/Sclavi. Il problema è che il “nuovo inizio” non è nuovo, e questo toglie qualsiasi credibilità anche al pathos di plastica del ciclo della meteora. Il nuovo inizio secondo Roberto Recchioni è in realtà un rimescolamento di carte.

Il “rilancio” di Dylan altro non è che una restaurazione ordinata. Recchioni prende vari elementi sclaviani, li depura da qualsiasi aspetto provvisorio o casuale e li integra con i propri contributi al “canone”. Fin dai tempi di John Doe “rrobe” ha dimostrato di essere un maestro nel pescare dalla scatola degli attrezzi dell’arte fumettistica, usando ogni figura retorica disponibile. Si pensi, di nuovo nel contesto dylandoghiano, al geniale retcon del clarinetto nella sua riscrittura dell’Alba dei morti viventi, che rimedia a una falla di sceneggiatura. Del resto, rileggendoli oggi i primi numeri di Dylan Dog sono pieni di incongruenze, in particolare quando emerge il tema del padre del protagonista. Con Recchioni al timone questo non succede. Peccato tuttavia che a volte la struttura disegnata a tavolino spicchi più della storia in sé. L’esatto contrario degli inciampi umani, troppo umani di Tiziano Sclavi.

Il mio giudizio di lettore è ovviamente influenzato da preferenze personali. L’idea di togliere di mezzo Groucho mi è piaciuta subito e ho ingenuamente creduto che il suo – persino doppio! – ammazzamento fosse definitivo. Così come la mia predilezione per Gnaghi, personaggio che non può reggere una serialità lunga, si è scottata nel numero 406. Ma il vero problema non è la spalla di Dylan, bensì il format stesso della testata. Dal numero 401 al 406 abbiamo assistito a una metamorfosi: da un Dylan effettivamente diverso, alcolizzato e barbuto (anche in senso metaforico), alla solita sbobba – ma con tutti i personaggini al loro posto. Ecco allora Bloch “papà” e soprintendente illuminato, Rania ex moglie (per evitare la sindrome di Martin Mystère), Mater Morbi che collima con Anna Never, Lord Wells fatto fuori in due tavole (Sclavi l’ha sempre detestato). Persino il mostro del dottor Hicks, dimenticato da Tiz e Mignacco alla fine del n. 14, beneficia di un repentino comeback al solo scopo di… vomitare Mana Cerace e schiattare. Tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, se mai ce ne fosse bisogno, ma a condizione che questa sia davvero la nuova strada intrapresa dalla testata. Sono sicuro che Recchioni tiene nascosto nella manica un buon asso per spiegare, prima o poi, cosa è davvero successo alla fine del n. 399, ma la verità è che nel corso di quest’anno la Bonelli ha fatto una scelta editoriale più eloquente di cento albi rivoluzionari non cantati da nessuno. Ha trasformato in bimestrale l’OldBoy, cioè la collana-scialuppa in cui la rivoluzione non è avvenuta e tutto si trascina come ai tempi della direzione di Marcheselli o Gualdoni. Questo vuol dire che invece di tre storie ogni quattro mesi, ne escono due ogni due, quindi dodici l’anno. Esattamente come la serie regolare. Quindi, mentre l’OldBoy riscalda la minestra – che evidentemente continua a piacere molto – la serie ammiraglia, invece di osare, propone un puzzle di elementi già noti. Che cambiano posizione quel minimo da far dire “così ha più senso”, ma non modificano l’immagine finale, quella della copertina del n. 407, ed è un’immagine di restaurazione totale. Si potrebbe obiettare che gli universi sono diversi e paralleli – un gioco che da sempre piace a Sclavi, per quanto pigro e dal fiato corto – però nei fatti abbiamo una testata che continua a produrre molto, forse troppo, “more of the same”. Probabile che questa situazione non si sarebbe determinata se la rivoluzione tanto attesa fosse stata tale e soprattutto premiata dalle vendite, che non si conoscono a parte l’exploit certificato dell’albo scritto da Argento e Piani.

Una pessima annata, quindi. Ora che Recchioni ha sparato le sue migliori cartucce e perfino il ritorno di Chiaverotti viene spacciato per un evento – lui, che a suo tempo Dylan Dog l’ha imbarbarito scrivendo a raffica per dare una mano a Sclavi – abbiamo un’impalcatura formalmente nuova a cui sono appese le facce di sempre. Un “nuovo Recchioni” all’orizzonte non si vede, e quel che è peggio si sta procedendo a pubblicare rimasugli di magazzino. Lo stesso Bilotta, interpellato su fb, non sapeva dell’imminente pubblicazione di “Una pessima annata”, in tutta evidenza scritto anni fa e aggiustato di recente per inserirsi nel nuovo corso. Ovvio, in ballo ci sono logiche industriali oltre che artistiche. Uscire tutti i mesi non lascia margine per rivoluzioni portentose, soprattutto col calo fisiologico dei lettori, ma annunciare grandi cambiamenti per poi limitarsi a qualche retcon e ad altri interventi cosmetici ha tutta l’aria di una presa in giro – per il lettore conservatore così come per quello avventurista e famelico di novità, svolte, cuori buttati oltre l’ostacolo. Dopo Il giorno della famiglia, Il giorno della marmotta.