Meteo

[Weather Report, 2 giugno 2020]

Se c’è una cosa che faccio tutti i giorni, cascasse il mondo, è guardare i due video pubblicati da David Lynch. Dall’11 maggio 2020, 318 giorni fa, ogni mattina – da noi le 16 – fa il punto sul meteo guardando fuori dalla sua finestra a Los Angeles (e leggendo le temperature su un qualunque sito di previsioni meteo). Dal 17 agosto 2020, 220 giorni fa, ogni mattina, circa un’ora dopo aver parlato di celsius e fahrhenheit, blue skies and golden sunshine, pesca una pallina da ping pong da un grosso barattolo di vetro dipinto di nero dalla base a metà altezza. Le palline sono dieci, numerate. Quella che esce previo giramento vorticoso (“Swirl the numbers”) indica il numero del giorno. Fine.

Il Weather Report è una vecchia idea risalente ai primi anni zero, quando Lynch aveva un sito .com, a pagamento, usato come vetrina di progetti sperimentali. A suo tempo, quasi vent’anni fa, usava una cam di quelle che avevamo anche noi, qualità infima e immagine sgranata, mettendocisi davanti sempre nella stessa posizione per alzare gli occhi al cielo e constatare lo stato delle cose. Ogni tanto, una variazione. Lui che legge Maxim indossando guanti da lavoro. Un pupazzo stile Mr Oizo al posto suo, sulla seggiola. Laura Dern in visita. Tra gli altri contenuti del sito, da tempo defunto, la miniserie Rabbits (inserita tra le schegge impazzite di Inland Empire) e un gioiellino in flash, il grottesco cartone animato Dumbland, quanto di più anale abbia mai fatto. Su Youtube non si trova più.

Prima di aprire il canale con l’aiuto della fedele produttrice esecutiva Sabrina Sutherland, Lynch stava su twitter. Ci sta ancora, con parsimonia. Via twitter annunciò nell’ottobre del 2014 la terza stagione di Twin Peaks, coordinandosi con Mark Frost in una storica sequenza di cinguettii. E già su twitter si coglie uno degli aspetti salienti del Weather Report, ovvero la ripetizione rituale. Ogni testo si apre con Dear Twitter Friends, cosa che ai tempi dei 140 caratteri se ne mangiava una bella fetta, caricando a dismisura le poche parole successive.

Cosa c’è sul canale a parte il meteo e il numero del giorno. Ci sono dei corti, per l’esattezza un’antologia di corti rari (Pożar, The 3Rs, Scissors, il video musicale I Have a Radio), una versione ampliata di Rabbits e alcune novità girate e montate in quarantena con mezzi semiamatoriali. Corti improvvisati in giardino (The Story of a Small Bug, Ball of Bees #1, The Spider and the Bee) e altri che ricordano gli inizi lynchiani pre-Eraserhead (The Adventures of Alan R., The Mystery of the Seeing Hand). C’è la serie, irresistibile, dei video What Is David Working On Today?, in cui il padrone di casa, noto appassionato di bric-à-brac, ci mostra un lavandino in legno, un orinale, un reggimicrofono e un reggicellulare (sempre in legno), delle litografie da firmare, delle braghe da rammendare, uno specchio, la boccia e le palline di cui sopra prima dell’avvio dell’estrazione giornaliera. Un video intitolato Thinking ci accompagna nel sottoscala, dove il vaso attende di entrare in azione. Per fortuna, questo corto d’atmosfera montato con qualche effetto visivo è l’unica cosa che si avvicina, senza citarla, alla follia settaria della meditazione trascendentale. Un’altra breve serie di video “lavorativi” (sempre introdotti da un cartello oscillante con tanto di trapano sullo sfondo) descrive la nascita del cosiddetto “incredible checking stick”, un bastone fatto in casa con elementi di spago e metallo che se puntato su un quadro ti aiuta a capire come procedere con la creazione. OK.

C’è anche un video di trenta minuti, isolato, in cui Lynch si lancia in un Q&A partendo dai commenti sul canale. E c’è quella che sembra una ripresa, buttata lì, di Dumbland in loop: How Was Your Day Honey? Durante il rapporto meteorologico ci può scappare la descrizione di un sogno, un consiglio musicale (soprattutto anni Cinquanta, ma anche i Beatles con A Day in the Life e Here Comes the Sun), qualche dichiarazione d’amore al legno e ai ruscelli, ingenui riferimenti alla politica americana. Regolarmente ci scappano auguri di compleanno agli amici – tipo Paul McCartney – e ogni tanto compare un cartoncino scribacchiato, sia esso per sostenere il movimento Black Lives Matter o per festeggiare San Valentino. Il 18 ottobre è rimasto zitto per un minuto di fila. Il 9 novembre ha scazzato di brutto il rito del numero, inquadratura compresa, con effetti esilaranti. Può capitare un video virato al blu o uno col suono distorto.

Stando a quanto afferma nei clippini, Lynch non è uscito di casa una sola volta dallo scorso maggio, con l’eccezione del doppio giro per vaccinarsi. I due video quotidiani sono statici, quasi sempre la medesima inquadratura (con un doppio cambio dal 7 novembre per questioni di luce naturale). Durante l’estate sono apparsi degli occhiali da sole terapeutici che ormai non si toglie più e che garantiscono una mise en abîme di riflessi con gli schermi. Il respiro è spesso udibile, corto. La barba, dal 2021, in crescita incontrollata. L’estrazione del decalotto avviene di solito con un cappello fluorescente da cowboy, giallissimo, calato sulla folta capigliatura bianca.

Il 31 gennaio, un’altra birbonata in stile bastone da creazione. Annuncia un annuncio per il giorno successivo, web in delirio, poi si scopre che l’annuncio doveva in teoria segnare la fine dei clippini ma David ha cambiato idea grazie ai tanti commenti, va avanti imperterrito finché ce n’è. L’entrata in produzione della nuova serie per Netflix, Wisteria / Unrecorded Night, è prevista per maggio. Lo si sa dallo scorso autunno per via ufficiosa, dettagli racimolati su testate per addetti ai lavori e in uffici polverosi deputati al deposito di titoli protetti da copyright. Il diretto interessato, da sempre maestro nel seminare indizi ingannevoli, non smentisce né conferma. Il mistero, per essere mistero, dev’essere misterioso e imperscrutabile. Se spieghi è la fine.

Eppure, il David Lynch Theater, tutto maiuscolo, non è fonte di mistero. Con la sua ossessiva, tranquillizzante ritualità, la sua ripetizione minimalista, random e innocua come l’estrazione di un numero tra 1 e 10, l’esposizione quotidiana di un uomo di 75 anni, fumatore incallito, è un esperimento di trasparenza. Un gesto di vicinanza da parte di chi, raccontando una storia, ama incrinare il lieto fine. Scuotere il puzzle. Negare qualsiasi conclusione logica, qualsiasi closure da blockbuster. In questo teatrino, che potrebbe benissimo essere quello della signora del radiatore, si respirano l’onestà e la lentezza di The Straight Story. Come andrà a finire, forse tra le stelle, non si sa. E che importa poi?

Conta la certezza. Di poter fare affidamento su questo canale in tempi di attesa slabbrata e confinamento. Conta sapere che domani mattina a Los Angeles, e domani pomeriggio in Europa centrale, un uomo in primissimo piano si sorprenderà per l’ennesima volta del quinto giorno della settimana: “If you can believe it, it’s a Friday once again”.

Krachtland

In una delle ultime pagine di Faserland (1995), il suo romanzo d’esordio, l’io narrante di Christian Kracht sostiene di non essere svizzero. Uno strappo forse indispensabile, oltre che giocoso, per prendere le distanze da una macchina narrativa che nel corso degli anni farà sfracelli in termini di polemiche più o meno fondate. Sfracelli e proseliti, me compreso, reduce dalla rilettura del romanzo di cui sopra e dalla scoperta di 1979 (2001) e Die totale Erinnerung (2006). Sulla seconda metà della sua produzione taccio in questa sede, anche se è col pensiero all’imminente pubblicazione di Eurotrash che ho ripreso a mano i vagabondaggi krachtiani.

Quando lo lessi per la prima volta nove anni fa, Faserland mi colpì per la prosa fluida, “orale”, la capacità di sintesi e la visione del mondo riconducibile, anche se non sovrapponibile, alla solita scuola cool dei dandy Ellis, Beigbeder, Houellebecq. Assetato com’ero di Wenderomane, lo scambiai per un Wenderoman festajolo e sghembo, quando in realtà la traiettoria del libro parte da Sylt e approda in mezzo a un lago della svizzera tedesca passando per Amburgo, Francoforte, Heidelberg, Monaco, persino Mykonos. Niente Est crucco. L’ottica è robustamente occidentale, così come il narratore s’immagina il Medioevo in termini occidentali, l’occidente depravato del Giardino delle delizie di Bosch. Famoso per i suoi reportage, Kracht si guarda bene dal far bighellonare il suo protagonista nei “nuovi Bundesländer”, anche se la sua mobilità da giovane Fitzgerald condannato al Crack-Up, di club in club, di party in party, non può a posteriori che confermare alcuni stereotipi sulla Germania neoriunificata. Un immaginario berlinese senza Berlino. Il romanzo dura quelle 150 perfette, senza un filo di grasso, e le stoccate astiose contro l’SPD sono tuttora esilaranti.

1979 è un altro pianeta. Malgrado il gusto per il namedropping musicale e camp, il libro non c’entra nulla con Billy Corgan e si rifà alla rivoluzione iraniana del medesimo anno. Le prime pagine sembrano un proseguimento persiano di Faserland, con due protagonisti gay, peraltro antipatici, oziosamente in giro per Teheran e patentemente senza problemi di soldi – un po’ come l’io narrante di Faserland (etero come può esserlo un dandy). Poi si spalanca l’abisso. Niente spoiler, ma basti dire che l’arma segreta del romanzo – tradotto da Roberta Zuppet nel 2002 per Rizzoli – sta, usando il lessico lynchiano, nell’astrazione. Teheran diventa uno scenario fiabesco, cioè brutale, l’allucinazione collima con la realtà e lo sgangheramento di ogni logica nel prosieguo tibetano della trama va di pari passo con un senso autentico di orrore. Kracht non consola mai e sa ragionare per difetto (leggi: ellissi) come pochi, riuscendo a togliere senza essere tacciabile di codardia. My Prayer dei Platters funziona come un carillon diabolico in due capitoli lontanissimi tra loro, e chi ha visto l’ultima stagione di Twin Peaks non può che restare senza fiato.

La trouvaille di modernariato Die totale Erinnerung è un libro fotografico di Eva Munz e Lukas Nicol, impreziosito da una bella introduzione di Kracht. Il tema, allora in fase di hype ascendente (ora forse calante, causa scorpacciata), è la Corea del Nord il cui “caro leader” Kim Jong Il era ancora vivo e imperversava nella cultura pop occidentale, a cominciare da South Park. Il cartonato edito da Rogner & Bernhard è diventato un’autentica rarità, anche perché rispetto a Pyongyang di Guy Delisle non ha beneficiato di numerose ristampe (tutte meritate, visto che la graphic novel è un piccolo capolavoro). Le immagini in sé non sono più choccanti, con l’eccezione forse di una parete ricoperta da placche in marmo – o similmarmo – provenienti da ogni dove, donate al regime da circoli e comitati di fan dell’ideologia Juche. Il comitato portoghese di studio del kimilsunismo balza agli occhi con quattro mattonelle consecutive in un enorme mosaico che raccoglie omaggi in arabo, persiano, cinese, giapponese, francese, inglese (Long Live Kimilsungism), pure italiano (Circolo italiano per lo studio della Djouthé idea, fondato 7 X 1980 a Roma) con font mussoliniana. La shock value del libro è garantita dalle didascalie che tuttavia non spiegano cosa si vede in foto. Sono frasi prese dall’opera di riferimento della cinematografia nordcoreana, tradotta negli anni Settanta in numerose lingue: On the Art of the Cinema di Kim Jong Il. Le nove paginette a firma Kracht costituiscono un minireportage, forse invecchiato come le foto quanto a impatto pionieristico, ma il sarcasmo dell’autore resta affilatissimo – soprattutto quando se la prende non col regime e la mise en abîme delle sue messinscene, bensì con chi, in Germania, ne ha preso le difese, come la politica verde Luise Rinser quarant’anni fa. Die totale Erinnerung conferma la fascinazione di Kracht per i regimi totalitari e per l’assurdo che ne scaturisce.

Trovo sia imperdonabile che Faserland non abbia ancora trovato un editore italiano. L’eventuale recupero dipenderà anche dalle 224 pagine di Eurotrash, in uscita il 4 marzo – in tempo per una fiera di Lipsia che non si terrà. Il mio augurio di lettore è che Kracht non si limiti ad alzare di livello le riflessioni sulla Germania, applicandole acriticamente all'”Europa tedesca”. Se la Germania unita nel 1995 gli pareva una “grande macchina che si costruisce da sola”, l’Europa di un quarto di secolo più tardi merita, se proprio, una rappresentazione letteraria degna della sua complessità e delle sue crisi. Che Menasse sia in questo senso il minimo sindacale. Anche se, se di sequel vero si tratterà e se il titolo ha un’accezione più culturale che politica, non sarebbe male rimettersi alle calcagna del protagonista riccastro e viziato del primo romanzo, stavolta immerso nella vita notturna di Łódź a suon di disco polo. Brividi assicurati per tutte le scene di assembramento, poco importa se in club esclusivi o rave con le pezze al culo. E cappello a Kracht per la trovata pubblicitaria, slittata di un anno per i motivi ben noti. Quale? Questa:

[aggiornamento del 31 agosto: ho letto Eurotrash, non c’entra un’acca con Faserland ed è, più che brutto, superfluo]

Carrie Page

Ieri sera ho finito di vedere la terza stagione di Twin Peaks per la terza volta. Dopo le due visioni semipiratesche anno 2017, ho guardato uno per uno i dvd del cofanetto. Alla fine, quando Carrie urla udendo la voce di Sarah che grida Laura, m’è scappato un urlo anche a me. Di terrore puro.

Ovviamente non vuol dire nulla, se non che l’immersione audiovisiva in un racconto che ti piace può non avere limiti e suscitare, ogni volta, emozioni nuove o anche più forti rispetto alle esperienze già fatte. Eppure non posso nascondere la fascinazione crescente per il personaggio di Carrie Page e per l’universo in cui si muove a partire dalla “parte diciotto”, dopo il “crossing” di Dale/Diane/Richard/Linda. Niente teorie, niente lampadine che s’accendono tra un nesso e l’altro. Suggestioni. E l’auspicio che Wisteria le alimenti oltre.

Carrie è una persona normale. Le manca lo sfondo glamoroso della Red Room, la cosa più maledettista di cui dispone è un vecchio cadavere sul divano, non parla per enigmi, al massimo dice di aver sempre tentato di tenere la casa pulita. Ovvio, abita un corpo con una storia, che è quello di Sheryl Lee e quindi di Laura. Ma come sappiamo dall’episodio appena precedente, che trasforma il film e il pilot della prima stagione in opere aperte (il resto non conta più) il delitto mitopoietico è stato cancellato. Siamo su un binario nuovo. Non si sa il come e il perché, tanto meno il quando (What year is this?). L’intero episodio pare ricoperto da un talco rosa che forse è polvere. Tutto è piano, apodittico, minaccioso e piatto. Il corpo di Carrie apre una porta, oppone una resistenza d’ufficio, si lascia motivare – quel tanto che basta – e scarrozzare, accompagna Dale a un’altra porta che aumenta il senso di tranello latente (Chalfont/Tremond, nomi nudi ben noti a chi conosce la serie a menadito). Poi, su una strada umida, di notte, un dubbio e un riverbero inconscio, alle soglie del cognitivo. E quell’urlo lancinante con le luci di casa che saltano. O pulsano. Comunque sia, dopo è buio.

Carrie Page porta con sé una pagina nuova, una tabula rasa. E’ l’antico che si fa vettore di un nuovo sconcertante in quanto privo di qualsiasi bussola. A maggior ragione poiché si presenta in una veste sottotono, un’ordinarietà che confina con lo squallido. Carrie Page è una radio da chissà dove che lancia segnali disturbati. La mia preghiera laica è che continui a farlo finché potremo tendere l’orecchio.