Deleuze/Lynch

Cartellone del collettivo CHEAP dedicato a Blue Velvet. Bologna, marzo 2026.

Nel 1998, quando c’erano ancora la lira e il governo Prodi I, arrivai finalista al premio Adelio Ferrero di critica cinematografica con una tesina riciclata da un esame al DAMS. Il titolo, tra l’astruso e l’imbarazzante, era Corpo segnaletico vs. corpo disorientante. In sostanza mettevo in contrasto le rappresentazioni stereotipate del corpo del tipo what you see is what you get con le manovre scardinanti di Lynch e Orlan. A suo tempo salvato su un floppy, questo .doc antidiluviano è ancora custodito in una cartella del mio disco fisso, e si lascia aprire. Illeggibile, strattonato come molte cose giovanili dalle fisse del momento – Orlan si spiega perché leggevo la rivista Virus di Francesca Alfano Miglietti – questo residuato dei tardi anni Novanta va a braccetto con un’altra tesina, che dedicai interamente a Blue Velvet, e contiene i semi dell’ossessione per Deleuze che mi avrebbe spinto a terminare il corso di studi con una tesi sbilenca, filosofico-filmica, sulle pulsioni schiaffate sullo schermo.

Quest’anno il film più bello di tutti, che ancora m’ipnotizza e mi mette in soggezione, compie quarant’anni. Ricordo quando in quinta elementare, dopo aver visto il trailer con le natiche di Kyle McLachlan e lo slogan “Dalla mente malata di David Lynch”, diedi la buona novella al mio compagno di banco alle otto di mattina. Circolava un film porno chiamato Velluto blu, roba pesa! Deleuze pubblicò la sua tassonomia delle immagini cinematografiche in due tomi nei primi anni Ottanta. Un’opera ostica, opinabile, di fatto un diario da spettatore in forma di saggio. Quasi un letterboxd ante litteram con le categorie filosofiche al posto delle stelline. Oggi colpisce, credo, per l’ambizione strampalata e probabilmente superflua di infilare il cinema in un corsetto così, più idiosincratico che accademico, ma vale anche come una cartina di tornasole della storia del cinema fino al 1980, figlia di Sadoul e dei Cahiers. Chi discetta ancora dei film di Robbe-Grillet? Fossero stati scritti pochi anni più tardi, forse Lynch avrebbe trovato posto tra le pieghe dei leggendari appunti deleuziani presentati in un ciclo di lezioni a Vincennes tra il 1982 e il 1983. O forse no. Sta di fatto che la mia hybris ha rimediato alla falla, inserendo l’eagle scout di Missoula in un anfratto concettuale risalente alle ultime pagine de L’image-muovement. Di seguito, una fusione delle mie tesine lynchiane targate Unibo. Sono rimaste intatte le osservazioni a videocassetta ancora calda, ferme a Lost Highway. Quindi niente tagliaerba ramingo, niente club Silencio, niente riprese digitali in Polonia, niente Woodsmen che chiedono da accendere, niente palline estratte a sorte. Lynch come lo si poteva conoscere nel 1998. Ho rammendato il tutto con qualche parola nuova, ho tolto Orlan e altre considerazioni inattuali (nonché barbosissime), e quel che resta sta qua sotto.

Smarcature

Tanti corpi nei film di Lynch. All’inizio prevalgono quelli con chiare deformità (Eraserhead, The Elephant Man) poi il corpo sembra normalizzarsi, lanciando però segnali spiazzanti. Mentre John Merrick, un freak secondo i canoni dell’epoca, è umano fino a strappare le lacrime, il Jeffrey Beaumont di Blue Velvet rappresenta una normalità da cliché attratta e contagiata da un “sottobosco maligno” con cui quotidianamente convive senza saperlo – e che decide di esplorare. La sequenza iniziale esplica la logica emotiva alla base di tutto. Vediamo un giardino idilliaco in una tranquilla cittadina della provincia americana, Lumberton: qui un uomo viene colto da un malore improvviso mentre innaffia, e quando giace a terra con lo spinello impazzito (un cane e un poppante gli vengono incontro), la macchina da presa ne approfitta per immergersi nell’erba, dove scopre una torma di insetti brulicanti. Il climax sonoro che accompagna il movimento viene interrotto bruscamente dalla voce della radio locale che annuncia l’inizio di una nuova, splendida giornata. Poco dopo, il racconto decolla attraverso la scoperta casuale da parte del protagonista (figlio dell’uomo infermo) di un orecchio umano in un prato. L’organo, parzialmente decomposto, è ricoperto di formiche. Da semplice canale uditivo, questo orecchio reciso diventerà l’occhiale attraverso cui scrutare, mappare, reinterpretare la realtà.

L’orecchio di Blue Velvet viene da lontano. Le riprese si svolsero nel 1985, più di dieci anni dopo la stesura del primo script. Nel frattempo, Lynch – insieme al sound designer Alan Splet – aveva esplorato altri mondi. Vedendo Blue Velvet secondo un ordine cronologico si ha l’impressione che Lynch, dopo essersi nascosto nell’universo, conquisti il mondo reale, lo denudi delle proprie caratteristiche abituali e vi innesti logiche nuove. Ecco allora che Lumberton assume i tratti, ancor prima di Twin Peaks, di un gigantesco, teorematico contenitore lynchiano. Entrare nell’orecchio significa approdare, rizomaticamente, a tutta la sua filmografia, tramite segni, visioni e suoni.

Il fuoco di Wild at Heart a tutto schermo appare già nel momento in cui Jeffrey colpisce Dorothy; la strada di Lost Highway, davvero la medesima inquadratura (mutuata da Badlands di Malick), è quella che apre la sequenza della seconda joyride; il piano che introduce la tavola calda, con un camion di legname che entra ed esce dal campo, viene ripetuto identico in Twin Peaks, così come il paesaggio attorno a Meadow Lane sembra tratto (a posteriori) dal serial tv; i tendaggi abbondanti compaiono in ogni film; l’entrata nell’orecchio, con tanto di suono rombante, richiama esplicitamente la penetrazione nel pianeta di Eraserhead; la zona industriale presso cui vive Frank (Dennis Hopper) pompa gli stessi suoni che costituiscono il Leitmotiv di The Elephant Man; le immagini-sogno di cui Blue Velvet è cosparso guizzano come quelle che dettano il ritmo autentico di Dune. Su un piano diverso, la presenza stessa di Kyle MacLachlan rappresenta una sorta di feticcio umanoide, uno scoperto alter ego del regista. Già il ragazzino di The Grandmother sembra Jeffrey da giovane, così come Jeffrey sembra l’agente Cooper da adolescente. Tutti cercano, osservano, entrano o rientrano per loro natura in un mondo oscuro, adiacente a quello comune. In un certo senso, tutti questi personaggi varcano un orecchio e spiano da un armadio. Per questo si può considerare Blue Velvet un film universo, un dispenser di feticci aderenti al corpo. Il feticismo scaturisce dall’attenzione ossessiva, dal rivestimento simbolico evocato da inquadrature ritornanti. I feticci completano i personaggi secondo una logica propria del fumetto (cfr. Rastelli 1996). Cosa sarebbero Frank senza la mascherina, Sailor di Wild at Heart senza la giacca di pelle di serpente, Laura Palmer senza il ciondolo del cuore spezzato?

A pagina 274 de L’image-mouvement (1983), Gilles Deleuze scrive: “Suivant la relation naturelle, un terme renvoie à d’autres termes dans une série coutumière telle que chacun peut être « interprété » par les autres : ce sont des marques ; mais il est toujours possible qu’un de ces termes saute hors de la trame, et surgisse dans des conditions qui l’extraient de sa série ou le mettent en contradiction avec elle, en quel cas on parlera de démarque”. La smarcatura, questa la traduzione italiana del termine secondo Jean-Paul Manganaro, viene introdotta da Deleuze in un punto cruciale della sua tassonomia delle immagini cinematografiche. Annuncia infatti la crisi della cosiddetta immagine-azione, grossomodo assimilabile al cinema hollywoodiano classico, narrativo senza sbavature, univoco nella sua sintassi audiovisiva e mainstream in termini valoriali. La smarcatura è un’immagine dissonante che porta con sé uno scarto di senso sorprendente. In Lynch, essa assurge a vera e propria cifra stilistica. Rispetto ai tanti McGuffin oggettuali di Hitchcock usati da Deleuze per illustrare la smarcatura (dagli uccelli aggressivi al mulino a vento che va controvento, passando per il latte avvelenato), qui la dissonanza si fa al contempo corporea e mentale. Veicolato dal corpo, da tratti e comportamenti inattesi, il démarque lynchiano opera a un livello più elevato e astratto. È come se la trama “gialla” di Blue Velvet o Twin Peaks funga da mero trampolino per un détournement di senso profondo, davvero multidimensionale o cosmico, che riscrive la realtà partendo dalla corporeità e dai suoi brandelli, dal calderone identitario. Chissà se Deleuze sarebbe stato d’accordo con questa collocazione di Lynch nel suo puzzle tassonomico.

L’essenza della smarcatura lynchiana è radicata nel comportamento: i suoi film sono cosparsi di comportamenti assurdi, inspiegabili, non necessariamente esercitati da personaggi al limite come Frank. In questo contesto sono fondamentali i suoi cosiddetti reaction shots (cfr. Chion 1992), tra i quali non si può non citare l’improvviso accesso di pianto che devasta il volto della fidanzatina Sandy (Laura Dern) quando Dorothy (Isabella Rossellini) grida a Jeffrey “Ti amo, amami!”. Un reaction shot colpisce sia perché è inattesa la reazione (è da un bel po’ che Sandy è sottoposta alla visione di Dorothy premuta inequivocabilmente contro Jeffrey) sia perché sono inattesi gli sconvolgimenti somatici che questa reazione porta con sé. Altre reazioni impreviste sono gli attimi di libidine che Frank prova ascoltando In Dreams, il momento in cui Jeffrey colpisce Dorothy, l’improvviso crollo del cadavere dell’Uomo in Giallo dopo un secondo proiettile in corpo, i “tic” caratteristici di tutti i personaggi che popolano le nicchie di Wild at Heart. Reaction shots possono anche essere considerati quelli in cui una reazione attesa (spesso di sgomento) non si verifica: la freddezza del detective Williams dinanzi all’orecchio mozzato, quella della madre di Sandy all’arrivo di Dorothy nuda e pesta. Ciò che potenzia ancora una volta questo tipo di fenomeni è l’assoluta disinvoltura della loro messa in scena, l’equilibrio formale che innerva il film. Nonostante l’eterogeneità della distribuzione temporale (sequenze protratte come quella dell’effrazione notturna, incredibili ellissi, la propensione a sbrigare in fretta le parti diurne), nonostante il ricorso a una gamma limitata di rappresentazioni iconiche (una sorta di vocabolario visivo autodidatta lynchiano), Blue Velvet dà l’impressione di un film classico. La naturalezza della messa in quadro, della messa in scena e del montaggio è una delle chiavi che consentono quello slabbramento di cui parla Ghezzi (1990) quando annota che “da Blue Velvet in poi non ci sono più mostri, ma la mostruosità è la costante divaricazione del reale.” Una divaricazione che scaturisce dalle smarcature e si articola nell’uso di feticci e tecniche narrative quali le ripetizioni ossessive e gli indizi fallaci.

Questa impalcatura sghemba ci viene consegnata come un dato di fatto. Il pre-finale in particolare non ha spiegazione razionale, si dipana per contrazioni improvvise, implosioni. Nella stessa stanza si vedono Frank, il villain che riesce ad eccitarsi solo aspirando una mascherina antigas di plastica completamente staccata da qualsiasi tubo, e due uomini, o meglio due cadaveri: il marito di Dorothy a cui è stato reciso l’orecchio, legato e con un lembo di velluto blu che gli sporge dalla bocca, e un poliziotto corrotto, vestito con una giacca gialla, una radiolina sfrigolante in tasca, sangue che fluisce dal cranio e un’inspiegabile posizione eretta (crollerà solo al secondo fortuito colpo di pistola infertogli). Tutto questo mentre Jeffrey si trova in un armadietto a osservare, icona palese del voyeurismo, lo stesso armadietto da dove aveva visto Frank abusare di Dorothy poche notti prima. La colonna sonora presenta una canzone sdolcinata di Ketty Lester, Love Letters (1961). Questa breve sequenza non è anticipabile in base ad elementi pregressi. Sembra che la trama, d’improvviso, collassi per inerzia.

Twin Peaks è un campionario più ampio di esempi del genere, soprattutto il drastico prequel cinematografico Fire Walk with Me (1992), in cui molti personaggi vanno e vengono come porte socchiuse, inviti a una sbirciatina. Nel 1996 il viaggio si è svolto lungo la striscia di Moebius di Lost Highway che, almeno strutturalmente, sembra avere portato a compimento molte delle intuizioni di Blue Velvet. Anche Lost Highway è un film di corpi che turbano, permeato di sesso morboso e spesso frustrante. La trama è l’esemplificazione perfetta di un circuito chiuso, in quanto obbedisce a una logica interna che può essere davvero compresa solo a visione terminata, magari dopo più visioni. In questo film una persona diventa letteralmente un’altra, o meglio una persona scompare e al suo posto, in carne e ossa, ne appare un’altra, una persona diversa – e viceversa. Un ping-pong. L’unico effetto visibile di questa arcana transizione è una strana cicatrice che occupa mezzo volto, rendendolo squadrato e ricucito come quello del mostro di Frankenstein, per poi rimarginarsi col passare del tempo. Corpi e identità si alternano senza sosta, in barba a qualsiasi logica ma resi accettabili grazie all’intuizione allenata dal film stesso.

Non è un caso che ogni pellicola di Lynch (eccetto forse The Elephant Man, grandioso compromesso commerciale) rasenti la comprensibilità solo alla fine della proiezione, come se la chiusura del film suturi anche tutti i circuiti aperti fino a quel momento. Circuiti così inconsueti e solipsistici da funzionare solo in splendido isolamento, quasi una macchina celibe dadaista che si fa beffe delle regole note. Alla fine di Blue Velvet non si sa perché il cadavere dell’Uomo in Giallo sta in piedi a oltranza, come mai il pettirosso finale è evidentemente meccanico, perché Dorothy cammina nuda per strada ed è convinta che Jeffrey le abbia “attaccato la sua malattia”. Non vi è una spiegazione razionale per tutto questo, ma a racconto finito arriva una grande impressione di coerenza, la stessa che rileva Mel Brooks (nelle vesti di produttore) quando dice che un film di Lynch è come un quadro di Seurat.

Per Lynch il corpo umano è una massa totemica che emette pseudopodi. Frequenti i tic senza spiegazione alle estremità del corpo, mani o testa, sparsi per tutta la sua opera e regolarmente sottolineati; oppure, soprattutto nei corti sperimentali, la fusione tra essere umano ed escrescenza vegetale in momenti essenziali come la nascita. Ne è un ottimo esempio il suo interesse per le textures organiche, la stesura bidimensionale del corpo animale, ergo la riduzione a mappa, a testo, di una creatura altrimenti scontata, aggrappata a un nome. Ogni racconto lynchiano è una texture a sé stante, una dissezione surrealista che usa una realtà banale per scoprirne, mostrarne, ipotizzarne un’altra.

I film di David Lynch sono racchiusi nell’orecchio reciso in cui la macchina da presa di Blue Velvet entra rombando come un macchinario vittoriano. Sono tutti, nelle parole del suo autore, “biglietti misteriosi” per un altro mondo, doppio, contagioso e smarcato, composto ad anello o perpetuum mobile che rotea sul posto. L’erba ben tagliata dei giardini di Lumberton è la soglia, metamorfosi del radiatore di Eraserhead e precorritrice delle tende della Loggia nera. Per varcarla è indispensabile tendere le orecchie, sguinzagliare un cuore selvaggio e avere una testa accogliente. Meglio: una tabula rasa.

Bibliografia

CHION, M.
1992 David Lynch. Paris; Editions de l’Etoile (tr. it. di D. Giuffrida e F. Sorba, David Lynch, Torino, Lindau, 1995).

DELEUZE, G.
1983 L’image-mouvement. Paris; Les Editions de Minuit (tr. it. di J.-P. Manganaro, L’immagine movimento, Milano, Ubulibri, 1984).

GHEZZI, E.
1990 “Fine senza fine”. Paura e Desiderio, Milano, Bompiani, 1995.

RASTELLI, D.
1996 “Non toccate la mia giacca”. Cineforum 356.

Altro poster del collettivo CHEAP ispirato a Lynch (e non solo). Uno dei 77 apparsi a Bologna nei primi mesi del 2026.

due note

Dettaglio della copertina de La più pallida idea, comma22, Bologna 2009.

Trasmetto questi dati dai polpastrelli alla tastiera, in quel di Berlino Est, in lingua italiana, lanciandoli via rete al server del blog con sede fisica nella Silicon Valley. Oggi è il 27 gennaio, giornata di una tristezza abissale nonché anniversario (quest’anno, il quarto) della morte di Odin. Malgrado ciò, prestando fede al color lampone della copertina riportata qui sopra, il tema di questa orecchia di gennaio vuole essere vispo. Un rossastro antico.

All’inizio della mia carriera di traduttore editoriale riuscii a vedermi accettare due proposte. Contando che il colpo gobbo m’è riuscito solo altre tre volte (una delle quali, tamugnissima, vedrà la luce questo autunno), la categoria più adatta è “fortuna del principiante”. In entrambi i casi m’imbattei nei volumetti tra gli scaffali ombrosi di una biblioteca di quartiere sulla Grünberger Str. che non esiste più, chiusa e assorbita per far nascere la Pablo-Neruda-Bibliothek sulla Frankfurter Allee. Il primo era Keine Ahnung (1999) di Karen Duve, suo esordio per Suhrkamp con una raccolta di racconti tra il favolistico e il fantozziano. Il secondo, Söhne und Planeten (2007) di Clemens J. Setz, debutto narrativo di un autore nerd destinato ad agguantare il Nobel (si accettano scommesse).

Alla buona riuscita di queste imprese, purtroppo scarsamente redditizie in termini di vendite, contribuirono da un lato Francesca Guerra per comma22 – che con La più pallida idea aprì alla narrativa classica dopo essersi fatta un nome col fumetto – dall’altro Claudia Crivellaro per gran vía, a sua volta in un periodo di sperimentazioni che esulavano dalla storica impostazione ispanoamericana della casa editrice. Setz, in particolare, venne accolto da una recensione sul domenicale del Sole in cui si faceva a pezzi il mio lavoro, “infedele” e truffaldino. Il recensore, che aveva meticolosamente confrontato originale e traduzione, non poteva sapere che in alcuni punti avevo chiesto e ottenuto dall’autore il permesso di intervenire anche sul piano del contenuto, togliendo un paio di righe e aggiustando un menu in cui il pesce era considerato dieta vegetariana – o forse aveva un prurito da grattare con una bella stroncatura cattedratica. Grattò. Gli scrissi, mi rispose con una mano sola (l’altra teneva su la punta del naso). Acqua passata. Ora con Setz ci sta provando La nave di Teseo, forte dell’ottimo contributo della collega Francesca Gabelli.

I racconti di Duve ebbero miglior fortuna. Riporto qui la recensione di Giuliana Olivero apparsa sull’Indice:

“Tragicomico, grottesco, paradossale: categorie inevitabili, quando si va alla scoperta di Karen Duve (scrittrice ‘nata ad Amburgo nel 1961’ che ‘vive in campagna con un bulldog, due polli e un mulo’, dalla quarta di copertina) e dei suoi racconti, usciti in Germania ben undici anni fa e ora disponibili in italiano grazie alla traduzione di Simone Buttazzi, che nella sua nota a fondo libro definisce l’autrice ‘cane sciolto nell’ambito della letteratura tedesca contemporanea’. Quegli stessi cani da lei molto amati, sia nella vita reale che nelle sue storie, come il ‘grosso collie tremante’ dalle ‘gengive color lombrico’ e dal ‘fiato fetido’ che bussa alla porta in una sera di pioggia e viene fatto accomodare in salotto, intrattiene una conversazione con la protagonista e resta a consolarla quando l’amico la abbandona brutalmente (Un cane alla porta). In effetti sono tante, in questi racconti fulminanti e stralunati, le incursioni nel mondo animale (maschi del genere umano in primo luogo), catalogate nella nota del traduttore tra le ‘magnifiche ossessioni’ di Duve insieme ad ‘Amburgo e dintorni, gli anni Ottanta, l’attrazione-repulsione per la burocrazia’, tutti temi ricorrenti nella raccolta, insieme a rapporti familiari più che disastrati. Il racconto di apertura, Un rifugio tranquillo sotto una coltre di neve, il più lungo dei nove, è un innesto di memorie di infanzia, di adolescenza e di presente, inclusa la rieducazione alla vita dopo la morte della madre e un incendio che le distrugge la casa, di una giovane donna lavorativamente precaria, affettivamente disadattata e mentalmente dissociata; seducente la presenza di una piovra fra le gambe di una vecchia signora, risucchiante archetipo materno che viene però infilzato a morte dalla protagonista, la quale, dopo aver sconfitto tutte le sue madri, trova, rinchiudendosi in una casa sepolta dalla neve, ‘una pancia di balena’, ‘calda e comoda’ che le permette di occultarsi al mondo. Tra spogliarellisti maschi ed esperimenti di prostituzione, stordimenti da psicofarmaci e allucinanti esperienze come telefonista di un giornale e all’ufficio delle imposte, si susseguono schegge di vita di ragazze/donne che sono naturalmente sempre la stessa, colei che non ha ‘la più pallida idea’ di come ha fatto a diplomarsi, e che finisce a fare l’autostop nel deserto americano, ben sapendo che ‘i problemi con i camionisti cominciano quando fa buio’.”

Karen Duve era già stata portata in Italia una prima volta nel 2003 (Romanzo della pioggia, Bompiani), e dopo la pubblicazione de La più pallida idea è stata adottata, per un breve periodo, da Neri Pozza (Taxi, 2010, trad. di Riccardo Cravero; Anständig essen, 2012, trad. di Francesco Porzio). Di quest’ultimo testo, il cui titolo originale recita letteralmente “mangiar perbene”, mi sarei occupato molto volentieri, visto che Duve dà sempre il meglio di sé in situazioni estreme – in questo caso, descrivendo il suo graduale approdo al fruttarismo. Pochi anni più tardi ebbi modo di intervistarla per Vegan Italy, sebbene non fosse più neanche vegana. Io, per la cronaca, non lo sono mai stato. Ora Duve non scrive favole marce, bensì biografie storiche con un bel twist femminista.

A suo tempo, cosa che oggi non farei mai, scrissi due postfazioni per La più pallida idea e Figli e pianeti. Le riporto qui scansionate. Rileggendole, oltre a una voglia di NdT che m’è passata da un pezzo – adesso, se proprio, ringrazio chi m’ha aiutato nel lavoro – c’è un senso di divulgazione pre-internettiana bizzarro forte, perché all’epoca internet non era certo una landa desolata. Un raccogliere i cocci con la scopa, più per radunarli che per pulire il pavimento. Modernariato, ormai. Gli estremi bibliografici del romanzo di Setz sono: Figli e pianeti, gran vía, Narni 2012. Buona lettura incartapecorita.

disputatio.

Dall’indice di Storie sudate – il lavoro al tempo della crisi, Marco Del Bucchia, Massarosa 2012.

Nel primo pomeriggio di domenica 16 aprile è morto uno dei miei migliori amici, Stefano. Ci penso ogni giorno. Ogni giorno ho l’istinto di scrivergli. Ogni giorno mi domando: cosa ne pensa Stefano? Qual è la sua posizione? Niente condizionale. Tutto quello che so di politica lo so grazie a Stefano. E non sono l’unico a poterlo dire. Insieme a lui ho vissuto gli anni più intensi e sensati nell’alveo dell’attivismo LGBT+. Al suo fianco, spesso inevitabilmente con gli occhi piantati su di lui, le sue movenze, le orecchie apertissime per captare le strategie oratorie, i concetti grimaldelli, le parole giuste al posto giusto. Le trappole, anche. Stefano è morto, giovane, con quarant’anni di attivismo vibrante alle spalle, sinistra vera ma non ideologica, adattiva per cambiare le cose. Per provarci. Per rischiare, sempre, e vedere l’effetto che fa. Stefano, che lavora nel sociale, è un educatore nel senso più alto del termine. Il suo stile è leggendario. Ho recuperato un suo racconto apparso su una piccola antologia brossurata alla meno peggio. Lo appoggio qui, con minime variazioni redazionali (virgole et al.), nella forma di un omaggio a una persona indimenticabile. Il minimo che possa fare. Non detengo i diritti di Disputatio. Spero che, leggendo queste parole ribattute a macchina, venga voglia di recuperare il libricino originale curato da Andrea Genovali.

Parla Stefano.

Disputatio

di Stefano Pieralli

“Il suo curriculum è interessante, al pari di alcuni altri, abbiamo selezionato tre persone tra cui lei e le proponiamo di svolgere una settimana di prova non retribuita in affiancamento. Al termine della prova comunicheremo la nostra scelta”. La responsabile del servizio aveva pronunciato questa frase al termine del primo colloquio di valutazione, con tono rassicurante, ed era netta la percezione che avesse già deciso. Da tre anni, quattro mesi e cinque giorni Federico era rientrato in Italia dopo un periodo trascorso a Londra. Era partito nella speranza di trovare in Gran Bretagna un luogo di civiltà in cui poter trovare sé stesso, era tornato con qualche malattia venerea e senza un soldo in tasca. Negli anni passati a Londra aveva provato sulla sua pelle la madre di ogni discriminazione: la povertà. Aveva quindi deciso di tornare in Italia, dove la famiglia poteva garantirgli quel minimo di rete sociale utile a non sprofondare nel baratro dell’indigenza. Dopo alcuni anni trascorsi a somministrare hamburger e a raccogliere i bicchieri nei pub gay londinesi, Federico aveva rispolverato i suoi titoli di studio e preparato con arte e amore un curriculum formato europeo, inviandolo ovunque e a chiunque operasse nel sociale. Erano circa tre anni che si arrabattava tra contratti a termine, contratti a progetto, affitti di camere in appartamenti di studenti diffusissimi nel mercato immobiliare bolognese, abbandonati per tornare in famiglia ad ogni default finanziario, quando giunse la telefonata del centro di accoglienza per le dipendenze patologiche. Federico non si rammentava di aver inviato loro il curriculum, ma poco importava. “Sono d’accordo e accetto. In questo periodo non sono occupato: sono disponibile a un periodo di prova”. Federico chiuse così il colloquio e uscì dalla stanza incrociando uno dei suoi rivali. Avrà avuto venticinque anni: sicuramente inesperto, sentiva di non doverlo temere.

“Sono lieta di comunicarle che al termine delle prove di tutti i candidati, dopo esserci confrontati con l’operatore che vi ha affiancato, abbiamo deciso di proporre a lei il posto vacante nell’équipe del nostro centro. Il contratto prevede sei mesi di prova al termine dei quali, se tutto andrà bene, avvieremo un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Domani è atteso nella nostra sede centrale per un colloquio con il presidente, e là firmerà il contratto”. Tempo indeterminato, che bella parola, che suono sublime. Erano tre anni che Federico aspettava di sentirla pronunciare. Era quasi commosso. Ora il suo viaggio verso la civiltà, verso un luogo in cui poter essere sé stesso, poteva ricominciare. Sarebbe stato un lungo viaggio, ma questa volta dentro di sé. La mattina seguente si alzò di buon’ora, un po’ ansioso ed eccitato ma sicuro di sé, e si avviò all’incontro con il presidente. A breve, il suo presidente. La sede centrale era un luogo maestoso e ben tenuto, molto diverso dai tuguri a cui Federico si era abituato dalle precedenti esperienze lavorative nel sociale; era chiaro che non si trovasse nella sede di una tipica cooperativa sociale emiliana.

Guardandosi attorno iniziò a scorgere numerosi simboli religiosi, e mano a mano che si avvicinava all’ufficio del presidente i simboli aumentavano in modo esponenziale. Iniziò a inghiottire nervosamente. Dopo pochi minuti di attesa si aprì la porta dell’ufficio e fu invitato ad accomodarsi. Alle pareti numerose figure sacre, nella stanza alcuni mobili antichi di indubbio valore. In fondo alla stanzona, dietro una scrivania anch’essa antica, un signore sulla sessantina vestito in modo sportivo con la barba bianchissima: l’archetipo estetico del missionario progressista. Federico inghiottiva sempre più nervosamente. Era dalla prima comunione che non frequentava ambienti religiosi, ne percepiva l’ostilità, il giudizio morale. “Mi racconti un po’ di lei” gli chiese con tono gentile il presidente. Federico, che non aveva più saliva da inghiottire, si rese conto in un istante che doveva creare, inventare, raccontare un altro sé, altrimenti la suadente parola “tempo indeterminato” non sarebbe mai più stata pronunciata. Federico scelse di riadattare la realtà, cambiò il genere sessuale alle sue relazioni, non si dichiarò pagano ma solo agnostico e disse non aver mai trovato la donna giusta con cui avere figli. Gli sembrò un compromesso accettabile per un lavoro a tempo indeterminato. In fondo, Federico un figlio lo avrebbe voluto davvero, ma in quel contesto dichiararsi a favore dell’adozione per le coppie dello stesso sesso sarebbe stato sconveniente. No, meglio tacere. Il presidente ascoltò in silenzio il racconto di Federico, con attenzione. Al termine del racconto chiese a Federico se desiderasse un caffè. Dopo alcuni minuti di imbarazzante silenzio entrarono due ragazzi in camice bianco, con cappello da cucina, in parte nascosti da straripanti vassoi. Il presidente versò il caffè e porse a Federico alcuni pasticcini e brioche salate. Poi disse: “Lei pare molto tranquillo, questo è considerato generalmente un pregio, ma si ricordi che in questo lavoro la prima cosa è non farsi mettere i piedi in testa. Avrà a che fare con ragazzi di strada. La responsabile del centro l’ha selezionata e io mi fido delle scelte dei miei collaboratori”. Non fu proferita più alcuna parola se non di cortesia. Federico consegnò la documentazione che gli era stata richiesta, firmò il contratto e fuggì da quel luogo.

“L’8 dicembre Maria, il 24 Franco, il 25 Elena, il 26 Carina, il 31 Federico…” durante la settimanale riunione di équipe la responsabile del centro stava elencando i turni di lavoro durante le feste. La comunicazione dei turni di dicembre era un momento molto atteso dall’équipe, non solo per organizzare il proprio tempo libero durante le festività più importanti dell’anno, ma anche per determinare il gradimento che riscuoteva il o la lavoratrice. Più la festività era importante, più il lavoratore o la lavoratrice chiamata a coprire il turno era in “disgrazia”. Era il secondo 31 dicembre consecutivo per Federico, un segnale inequivocabile. Nelle strutture residenziali per persone con dipendenze patologiche, la presenza degli educatori è prevista ventiquattr’ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni all’anno. Un lavoro pesante, impegnativo, con innumerevoli responsabilità. Un lavoro sottopagato in cui il tempo libero assume un valore enorme ed è una forma di retribuzione aggiuntiva. La definizione dei turni era uno strumento di valorizzazione o di oppressione nei confronti del personale. Uno strumento molto amato dalla dirigenza, attraverso il quale poteva trasformare, in pochi mesi, un contratto a tempo indeterminato in un contratto a termine. Il centro per le dipendenze patologiche non licenziava mai, erano sempre i lavoratori o le lavoratrici a rassegnare, stremate, le proprie dimissioni. Il primo anno, il turno del 31 dicembre era scontato: Federico era l’ultimo arrivato nell’équipe e quell’assegnazione nei turni gli parve lo scotto da pagare per il suo noviziato. Il secondo anno, l’assegnazione del turno il 31 dicembre lasciò Federico basito. I rapporti con il resto dei componenti dell’équipe non erano esaltanti ma in ogni situazione corretti, almeno da parte sua. Con la responsabile i rapporti gli parevano buoni; anzi, a lui la responsabile del centro piaceva molto. Non capiva. Federico uscì dalla riunione dell’équipe perplesso, preoccupato, con la copia dei turni in mano chiedendosi cosa fosse accaduto, cosa stesse accadendo, perché fosse caduto in disgrazia. Le colleghe non lo avevano mai particolarmente amato, non aveva lasciato spazio a relazioni amicali e aveva sempre tenuto tutte a debita distanza. Ma poteva la sua reticenza relazionale essere causa della sua disgrazia? In fondo, da educatrici professionali Federico immaginava letture articolate delle relazioni impersonali: era sempre più perplesso.

“Ne avete ancora per molto?” Federico aveva somministrato l’ultima terapia (quella delle 20:30) e attendeva che gli ospiti di turno finissero di riordinare la cucina prima di consegnare il film per la programmazione serale. Dopo alcuni mesi di discussioni accese era riuscito a convincere i ragazzi ospiti della struttura a visionare film di qualità durante i suoi turni serali, e si preoccupava lui stesso di proporli e recuperarli. Era assolutamente convinto che il depauperamento culturale fosse per molti di loro la causa principale della dipendenza patologica. L’assenza di strumenti culturali impediva a molti di dare letture complesse agli avvenimenti della loro vita, impediva di capire, sentire, digerire le proprie emozioni. Riuscì quindi a sostituire la visione dei soliti film d’azione con quella di importanti e originali film d’autore. Per portare i ragazzi dalla sua parte, alla prima proiezione aveva proposto loro Belli e dannati di Gus van Sant. Un film bellissimo, una libera interpretazione dell’Enrico IV di Shakespeare. Un grande successo non mitigato dalle proposte successive. Se debitamente stimolati, i ragazzi rispondevano alla grande. Quella sera, invece, il film scelto era Frida, un’opera molto recente di Julie Taymor incentrata sulla sofferta vita privata della pittrice messicana Frida Kahlo, interpretata da Salma Hayek. Federico adorava quel film che aveva visto decine di volte, e ogni volta era un viaggio nell’abisso, nel suo abisso. Sarebbe stato bellissimo se i ragazzi si fossero fatti trasportare dalla storia, dalla musica, dai colori di Frida. “Operatore abbiamo finito” un urlo dalla cucina avvisò Federico che il turno del riordino era terminato. Si avviò in cucina col il dvd di Frida in mano, un controllo veloce sulle pulizie svolte poi corse in sala tv. Era ansioso di captare le reazioni dei ragazzi, si aspettava molto da loro, o meglio da alcuni di loro.

Federico si svegliò, bussavano alla porta dell’ufficio dove vi era un divano letto per l’operatore in turno di notte, si vestì velocemente e aprì. Sulla porta Raffaele, un ragazzo napoletano di ventiquattro anni, il più giovane tra gli ospiti del centro. “Che c’è Raffaele, non stai bene?”. Mentre poneva la domanda si rese conto che il ragazzo era praticamente nudo, solo in slip. “Posso entrare” chiese il ragazzo, “non mi sento bene, non riesco a dormire, ho bisogno di parlare”. Il ragazzo si rivolse a Federico con tono gentile, per nulla sofferente. Alle 3 di notte non è semplice essere empatici. “Stai così male da non riuscire a indossare un pigiama?” Federico usò un tono di rimprovero: voleva ripristinare da subito una certa distanza professionale. Quasi istintivamente sentiva il bisogno di schermarsi dietro il proprio ruolo. “Sali in camera e mettiti qualcosa addosso”. Era turbato da quel corpo seminudo. Raffaele era un bellissimo ragazzo: alto, snello, tonico, con lineamenti dolcissimi. “Io intanto preparo un caffè”. Prese le chiavi della cucina e il caffè gelosamente custodito in un mobile dell’ufficio/camera. Nei centri per le dipendenze patologiche, il caffè e le sigarette erano considerati beni voluttuari, somministrati con parsimonia sull’onda di teorie educative alquanto repressive. Raffaele scese dopo pochi minuti. Il caffè era sul fuoco. Indossava una canottiera e una tuta aderente che fasciava cosce e glutei maestosi. Federico versò i caffè, li mise su un vassoio con lo zucchero insieme a qualche biscotto e una bottiglietta d’acqua e andarono in ufficio. Lo fece per sé, sentiva il bisogno di trattarsi bene, di volersi bene. Dopo il caffè non poteva mancare una sigaretta che offrì anche a Raffaele, rompendo così ogni schema prestabilito nei rapporti operatore-ospite. Lo fece senza pensarci troppo, era notte ed era stanco. Si meritava un buon caffè e una sigaretta e probabilmente se la meritava anche Raffaele, se non altro per lo sforzo di essere lì a ventiquattro anni nel tentativo di far riparare la propria vita. Raffaele pareva rilassato e felice dell’accoglienza ricevuta: “Scusi operatore se mi permetto: ma lei è ricchione?” Federico sobbalzò sul divano, il biscotto che stava masticando divenne improvvisamente un mattone piantatosi in gola. “I ragazzi della sede del reinserimento raccontano di vederla spesso in giro per Bologna e che lei è ricchione”. Federico si attaccò alla bottiglietta: pareva volersi annegare. Non gli piaceva negare il suo orientamento sessuale, tutt’al più non affrontava l’argomento, ma dinanzi a una domanda diretta come comportarsi? Dall’età di diciassette anni aveva giurato che non avrebbe mai mancato di rispettare sé stesso negando la sua natura, la sua vita. “Raffaele, mi hai svegliato alle 3 di notte per avere informazioni sulla mia vita privata?” Disse Federico con tono seccato.

“No, ma ho bisogno che mi risponda” disse Raffaele guardando nel vuoto.

F: “Sono solito mantenere un certo distacco tra vita personale e vita lavorativa”.

R: “Io sono solito non avere una vita”.

F: “Pensi che avere dettagli sulla mia vita possa aiutarti in qualche modo?”

R: “Al reinserimento ormai parlano solo di lei, possibile che non lo sappia?”

F: “Non so nulla e non mi interessano i pettegolezzi tra voi”.

R: “Non sono pettegolezzi: dicono di averla vista baciare un ragazzo”.

F: “E anche se fosse? Non capisco il tuo interessamento, o vuoi avere più elementi da riportare ai tuoi compagni? Domani c’è una partita di calcio tra centri: vuoi fare colpo coi tuoi amici?”

R: “È ingiusto: io ho anche litigato per difenderla”.

F: “Ma non c’è nulla da difendere”.

R: “La deridono, la sfottono… non le importa?”

F: “Guarda, Raffaele… mi spiace se hai litigato per me e ti ringrazio, ma non dovevi farlo: tu devi pensare a te, al tuo percorso”.

Raffaele fissava il vuoto, in silenzio, sembrava assente. Passarono alcuni minuti prima che riprendesse a parlare.

R: “Non ne ho mai parlato con nessuno e le chiedo di non parlarne con nessuno. So che voi avete il segreto professionale, siete come i preti non è vero?”

F: “Non proprio come i preti”.

R: “Mi deve assicurare che non dirà nulla a nessuno”.

F: “Nemmeno all’équipe?”

R: “Soprattutto all’équipe”.

Federico, che ormai aveva intuito di che stesse parlando, rassicurò il ragazzo sul suo silenzio.

R: “Prima di entrare qui mi vedevo con un ragazzo di trentacinque anni del mio quartiere, è sposato ma gli piacciono i giochi particolari. Sta nella camorra del quartiere: io ci andavo, almeno credevo, perché mi dava la roba, non mi dovevo sbattere e mi faceva vivere bene. Mi faceva sentire bene. Da quando sono qui penso solo a lui e mi manca. Mi faceva sentire bene, mi manca, con lui stavo bene”. Raffaele parlò per più di due ore, Federico ascoltava, attento, rapito da quella storia ancora più intensa delle pagine scritte da Gide che era solito divorare con ingordigia ogni sera prima di coricarsi. Alle 6 del mattino lo mandò in camera, non voleva che qualche ragazzo si accorgesse che aveva passato la notte nell’ufficio/camera, viste le voci che giravano sul suo conto. Chissà quali dicerie ne sarebbero derivate: meglio essere prudenti. La collega per il passaggio del turno arrivò come previsto alle 9. Federico era provato dalla notte in bianco e decise, come aveva assicurato a Raffaele, di non dire nulla. Salì in macchina velocemente, sentiva la necessità di correre a casa dalle sue tranquillizzanti abitudini, tra le sue cristallizzate sicurezze, e si chiedeva come avrebbe potuto aiutare quel ragazzo. Cosa avrebbe potuto fare, cosa sarebbe stato giusto fare. La riunione di équipe si teneva ogni settimana il mercoledì con ordine del giorno variabile a seconda delle necessità della struttura. Quel mercoledì all’ordine del giorno c’erano i piani terapeutici di alcuni ospiti, tra cui Raffaele. Federico ascoltò attentamente la relazione sul piano terapeutico di Raffaele esposta dall’educatrice titolare del progetto, Maria. In quella relazione non vi era nulla del Raffaele che aveva conosciuto. La collega stava svolgendo il compitino senza passione, credibilità, utilità terapeutica. Non conosceva nulla di Raffaele. Federico non poteva intervenire, aveva promesso di non parlare, ma anche nel caso sarebbe servito a qualcosa? Maria, come le altre colleghe, non avrebbe mai potuto prendere in considerazione che per un ospite del centro il ritorno alla vita potesse voler dire affrontare il tema del suo orientamento sessuale. Erano quasi tutte sposate o fidanzate con cosiddetti ex, e chi ancora non lo era ci stava lavorando. Per le educatrici dei centri per le dipendenze patologiche i ragazzi ospiti sono spesso una sfida da vincere, e il trofeo è l’altare. L’erotismo femminile nel sociale di matrice cattolica è un universo che spaventa. Federico sapeva che attraverso l’équipe non poteva incidere sul percorso terapeutico di Raffaele, ma non intendeva lasciarlo solo e così aprì con lui, senza verbalizzarlo, un proprio percorso terapeutico, perché gli aveva chiesto aiuto. Decise che sarebbe diventato il suo educatore ombra: a ogni turno festivo o serale, quando era l’unico educatore in turno, si ritagliava uno spazio da dedicare a Raffaele. Lunghi colloqui in cui sostenerlo, motivarlo a conoscersi, ad apprezzarsi, a sentire i propri sentimenti e a non reprimere le proprie pulsioni, ma riconoscerle per viverle dignitosamente. Per molti mesi andò alla struttura con grande motivazione: sentiva di compiere un importantissimo lavoro. Raffaele era un ragazzo in gamba e forse grazie anche al suo aiuto avrebbe potuto vivere la sua vita serenamente, liberamente. I lunghi colloqui tra Federico e Raffaele infastidivano e ingelosivano gli altri ragazzi e in breve tempo, all’insaputa degli interessati, fiorirono nel centro le più fantasiose ipotesi sul loro presunto rapporto. “L’educatore e il giovane ospite” avrebbe potuto essere il titolo del libro contenente i racconti che circolavano sul loro conto. Nel frattempo Raffaele stava sempre meglio, il suo percorso progrediva assieme alla sua consapevolezza, lucidità e volontà di cambiare vita, e doveva molto a Federico. Lo sapeva e gli era grato. Glielo disse quando si salutarono il giorno in cui si trasferì all’agognata sede del reinserimento, la fase conclusiva del programma terapeutico. Un lungo abbraccio, virile stretta di mano, ma nessun bacio. Dio, incarnatosi nell’équipe, li osservava.

Giunto a casa, Federico lesse e rilesse il foglio turni di dicembre. Il secondo Capodanno in turno era un’ingiustizia, decise quindi di chiedere un incontro con la responsabile e le telefonò per un appuntamento. La settimana successiva, al termine della riunione di équipe, l’incontro ebbe luogo. La responsabile era visibilmente infastidita da quella situazione che non aveva potuto evitare, e dinanzi alle rimostranze di Federico non provò neppure ad abbozzare giustificazioni. Andò al nocciolo della questione. “Era mia intenzione parlarti passate le feste, ma vista la tua insistenza sono costretta a darti oggi il quadro della situazione. Io, l’équipe tutta e i dirigenti del centro siamo sconcertati dal tuo lavoro, non riteniamo tu sia in grado di svolgere il ruolo di educatore, ma considerato che hai un contratto a tempo indeterminato e che, in ogni caso, abbiamo bisogno di qualcuno che svolga un ruolo operativo ti informo che, dall’anno nuovo, non avrai più alcun ragazzo riferito di cui curare il progetto terapeutico. Ti occuperai esclusivamente dei trasporti e della manutenzione della struttura”. Federico restò senza parole davanti a tanta durezza. Era un fulmine a ciel sereno, non aveva mai avuto alcun sentore di una situazione così compromessa. A lui sembrava di lavorare bene, con Raffaele poi era sicuro di aver svolto un ottimo lavoro, certo nessuno lo sapeva, ma era la prova provata che lui era in grado di svolgere il ruolo di educatore. D’istinto reagì in termini sindacali.

F: “Quindi mi abbassate il livello? Non credo possiate farlo”.

R: “Nessun abbassamento di livello, noi ci muoviamo nel rispetto della legge”.

Federico voleva capire. Quasi pentito della sua prima domanda, aggiustò il tiro.

F: “Credo di avere il diritto di sapere perché, dopo quasi due anni di lavoro, non sarei più adatto a svolgere il ruolo dell’educatore”.

La responsabile era sempre più insofferente, visibilmente scocciata.

R: “Senti Federico, tu sai benissimo il perché, pensavi che il tuo rapporto privilegiato con Raffaele sarebbe passato inosservato? Hai danneggiato, spero non irreparabilmente, il percorso di un ragazzo”.

Federico iniziò a innervosirsi. “Rovinato il percorso di un ragazzo? Ma Raffaele è al reinserimento e so che ha trovato lavoro. Non è mai ricaduto nell’abuso di sostanze, e sta bene”.

R: “Hai messo strane idee nella testa di quel ragazzo, sino a costringerci a farlo seguire da uno psicoterapeuta”.

F: “Sai meglio di me che Raffaele sta benissimo e mi auguro non gli abbiate assegnato un riparazionista teorico dell’omosessualità quale malattia! Me lo auguro per il bene del ragazzo!”

R: “Non sei più un ragazzino, pensavo che alla tua età sapessi come funziona il mondo. Ma dove credi di essere venuto a lavorare, qui per le tue teorie non c’è spazio e se i servizi di Raffaele lo hanno mandato da noi è perché hanno fiducia nelle nostre, di teorie”.

F: “E che Raffaele ora sta bene non importa a nessuno?”

Alla domanda di Federico non vi fu risposta, e l’incontro s’interruppe in un’atmosfera di ostilità reciproca. Dopo alcuni mesi di turni massacranti, nessun riconoscimento per qualsiasi compito svolto, Federico non cedeva. Nessun altro educatore caduto in disgrazia prima di lui aveva resistito sino a quel punto. La responsabile alzò il tiro, lo escluse dalle riunioni di équipe e lo delegittimò agli occhi degli ospiti, i quali, oramai, si sentivano autorizzati a ogni atteggiamento provocatorio nei suoi confronti. Fiaccato, ferito e isolato, a Federico rimanevano due opzioni: andarsene o rivolgersi ai sindacati. Decise di chiamare l’ufficio della Cgil. Gli diedero un appuntamento al quale si presentò puntuale e agguerrito. Iniziò a raccontare gli avvenimenti: man mano che il racconto procedeva il viso del sindacalista, molto espressivo, s’incupì, e alla fine non fece domande. Uscì dall’ufficio e tornò dopo una decina di minuti sconsigliando di fare causa per mobbing. A parere del sindacalista la relazione intercorsa tra Federico e il ragazzo ospite era troppo ambigua e non sarebbe stato utile fare entrare in una causa di lavoro la figura di un utente del servizio. Era evidente che il sindacalista non fosse a proprio agio col termine omosessualità. Il ruolo non gli permetteva di esternare il suo pensiero ma, probabilmente, quello era uno dei rari casi in cui si era trovato più in sintonia col datore di lavoro che col lavoratore.

Privo anche di un sostegno sindacale, rimuginando sull’ignoranza quale elemento trasversale alle classi sociali, Federico si recò a casa e, sconfitto, scrisse la lettera di dimissioni. Non avrebbe mai voluto darla vinta alla sua responsabile, ma doveva arrendersi all’evidenza. Il giorno successivo inviò alla sede centrale la lettera di dimissioni per raccomandata con ricevuta di ritorno e telefonò alla responsabile del centro, che le accolse con malcelato buonumore. Il contratto prevedeva sessanta giorni lavorativi di preavviso: con una certa crudeltà, tolti i giorni di ferie maturati, la responsabile li pretese tutti. Furono quaranta giorni molto tristi e malinconici per Federico che ogni tanto pensava a Raffaele e sperava di cuore che, almeno a lui, le cose stessero andando bene. Non aveva più chiesto notizie, era terrorizzato dal rischio di metterlo in difficoltà e sperava che tutta la cattiveria e l’ignoranza del centro lo risparmiassero e non infierissero su una vita che bisognava aiutare a rinascere. Doveva stargli lontano. Aveva sempre letto molto ma, in quei lunghissimi quaranta giorni, non si staccò mai dai suoi testi preferiti. Leggeva e rileggeva spesso le stesse pagine, le stesse prose, le stesse poesie. Una poesia su tutte lo ristorava, lo aiutava a riflettere, a trovare le energie per ripartire: Mura di Kavafis.

Senza riguardo senza pudore né pietà, / m’hanno fabbricato intorno erte, solide mura. / E ora mi dispero, inerte, qua. / Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte. / Avevo da fare tante cose là fuori. / Ma quando fabbricavano fui così assente! / Non ho sentito mai né voci né rumori. / M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.*

Federico leggeva e rileggeva quella poesia scritta nel lontanissimo 1887. La sentiva sua, lui era quella poesia. Il 6 giugno Federico concluse il periodo di preavviso, raccolse dall’ufficio le sue cose, scambiò qualche chiacchiera con i ragazzi avvicinatisi per salutarlo e si avviò all’automobile. Incrociò un ragazzo sulle scale, probabilmente il suo sostituto. Si guardò attorno. In quel luogo aveva passato gran parte degli ultimi due anni ed era consapevole che ci sarebbe voluto tempo per elaborare quella breve ma intensa fase della sua vita. Salì in auto, imboccò il viale dell’uscita e iniziò a pensare su come trascorrere quell’estate improvvisamente libera da impegni. Gli avevano parlato di Berlino quale nuova capitale d’Europa. Il viaggio alla ricerca di un luogo di civiltà in cui poter essere sé stesso alla soglia dei quarant’anni doveva riprendere.

*Traduzione di Filippo Maria Pontani