Britpop 2000

[libretto di Parklife, 1994]

Ancora oggi ripenso alla Brexit “with a pain that stops and starts / like a corkscrew to my heart / ever since we’ve been apart” – cantava Bob Dylan in You’re a Big Girl Now, una delle tracce più acuminate di Blood on the Tracks (1975). Un’insensatezza geopolitica che fa un male cane, sfrangiata e selvaggia nelle sue conseguenze, ma che soprattutto finisce per sradicare le passioni di gioventù. Istintivamente, collego la brutta fine del Regno Unito al lungo addio del mio genere musicale preferito, il britpop. Che fine ha fatto?

Cappello (introduttivo) e mani avanti. Sul britpop e suoi eroi scanzonati sono stati scritti fiumi d’inchiostro. A coniare il termine pare sia stato il giornalista musicale John Robb sul finire degli anni Ottanta, quando sulla scena apparvero cicloni – e meteore – come gli Stone Roses. Ma è solo con i Blur che il britpop prende forma e matura. Il primo album degno di questa etichetta è stato probabilmente Modern Life Is Rubbish (1993), seconda fatica del gruppo peraltro non premiatissima in termini di consenso. Il boom avviene l’anno dopo con Parklife, e nel frattempo il “sound” acquista una dimensione commerciale mutando di band in band. Tanto commerciale da diventare fenomeno di massa: vedi la “guerra dei singoli” del ferragosto 1995 ordita dai giornalisti, che mise Damon Albarn ai ferri corti coi fratelli Gallagher, vedi la colonna sonora di Trainspotting (1996, senza Oasis), vedi il party laburista che segnò l’entrata di Blair in Downing Street (1997, Noel Gallagher tra gli invitati).

Il britpop è una forma di musica pop per l’appunto, potabile e spensierata, alla quale non sfugge tuttavia il dato sociale. Dal punto di vista tecnico si rifà ai Beatles della metà degli anni Sessanta, post-caschetto ma pre-sperimentazioni pese. Da quello contenutistico, ecco che la Union Jack in cui si avvolse Morrissey nel 1992 per l’orrore di tanti commentatori – che avevano comunque visto giusto tra le righe dell’ex Smiths – diventa fonte di nuovo orgoglio, ma sempre in chiave ironica (Parklife) o di dichiarata denuncia (l’intero album Different Class dei Pulp, 1995). Tra un ritornello killer e un saltello col boccale di birra in mano, il britpop offre un tipo d’intrattenimento “allegro ma non troppo”, puntuto e agrodolce. A farlo sono nella stragrande maggioranza dei casi delle boy band (come i Beatles), anche se la mascolinità che emanano è spesso in falsetto, bowiana, più nerd che seducente nel senso classicamente eterosessuale del termine. Definizione. Questo genere musicale indie, di marca britannica, si sviluppa negli anni Novanta a partire da Blur e Pulp (His ‘n’ Hers, 1993) e si spiaggia, di fatto, nel 1999 con un colpo di coda bluriano (Coffee & Tv, dall’album 13) e il misconosciuto disco dei Ruth intitolato Harrison (col singolo I Don’t Know).

Tra queste due date si estende un panorama sconfinato e vario, con macchiette deliberate (i Menswear e l’album Nuisance), eccezioni di genere (le Elastica), cantautori subito smarcatisi dall’etichetta (Neil Hannon aka The Divine Comedy). Nella letteratura musicale esiste anche il termine post-britpop, app(i)oppato a sagome come Robbie Williams o i Coldplay. In questo articolo tenterò di rintracciare quel che resta del britpop “autentico” nel nuovo millennio, approdando di nuovo alla scrittura di Damon Albarn – l’unico che il genere l’ha modellato, se n’è stancato, l’ha saputo riprendere in nuove forme.

Intanto gli spin off. I Blur hanno avuto un lungo periodo di iato (“Banana Split” nelle parole di Graham Coxon), durante il quale il batterista Dave Rowntree ha fondato un gruppetto tutto suo, gli Ailerons, con esiti a volte niente male (Dig a Hole). Il succitato Coxon ha reagito alle crisi interne dandosi da fare come solista, e tra le sue tante fatiche spicca The Spinning Top (2009), col brano Humble Man. Lo scioglimento degli Oasis nello stesso anno ha dato il via alle carriere in solitaria dei due fratelli Gallagher, con buoni risultati nel primo album di entrambi: Noel – e gli High Flying Birds – nel 2011 (almeno il brano The Death of You and Me), Liam nel 2017 con As You Were (ottima la chiusa come I’ve All I Need).

Alcune band si sono avventurate, a loro rischio e pericolo, negli anni Zero. I gallesi Catatonia, con la straordinaria voce di Cerys Matthews, sono arrivati al 2001 con l’ultimo disco, Paper Scissors Stone, aperto da Godspeed. I Gene, fotocopie senza vergogna degli Smiths, si sono parimenti spiaggiati nel 2001 (Libertine, col singolo We’ll Get What We Deserve). Anche i Rialto, arrivati tardi nel 1998 con uno splendido debutto eponimo, hanno chiuso i battenti nell’estate del 2001 con Night on Earth, mossa più elettronica ma comunque riconducibile sotto l’egida del genere. Fun fact: il cantante dei Rialto, Louis Eliot, ha il sangue blu (cosa che avrebbe fatto inorridire Jarvis Cocker dei Pulp). I Mansun, che con Attack of the Grey Lantern (1997) avevano tentato un concept degno dei Genesis, sono scomparsi nel 2004 pubblicando un triplo album “completista” intitolato Kleptomania, con rarità e un disco inedito, discreto ma ormai senza pubblico. Tra i più insistenti (e talentuosi) anche i Supegrass, che Spielberg avrebbe voluto per un biopic sui Monkees. Il gruppo di Gaz Coombes, giocoso fino a un certo punto, ha saputo tracciare un itinerario originalissimo, contaminando il classico britpop con elementi progressive. Life on Other Planets (2003) è la loro ultima prova davvero pop, aperta dalla fulminante “Za“.

Altri gruppi sono tuttora tra noi, anche se diversi dagli esordi. Gli Embrace ad esempio, buttatisi nell’orgiona del tardo britpop coi loro pezzi strappalacrime (e qualche perla), continuano a pubblicare e resistono malgrado una poco plausibile svolta rock. Nel 2004 Chris Martin ha scritto per loro Looking As You Are, sintesi perfetta delle ambizioni e dei limiti del cosiddetto post-britpop. I My Life Story, che in origine avevano saputo imprimere al genere un interessante spin orchestrale, si sono riaffacciati nel 2019 con l’apprezzabile World Citizen. I Keane, arrivati sulla piazza nel 2004, sfornano un pop non banale con elementi britpoppeschi e cenni a Bowie (Perfect Symmetry, 2008). Quanto ai James – in due occasioni prodotti persino da Brian Eno – la bilancia pende sempre più dalla parte del rock, ma dopo quasi trent’anni continuano a ricoprire un ruolo assimilabile a quello degli Oasis (senza cadere nelle stesse trappole).

Eterni ritorni. Come quello degli Suede, il volto glam del britpop, tornati insieme nel 2013 ma perseguitati dalla sfortuna di uscire (sia in quell’anno, sia nel 2016) in contemporanea con David Bowie, finendone inevitabilmente eclissati. E dire che Bloodsports ma soprattutto Night Thoughts (con What I’m Trying to Tell You) sono dischi di pregevole fattura, capaci di aggiornare alcuni umori specifici degli anni Novanta. Gli Shed Seven, più vicini al rock da pub, hanno un passato di tutto rispetto nell’epoca d’oro del genere e il coraggio di osare ancora, ad esempio nel 2017 con l’album Instant Pleasures, il cui brano People Will Talk ha la forza di una macchina del tempo che ti scaraventa vent’anni indietro – nel nome dello spasso.

Un discorso a parte lo meritano, come già suggerito, i Blur e Damon Albarn. The Magic Whip (2015) sembra la versione matura di The Great Escape (1995), il disco col quale i Blur rischiarono di passare alla storia come una band da luna park. Non una sbavatura, non una nota di troppo ma soprattutto la capacità di tornare a fare pop con intelligenza, pizzicando corde diverse rispetto a quelle ormai diventate stereotipo. Tra i vari progetti laterali e solisti di Albarn, il posto d’onore lo merita senza dubbio The Good The Bad and The Queen, ormai chiuso dopo la morte di Tony Allen. Due gli album all’attivo, uno più bello, influente e disinteressato dell’altro a piacere a tutti i costi. Sono dischi pensosi, eclettici, tuttavia estranei a qualsiasi forma di sperimentalismo oscuro. In particolare Merrie Land (2018) riesce a fungere da commento politico sulla Gran Bretagna in stato confusionale che ha deciso di isolarsi sventolando antichi vessilli imperialisti. E Gun to the Head, traccia numero tre, è il risultato di un processo di ruminamento e giocoleria degli stilemi pop anni Novanta. Epitaffio di una parabola iniziata con la Swinging London e proseguita con la Cool Britannia. La musica è finita.

Meteo

[Weather Report, 2 giugno 2020]

Se c’è una cosa che faccio tutti i giorni, cascasse il mondo, è guardare i due video pubblicati da David Lynch. Dall’11 maggio 2020, 318 giorni fa, ogni mattina – da noi le 16 – fa il punto sul meteo guardando fuori dalla sua finestra a Los Angeles (e leggendo le temperature su un qualunque sito di previsioni meteo). Dal 17 agosto 2020, 220 giorni fa, ogni mattina, circa un’ora dopo aver parlato di celsius e fahrhenheit, blue skies and golden sunshine, pesca una pallina da ping pong da un grosso barattolo di vetro dipinto di nero dalla base a metà altezza. Le palline sono dieci, numerate. Quella che esce previo giramento vorticoso (“Swirl the numbers”) indica il numero del giorno. Fine.

Il Weather Report è una vecchia idea risalente ai primi anni zero, quando Lynch aveva un sito .com, a pagamento, usato come vetrina di progetti sperimentali. A suo tempo, quasi vent’anni fa, usava una cam di quelle che avevamo anche noi, qualità infima e immagine sgranata, mettendocisi davanti sempre nella stessa posizione per alzare gli occhi al cielo e constatare lo stato delle cose. Ogni tanto, una variazione. Lui che legge Maxim indossando guanti da lavoro. Un pupazzo stile Mr Oizo al posto suo, sulla seggiola. Laura Dern in visita. Tra gli altri contenuti del sito, da tempo defunto, la miniserie Rabbits (inserita tra le schegge impazzite di Inland Empire) e un gioiellino in flash, il grottesco cartone animato Dumbland, quanto di più anale abbia mai fatto. Su Youtube non si trova più.

Prima di aprire il canale con l’aiuto della fedele produttrice esecutiva Sabrina Sutherland, Lynch stava su twitter. Ci sta ancora, con parsimonia. Via twitter annunciò nell’ottobre del 2014 la terza stagione di Twin Peaks, coordinandosi con Mark Frost in una storica sequenza di cinguettii. E già su twitter si coglie uno degli aspetti salienti del Weather Report, ovvero la ripetizione rituale. Ogni testo si apre con Dear Twitter Friends, cosa che ai tempi dei 140 caratteri se ne mangiava una bella fetta, caricando a dismisura le poche parole successive.

Cosa c’è sul canale a parte il meteo e il numero del giorno. Ci sono dei corti, per l’esattezza un’antologia di corti rari (Pożar, The 3Rs, Scissors, il video musicale I Have a Radio), una versione ampliata di Rabbits e alcune novità girate e montate in quarantena con mezzi semiamatoriali. Corti improvvisati in giardino (The Story of a Small Bug, Ball of Bees #1, The Spider and the Bee) e altri che ricordano gli inizi lynchiani pre-Eraserhead (The Adventures of Alan R., The Mystery of the Seeing Hand). C’è la serie, irresistibile, dei video What Is David Working On Today?, in cui il padrone di casa, noto appassionato di bric-à-brac, ci mostra un lavandino in legno, un orinale, un reggimicrofono e un reggicellulare (sempre in legno), delle litografie da firmare, delle braghe da rammendare, uno specchio, la boccia e le palline di cui sopra prima dell’avvio dell’estrazione giornaliera. Un video intitolato Thinking ci accompagna nel sottoscala, dove il vaso attende di entrare in azione. Per fortuna, questo corto d’atmosfera montato con qualche effetto visivo è l’unica cosa che si avvicina, senza citarla, alla follia settaria della meditazione trascendentale. Un’altra breve serie di video “lavorativi” (sempre introdotti da un cartello oscillante con tanto di trapano sullo sfondo) descrive la nascita del cosiddetto “incredible checking stick”, un bastone fatto in casa con elementi di spago e metallo che se puntato su un quadro ti aiuta a capire come procedere con la creazione. OK.

C’è anche un video di trenta minuti, isolato, in cui Lynch si lancia in un Q&A partendo dai commenti sul canale. E c’è quella che sembra una ripresa, buttata lì, di Dumbland in loop: How Was Your Day Honey? Durante il rapporto meteorologico ci può scappare la descrizione di un sogno, un consiglio musicale (soprattutto anni Cinquanta, ma anche i Beatles con A Day in the Life e Here Comes the Sun), qualche dichiarazione d’amore al legno e ai ruscelli, ingenui riferimenti alla politica americana. Regolarmente ci scappano auguri di compleanno agli amici – tipo Paul McCartney – e ogni tanto compare un cartoncino scribacchiato, sia esso per sostenere il movimento Black Lives Matter o per festeggiare San Valentino. Il 18 ottobre è rimasto zitto per un minuto di fila. Il 9 novembre ha scazzato di brutto il rito del numero, inquadratura compresa, con effetti esilaranti. Può capitare un video virato al blu o uno col suono distorto.

Stando a quanto afferma nei clippini, Lynch non è uscito di casa una sola volta dallo scorso maggio, con l’eccezione del doppio giro per vaccinarsi. I due video quotidiani sono statici, quasi sempre la medesima inquadratura (con un doppio cambio dal 7 novembre per questioni di luce naturale). Durante l’estate sono apparsi degli occhiali da sole terapeutici che ormai non si toglie più e che garantiscono una mise en abîme di riflessi con gli schermi. Il respiro è spesso udibile, corto. La barba, dal 2021, in crescita incontrollata. L’estrazione del decalotto avviene di solito con un cappello fluorescente da cowboy, giallissimo, calato sulla folta capigliatura bianca.

Il 31 gennaio, un’altra birbonata in stile bastone da creazione. Annuncia un annuncio per il giorno successivo, web in delirio, poi si scopre che l’annuncio doveva in teoria segnare la fine dei clippini ma David ha cambiato idea grazie ai tanti commenti, va avanti imperterrito finché ce n’è. L’entrata in produzione della nuova serie per Netflix, Wisteria / Unrecorded Night, è prevista per maggio. Lo si sa dallo scorso autunno per via ufficiosa, dettagli racimolati su testate per addetti ai lavori e in uffici polverosi deputati al deposito di titoli protetti da copyright. Il diretto interessato, da sempre maestro nel seminare indizi ingannevoli, non smentisce né conferma. Il mistero, per essere mistero, dev’essere misterioso e imperscrutabile. Se spieghi è la fine.

Eppure, il David Lynch Theater, tutto maiuscolo, non è fonte di mistero. Con la sua ossessiva, tranquillizzante ritualità, la sua ripetizione minimalista, random e innocua come l’estrazione di un numero tra 1 e 10, l’esposizione quotidiana di un uomo di 75 anni, fumatore incallito, è un esperimento di trasparenza. Un gesto di vicinanza da parte di chi, raccontando una storia, ama incrinare il lieto fine. Scuotere il puzzle. Negare qualsiasi conclusione logica, qualsiasi closure da blockbuster. In questo teatrino, che potrebbe benissimo essere quello della signora del radiatore, si respirano l’onestà e la lentezza di The Straight Story. Come andrà a finire, forse tra le stelle, non si sa. E che importa poi?

Conta la certezza. Di poter fare affidamento su questo canale in tempi di attesa slabbrata e confinamento. Conta sapere che domani mattina a Los Angeles, e domani pomeriggio in Europa centrale, un uomo in primissimo piano si sorprenderà per l’ennesima volta del quinto giorno della settimana: “If you can believe it, it’s a Friday once again”.

wishlist immaginaria

Philip Ridley non pubblica romanzi dal 2005. Questa lista di libri che non esistono ma sarebbe bello se esistessero non può che cominciare con l’autore di Crocodilia, Gli occhi di Mr. Fury e Vinegar Street, personalità morrisseyana ed eclettica che in termini quantitativi continua a dominare i miei scaffali di narrativa. I suoi film, da The Reflecting Skin (1990) a Heartless (2010), sono coraggiosi e disturbanti, ambientati in un mondo fatto di minacce, perversioni, gioventù e bellezza selvaggia. Oggi si direbbe queer. Ridley ha la rara capacità di calarti in questo mondo con un’inquadratura, un paragrafo, due battute d’un copione. Negli ultimi anni si è dedicato solo al teatro, e annualmente pubblica una nuova pièce con la puntualità d’una Nothomb. Alcune (The Pitchfork Disney, Leaves of Glass, Feathers in the Snow) sono straordinarie, ma senza l’esperienza diretta della performance manca sempre qualcosa. Sul fronte letterario, Ridley ha pubblicato molto per un pubblico giovane, e il suo ultimo romanzo Zip’s Apollo è per ragazzi. La speranza che torni a scrivere letteratura scapestrata e scapigliata è l’ultima a morire.

Nel 2017 m’incaponii per portare in Italia Thomas Melle, l’autore di Die Welt im Rücken (Rowohlt). Invano. Già pubblicato senza fuochi d’artificio nel 2015 da Fandango (Sicario, or. Sickster, trad. Fabio Lucaferri), Melle è uno di quegli autori che meritano una seconda chance. Oltretutto, bisogna prenderlo quando è in buona. Die Welt im Rücken è un testo anfibio, tra autobiografia e visione allucinata, che parla di bipolarità. La sua. Certi brani mi fanno piangere a comando. Anche Melle è ormai principalmente autore teatrale, e ogni tanto traduce dall’americano. 3000 Euro è un altro suo ottimo romanzo, ancora inedito in Italia, ma Il mondo in groppa farebbe sfracelli con la giusta promozione e la presenza magnetica dell’autore, che non sai mai se ti vuole abbracciare o mollarti un cazzotto. Mi piace pensare che abbia un capolavoro in canna.

Cronenberg dovrebbe tornare dietro alla macchina da presa proprio quest’anno, con un vecchio script à la body horror e il corpo allenato di Viggo Mortensen (peraltro già protagonista del primo lungometraggio di Philip Ridley). La notizia è buona, ma lo è anche lo strano secreto letterario che ci ha propinato poco prima di Maps to the Stars, Consumed (2014). In molti casi, il passaggio alla letteratura da parte di cineasti famosi è poco spettacolare se non marginale (vedi Fountain Society di Wes Craven), ma in Consumed emerge il lato più chirurgico e accademico di Cronenberg, anche se la trama sovraccarica sembra a tratti un bloc notes con spunti e suggestioni – a cominciare dalla Corea del Nord, in pieno hype crescente prima della presidenza Trump. Una seconda prova sarebbe un evento, altro che Tarantino transmediale.

Un appello a Iperborea. Il norvegese Erlend Loe ha alle spalle una produzione altalenante, ma almeno due romanzi con protagonista Andreas Doppler, Vita con l’alce (trad. Cristina Falcinella, 2007) e Volvo (trad. Giuliano D’Amico, 2010), sono da antologia per i tocchi surreali e amabilmente nerd. Da alcuni anni non si traduce più nulla, sebbene l’elenco dei romanzi, a detta di wikipedia, sia in crescita. Che si traduca! Discorso più tristo per il finlandese Kari Hotakainen, autore tra l’altro di Via della Trincea (2009) e La legge di natura (2015), entrambi tradotti da Nicola Rainò. Sembra fermo, Kari, speriamo non sia così.

L’americanissimo (di provincia) Mitch Cullin rischia di passare alla storia come un pony monotrucco, grazie all’indimenticabile A Slight Trick of the Mind (2005, tradotto da Giovanna Scocchera per Giano). Il precedente Tideland (2000, portato sullo schermo da Terry Gilliam) lo colloca automaticamente nei pressi di Philip Ridley per immaginario e tensioni sessuali latenti. Con la differenza sostanziale che Cullin è meno ossessivo, buio, e ha saputo affrontare il proprio orientamento sessuale con discreti risultati in UnderSurface (2002). Da molti anni non si fa sentire, e gli ultimi progetti lasciano a desiderare. Un peccato, perché con Trick ha dimostrato di saper rimasticare un mito altrui (Sherlock Holmes) senza cadere nel mero parassitismo.

Bini Adamczak l’ho tradotta nel 2018 per Sonda, il mio editore del cuore da quando ho cominciato a fare seriamente questo lavoro. Il suo libretto sul comunismo raccontato ai giovini è un grimaldello pazzesco, che prima ti dà uno zuccherino – con tanto di illustrazioni – e nella seconda parte si tuffa in un’argomentazione alta, nient’affatto adatta a giovini lettrici, tanto complessa quanto vibrante. Bini è comunista, e malgrado questo aggettivo sia ormai fuori dal tempo e dallo spazio, riflette una fede ideale ancora capace di generare contenuti affascinanti, motivanti. Belli. Sono anche convinto che questo suo approccio politico nel senso profondo del termine, da agit-prop instancabile, troverebbe una chiave congeniale in ambito lgbt+. Da bini mi aspetto un pamphlet sull’identità trans* di quelli che ti entrano sotto la pelle e te la cavano.

Sempre Sonda, editore del cuore non a caso, diverso attivismo. Doglands (2011) di Tim Willocks, tradotto da me l’anno seguente, è forse il libro che amo di più tra tutti quelli che ho riscritto in italiano. È antispecista senza il ditino alzato, una storia di cani che va oltre l’aspetto favolistico o da novella esemplare. Piacerebbe anche a chi legge volentieri storie di gatti o gabbianelle. È universale, mozzafiato, empatica, e l’autore vi infonde il respiro epico e hard boiled di altri suoi romanzi. Purtroppo, il seguito annunciato anni fa deve ancora vedere la luce. DogLines dovrebbe chiamarsi, strizzata d’occhio a Chatwin nel nome della libertà. Noi si aspetta (poco) pazienti.

Se c’è un autore italiano che mi manca, in forma di libro, anche se non è quello il suo medium principale, questo autore è Spiro Scimone. Insieme a Francesco Sframeli ha fondato quasi trent’anni fa una compagnia teatrale che va esperita, come tutte le compagnie teatrali, a teatro. Han pure fatto un film, Due amici (2002), gradevole bizzarria nel panorama cinematografico nostrano. Al contrario di Ridley, però, i testi scarni di Scimone, i suoi ping pong laconici e lapidari rivivono sulla pagina acquistando un’autonomia insperata. Beckett? Diciamo Beckett. E anche un pizzico di Ionesco. Ubulibri li ha pubblicati almeno fino alla Busta (2006), poi basta.

Mi piacerebbe poi, ma potrei anche dirglielo di persona, che Giuliana Olivero tornasse a scrivere. Il suo tocco abrasivo, evidentissimo nel Calcio di Grazia (Dalai, 2002), ha saputo adattarsi persino al genere “giallo regionale” con La confessione (END, 2014). A suo tempo mi disse di voler scrivere un secondo giallo ambientato nel mondo bovino delle rèine, le vacche da combattimento valdostane. Che poi non combattono mica. Surrealtà, quiete montana e affari sporchi. Un colpaccio assicurato che merita solo di espandersi via word processor.

Due dei libri che letto più voracemente negli ultimi anni sono delle liste. Quella stilata di Christopher Fowler dei “forgotten authors”, uscita in due tempi e formati diversi. E quella, scoperta di recente, dello sfrontato Frédéric Beigbeder, che nel 2011 pubblicò un “primo bilancio dopo l’apocalisse“. Entrambe idiosincratiche e opinabili, ma ricchissime di spunti. Per dirne una, dopo aver letto la classifica dei cento libri prediletti da Beigbeder mi sono riletto il vincitore, American Psycho, e gli ho dato ragione quasi a ogni pagina. Ecco, dovrebbe rifarlo questo giochino. O aggiornarlo un minimo, riflettendo sugli ultimi dieci anni. Fossi in lui, che di pochissimi autori arriva a citare due titoli, arriverei a tre aggiungendo a The Atrocity Exhibition e Crash Miracles of Life (2008), molto più di un’autobiografia ben temperata scritta da un malato terminale su suggerimento del medico curante. E qui il desiderio d’encore sbatte contro un muro, perché Ballard è morto.