disputatio.

Dall’indice di Storie sudate – il lavoro al tempo della crisi, Marco Del Bucchia, Massarosa 2012.

Nel primo pomeriggio di domenica 16 aprile è morto uno dei miei migliori amici, Stefano. Ci penso ogni giorno. Ogni giorno ho l’istinto di scrivergli. Ogni giorno mi domando: cosa ne pensa Stefano? Qual è la sua posizione? Niente condizionale. Tutto quello che so di politica lo so grazie a Stefano. E non sono l’unico a poterlo dire. Insieme a lui ho vissuto gli anni più intensi e sensati nell’alveo dell’attivismo LGBT+. Al suo fianco, spesso inevitabilmente con gli occhi piantati su di lui, le sue movenze, le orecchie apertissime per captare le strategie oratorie, i concetti grimaldelli, le parole giuste al posto giusto. Le trappole, anche. Stefano è morto, giovane, con quarant’anni di attivismo vibrante alle spalle, sinistra vera ma non ideologica, adattiva per cambiare le cose. Per provarci. Per rischiare, sempre, e vedere l’effetto che fa. Stefano, che lavora nel sociale, è un educatore nel senso più alto del termine. Il suo stile è leggendario. Ho recuperato un suo racconto apparso su una piccola antologia brossurata alla meno peggio. Lo appoggio qui, con minime variazioni redazionali (virgole et al.), nella forma di un omaggio a una persona indimenticabile. Il minimo che possa fare. Non detengo i diritti di Disputatio. Spero che, leggendo queste parole ribattute a macchina, venga voglia di recuperare il libricino originale curato da Andrea Genovali.

Parla Stefano.

Disputatio

di Stefano Pieralli

“Il suo curriculum è interessante, al pari di alcuni altri, abbiamo selezionato tre persone tra cui lei e le proponiamo di svolgere una settimana di prova non retribuita in affiancamento. Al termine della prova comunicheremo la nostra scelta”. La responsabile del servizio aveva pronunciato questa frase al termine del primo colloquio di valutazione, con tono rassicurante, ed era netta la percezione che avesse già deciso. Da tre anni, quattro mesi e cinque giorni Federico era rientrato in Italia dopo un periodo trascorso a Londra. Era partito nella speranza di trovare in Gran Bretagna un luogo di civiltà in cui poter trovare sé stesso, era tornato con qualche malattia venerea e senza un soldo in tasca. Negli anni passati a Londra aveva provato sulla sua pelle la madre di ogni discriminazione: la povertà. Aveva quindi deciso di tornare in Italia, dove la famiglia poteva garantirgli quel minimo di rete sociale utile a non sprofondare nel baratro dell’indigenza. Dopo alcuni anni trascorsi a somministrare hamburger e a raccogliere i bicchieri nei pub gay londinesi, Federico aveva rispolverato i suoi titoli di studio e preparato con arte e amore un curriculum formato europeo, inviandolo ovunque e a chiunque operasse nel sociale. Erano circa tre anni che si arrabattava tra contratti a termine, contratti a progetto, affitti di camere in appartamenti di studenti diffusissimi nel mercato immobiliare bolognese, abbandonati per tornare in famiglia ad ogni default finanziario, quando giunse la telefonata del centro di accoglienza per le dipendenze patologiche. Federico non si rammentava di aver inviato loro il curriculum, ma poco importava. “Sono d’accordo e accetto. In questo periodo non sono occupato: sono disponibile a un periodo di prova”. Federico chiuse così il colloquio e uscì dalla stanza incrociando uno dei suoi rivali. Avrà avuto venticinque anni: sicuramente inesperto, sentiva di non doverlo temere.

“Sono lieta di comunicarle che al termine delle prove di tutti i candidati, dopo esserci confrontati con l’operatore che vi ha affiancato, abbiamo deciso di proporre a lei il posto vacante nell’équipe del nostro centro. Il contratto prevede sei mesi di prova al termine dei quali, se tutto andrà bene, avvieremo un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Domani è atteso nella nostra sede centrale per un colloquio con il presidente, e là firmerà il contratto”. Tempo indeterminato, che bella parola, che suono sublime. Erano tre anni che Federico aspettava di sentirla pronunciare. Era quasi commosso. Ora il suo viaggio verso la civiltà, verso un luogo in cui poter essere sé stesso, poteva ricominciare. Sarebbe stato un lungo viaggio, ma questa volta dentro di sé. La mattina seguente si alzò di buon’ora, un po’ ansioso ed eccitato ma sicuro di sé, e si avviò all’incontro con il presidente. A breve, il suo presidente. La sede centrale era un luogo maestoso e ben tenuto, molto diverso dai tuguri a cui Federico si era abituato dalle precedenti esperienze lavorative nel sociale; era chiaro che non si trovasse nella sede di una tipica cooperativa sociale emiliana.

Guardandosi attorno iniziò a scorgere numerosi simboli religiosi, e mano a mano che si avvicinava all’ufficio del presidente i simboli aumentavano in modo esponenziale. Iniziò a inghiottire nervosamente. Dopo pochi minuti di attesa si aprì la porta dell’ufficio e fu invitato ad accomodarsi. Alle pareti numerose figure sacre, nella stanza alcuni mobili antichi di indubbio valore. In fondo alla stanzona, dietro una scrivania anch’essa antica, un signore sulla sessantina vestito in modo sportivo con la barba bianchissima: l’archetipo estetico del missionario progressista. Federico inghiottiva sempre più nervosamente. Era dalla prima comunione che non frequentava ambienti religiosi, ne percepiva l’ostilità, il giudizio morale. “Mi racconti un po’ di lei” gli chiese con tono gentile il presidente. Federico, che non aveva più saliva da inghiottire, si rese conto in un istante che doveva creare, inventare, raccontare un altro sé, altrimenti la suadente parola “tempo indeterminato” non sarebbe mai più stata pronunciata. Federico scelse di riadattare la realtà, cambiò il genere sessuale alle sue relazioni, non si dichiarò pagano ma solo agnostico e disse non aver mai trovato la donna giusta con cui avere figli. Gli sembrò un compromesso accettabile per un lavoro a tempo indeterminato. In fondo, Federico un figlio lo avrebbe voluto davvero, ma in quel contesto dichiararsi a favore dell’adozione per le coppie dello stesso sesso sarebbe stato sconveniente. No, meglio tacere. Il presidente ascoltò in silenzio il racconto di Federico, con attenzione. Al termine del racconto chiese a Federico se desiderasse un caffè. Dopo alcuni minuti di imbarazzante silenzio entrarono due ragazzi in camice bianco, con cappello da cucina, in parte nascosti da straripanti vassoi. Il presidente versò il caffè e porse a Federico alcuni pasticcini e brioche salate. Poi disse: “Lei pare molto tranquillo, questo è considerato generalmente un pregio, ma si ricordi che in questo lavoro la prima cosa è non farsi mettere i piedi in testa. Avrà a che fare con ragazzi di strada. La responsabile del centro l’ha selezionata e io mi fido delle scelte dei miei collaboratori”. Non fu proferita più alcuna parola se non di cortesia. Federico consegnò la documentazione che gli era stata richiesta, firmò il contratto e fuggì da quel luogo.

“L’8 dicembre Maria, il 24 Franco, il 25 Elena, il 26 Carina, il 31 Federico…” durante la settimanale riunione di équipe la responsabile del centro stava elencando i turni di lavoro durante le feste. La comunicazione dei turni di dicembre era un momento molto atteso dall’équipe, non solo per organizzare il proprio tempo libero durante le festività più importanti dell’anno, ma anche per determinare il gradimento che riscuoteva il o la lavoratrice. Più la festività era importante, più il lavoratore o la lavoratrice chiamata a coprire il turno era in “disgrazia”. Era il secondo 31 dicembre consecutivo per Federico, un segnale inequivocabile. Nelle strutture residenziali per persone con dipendenze patologiche, la presenza degli educatori è prevista ventiquattr’ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni all’anno. Un lavoro pesante, impegnativo, con innumerevoli responsabilità. Un lavoro sottopagato in cui il tempo libero assume un valore enorme ed è una forma di retribuzione aggiuntiva. La definizione dei turni era uno strumento di valorizzazione o di oppressione nei confronti del personale. Uno strumento molto amato dalla dirigenza, attraverso il quale poteva trasformare, in pochi mesi, un contratto a tempo indeterminato in un contratto a termine. Il centro per le dipendenze patologiche non licenziava mai, erano sempre i lavoratori o le lavoratrici a rassegnare, stremate, le proprie dimissioni. Il primo anno, il turno del 31 dicembre era scontato: Federico era l’ultimo arrivato nell’équipe e quell’assegnazione nei turni gli parve lo scotto da pagare per il suo noviziato. Il secondo anno, l’assegnazione del turno il 31 dicembre lasciò Federico basito. I rapporti con il resto dei componenti dell’équipe non erano esaltanti ma in ogni situazione corretti, almeno da parte sua. Con la responsabile i rapporti gli parevano buoni; anzi, a lui la responsabile del centro piaceva molto. Non capiva. Federico uscì dalla riunione dell’équipe perplesso, preoccupato, con la copia dei turni in mano chiedendosi cosa fosse accaduto, cosa stesse accadendo, perché fosse caduto in disgrazia. Le colleghe non lo avevano mai particolarmente amato, non aveva lasciato spazio a relazioni amicali e aveva sempre tenuto tutte a debita distanza. Ma poteva la sua reticenza relazionale essere causa della sua disgrazia? In fondo, da educatrici professionali Federico immaginava letture articolate delle relazioni impersonali: era sempre più perplesso.

“Ne avete ancora per molto?” Federico aveva somministrato l’ultima terapia (quella delle 20:30) e attendeva che gli ospiti di turno finissero di riordinare la cucina prima di consegnare il film per la programmazione serale. Dopo alcuni mesi di discussioni accese era riuscito a convincere i ragazzi ospiti della struttura a visionare film di qualità durante i suoi turni serali, e si preoccupava lui stesso di proporli e recuperarli. Era assolutamente convinto che il depauperamento culturale fosse per molti di loro la causa principale della dipendenza patologica. L’assenza di strumenti culturali impediva a molti di dare letture complesse agli avvenimenti della loro vita, impediva di capire, sentire, digerire le proprie emozioni. Riuscì quindi a sostituire la visione dei soliti film d’azione con quella di importanti e originali film d’autore. Per portare i ragazzi dalla sua parte, alla prima proiezione aveva proposto loro Belli e dannati di Gus van Sant. Un film bellissimo, una libera interpretazione dell’Enrico IV di Shakespeare. Un grande successo non mitigato dalle proposte successive. Se debitamente stimolati, i ragazzi rispondevano alla grande. Quella sera, invece, il film scelto era Frida, un’opera molto recente di Julie Taymor incentrata sulla sofferta vita privata della pittrice messicana Frida Kahlo, interpretata da Salma Hayek. Federico adorava quel film che aveva visto decine di volte, e ogni volta era un viaggio nell’abisso, nel suo abisso. Sarebbe stato bellissimo se i ragazzi si fossero fatti trasportare dalla storia, dalla musica, dai colori di Frida. “Operatore abbiamo finito” un urlo dalla cucina avvisò Federico che il turno del riordino era terminato. Si avviò in cucina col il dvd di Frida in mano, un controllo veloce sulle pulizie svolte poi corse in sala tv. Era ansioso di captare le reazioni dei ragazzi, si aspettava molto da loro, o meglio da alcuni di loro.

Federico si svegliò, bussavano alla porta dell’ufficio dove vi era un divano letto per l’operatore in turno di notte, si vestì velocemente e aprì. Sulla porta Raffaele, un ragazzo napoletano di ventiquattro anni, il più giovane tra gli ospiti del centro. “Che c’è Raffaele, non stai bene?”. Mentre poneva la domanda si rese conto che il ragazzo era praticamente nudo, solo in slip. “Posso entrare” chiese il ragazzo, “non mi sento bene, non riesco a dormire, ho bisogno di parlare”. Il ragazzo si rivolse a Federico con tono gentile, per nulla sofferente. Alle 3 di notte non è semplice essere empatici. “Stai così male da non riuscire a indossare un pigiama?” Federico usò un tono di rimprovero: voleva ripristinare da subito una certa distanza professionale. Quasi istintivamente sentiva il bisogno di schermarsi dietro il proprio ruolo. “Sali in camera e mettiti qualcosa addosso”. Era turbato da quel corpo seminudo. Raffaele era un bellissimo ragazzo: alto, snello, tonico, con lineamenti dolcissimi. “Io intanto preparo un caffè”. Prese le chiavi della cucina e il caffè gelosamente custodito in un mobile dell’ufficio/camera. Nei centri per le dipendenze patologiche, il caffè e le sigarette erano considerati beni voluttuari, somministrati con parsimonia sull’onda di teorie educative alquanto repressive. Raffaele scese dopo pochi minuti. Il caffè era sul fuoco. Indossava una canottiera e una tuta aderente che fasciava cosce e glutei maestosi. Federico versò i caffè, li mise su un vassoio con lo zucchero insieme a qualche biscotto e una bottiglietta d’acqua e andarono in ufficio. Lo fece per sé, sentiva il bisogno di trattarsi bene, di volersi bene. Dopo il caffè non poteva mancare una sigaretta che offrì anche a Raffaele, rompendo così ogni schema prestabilito nei rapporti operatore-ospite. Lo fece senza pensarci troppo, era notte ed era stanco. Si meritava un buon caffè e una sigaretta e probabilmente se la meritava anche Raffaele, se non altro per lo sforzo di essere lì a ventiquattro anni nel tentativo di far riparare la propria vita. Raffaele pareva rilassato e felice dell’accoglienza ricevuta: “Scusi operatore se mi permetto: ma lei è ricchione?” Federico sobbalzò sul divano, il biscotto che stava masticando divenne improvvisamente un mattone piantatosi in gola. “I ragazzi della sede del reinserimento raccontano di vederla spesso in giro per Bologna e che lei è ricchione”. Federico si attaccò alla bottiglietta: pareva volersi annegare. Non gli piaceva negare il suo orientamento sessuale, tutt’al più non affrontava l’argomento, ma dinanzi a una domanda diretta come comportarsi? Dall’età di diciassette anni aveva giurato che non avrebbe mai mancato di rispettare sé stesso negando la sua natura, la sua vita. “Raffaele, mi hai svegliato alle 3 di notte per avere informazioni sulla mia vita privata?” Disse Federico con tono seccato.

“No, ma ho bisogno che mi risponda” disse Raffaele guardando nel vuoto.

F: “Sono solito mantenere un certo distacco tra vita personale e vita lavorativa”.

R: “Io sono solito non avere una vita”.

F: “Pensi che avere dettagli sulla mia vita possa aiutarti in qualche modo?”

R: “Al reinserimento ormai parlano solo di lei, possibile che non lo sappia?”

F: “Non so nulla e non mi interessano i pettegolezzi tra voi”.

R: “Non sono pettegolezzi: dicono di averla vista baciare un ragazzo”.

F: “E anche se fosse? Non capisco il tuo interessamento, o vuoi avere più elementi da riportare ai tuoi compagni? Domani c’è una partita di calcio tra centri: vuoi fare colpo coi tuoi amici?”

R: “È ingiusto: io ho anche litigato per difenderla”.

F: “Ma non c’è nulla da difendere”.

R: “La deridono, la sfottono… non le importa?”

F: “Guarda, Raffaele… mi spiace se hai litigato per me e ti ringrazio, ma non dovevi farlo: tu devi pensare a te, al tuo percorso”.

Raffaele fissava il vuoto, in silenzio, sembrava assente. Passarono alcuni minuti prima che riprendesse a parlare.

R: “Non ne ho mai parlato con nessuno e le chiedo di non parlarne con nessuno. So che voi avete il segreto professionale, siete come i preti non è vero?”

F: “Non proprio come i preti”.

R: “Mi deve assicurare che non dirà nulla a nessuno”.

F: “Nemmeno all’équipe?”

R: “Soprattutto all’équipe”.

Federico, che ormai aveva intuito di che stesse parlando, rassicurò il ragazzo sul suo silenzio.

R: “Prima di entrare qui mi vedevo con un ragazzo di trentacinque anni del mio quartiere, è sposato ma gli piacciono i giochi particolari. Sta nella camorra del quartiere: io ci andavo, almeno credevo, perché mi dava la roba, non mi dovevo sbattere e mi faceva vivere bene. Mi faceva sentire bene. Da quando sono qui penso solo a lui e mi manca. Mi faceva sentire bene, mi manca, con lui stavo bene”. Raffaele parlò per più di due ore, Federico ascoltava, attento, rapito da quella storia ancora più intensa delle pagine scritte da Gide che era solito divorare con ingordigia ogni sera prima di coricarsi. Alle 6 del mattino lo mandò in camera, non voleva che qualche ragazzo si accorgesse che aveva passato la notte nell’ufficio/camera, viste le voci che giravano sul suo conto. Chissà quali dicerie ne sarebbero derivate: meglio essere prudenti. La collega per il passaggio del turno arrivò come previsto alle 9. Federico era provato dalla notte in bianco e decise, come aveva assicurato a Raffaele, di non dire nulla. Salì in macchina velocemente, sentiva la necessità di correre a casa dalle sue tranquillizzanti abitudini, tra le sue cristallizzate sicurezze, e si chiedeva come avrebbe potuto aiutare quel ragazzo. Cosa avrebbe potuto fare, cosa sarebbe stato giusto fare. La riunione di équipe si teneva ogni settimana il mercoledì con ordine del giorno variabile a seconda delle necessità della struttura. Quel mercoledì all’ordine del giorno c’erano i piani terapeutici di alcuni ospiti, tra cui Raffaele. Federico ascoltò attentamente la relazione sul piano terapeutico di Raffaele esposta dall’educatrice titolare del progetto, Maria. In quella relazione non vi era nulla del Raffaele che aveva conosciuto. La collega stava svolgendo il compitino senza passione, credibilità, utilità terapeutica. Non conosceva nulla di Raffaele. Federico non poteva intervenire, aveva promesso di non parlare, ma anche nel caso sarebbe servito a qualcosa? Maria, come le altre colleghe, non avrebbe mai potuto prendere in considerazione che per un ospite del centro il ritorno alla vita potesse voler dire affrontare il tema del suo orientamento sessuale. Erano quasi tutte sposate o fidanzate con cosiddetti ex, e chi ancora non lo era ci stava lavorando. Per le educatrici dei centri per le dipendenze patologiche i ragazzi ospiti sono spesso una sfida da vincere, e il trofeo è l’altare. L’erotismo femminile nel sociale di matrice cattolica è un universo che spaventa. Federico sapeva che attraverso l’équipe non poteva incidere sul percorso terapeutico di Raffaele, ma non intendeva lasciarlo solo e così aprì con lui, senza verbalizzarlo, un proprio percorso terapeutico, perché gli aveva chiesto aiuto. Decise che sarebbe diventato il suo educatore ombra: a ogni turno festivo o serale, quando era l’unico educatore in turno, si ritagliava uno spazio da dedicare a Raffaele. Lunghi colloqui in cui sostenerlo, motivarlo a conoscersi, ad apprezzarsi, a sentire i propri sentimenti e a non reprimere le proprie pulsioni, ma riconoscerle per viverle dignitosamente. Per molti mesi andò alla struttura con grande motivazione: sentiva di compiere un importantissimo lavoro. Raffaele era un ragazzo in gamba e forse grazie anche al suo aiuto avrebbe potuto vivere la sua vita serenamente, liberamente. I lunghi colloqui tra Federico e Raffaele infastidivano e ingelosivano gli altri ragazzi e in breve tempo, all’insaputa degli interessati, fiorirono nel centro le più fantasiose ipotesi sul loro presunto rapporto. “L’educatore e il giovane ospite” avrebbe potuto essere il titolo del libro contenente i racconti che circolavano sul loro conto. Nel frattempo Raffaele stava sempre meglio, il suo percorso progrediva assieme alla sua consapevolezza, lucidità e volontà di cambiare vita, e doveva molto a Federico. Lo sapeva e gli era grato. Glielo disse quando si salutarono il giorno in cui si trasferì all’agognata sede del reinserimento, la fase conclusiva del programma terapeutico. Un lungo abbraccio, virile stretta di mano, ma nessun bacio. Dio, incarnatosi nell’équipe, li osservava.

Giunto a casa, Federico lesse e rilesse il foglio turni di dicembre. Il secondo Capodanno in turno era un’ingiustizia, decise quindi di chiedere un incontro con la responsabile e le telefonò per un appuntamento. La settimana successiva, al termine della riunione di équipe, l’incontro ebbe luogo. La responsabile era visibilmente infastidita da quella situazione che non aveva potuto evitare, e dinanzi alle rimostranze di Federico non provò neppure ad abbozzare giustificazioni. Andò al nocciolo della questione. “Era mia intenzione parlarti passate le feste, ma vista la tua insistenza sono costretta a darti oggi il quadro della situazione. Io, l’équipe tutta e i dirigenti del centro siamo sconcertati dal tuo lavoro, non riteniamo tu sia in grado di svolgere il ruolo di educatore, ma considerato che hai un contratto a tempo indeterminato e che, in ogni caso, abbiamo bisogno di qualcuno che svolga un ruolo operativo ti informo che, dall’anno nuovo, non avrai più alcun ragazzo riferito di cui curare il progetto terapeutico. Ti occuperai esclusivamente dei trasporti e della manutenzione della struttura”. Federico restò senza parole davanti a tanta durezza. Era un fulmine a ciel sereno, non aveva mai avuto alcun sentore di una situazione così compromessa. A lui sembrava di lavorare bene, con Raffaele poi era sicuro di aver svolto un ottimo lavoro, certo nessuno lo sapeva, ma era la prova provata che lui era in grado di svolgere il ruolo di educatore. D’istinto reagì in termini sindacali.

F: “Quindi mi abbassate il livello? Non credo possiate farlo”.

R: “Nessun abbassamento di livello, noi ci muoviamo nel rispetto della legge”.

Federico voleva capire. Quasi pentito della sua prima domanda, aggiustò il tiro.

F: “Credo di avere il diritto di sapere perché, dopo quasi due anni di lavoro, non sarei più adatto a svolgere il ruolo dell’educatore”.

La responsabile era sempre più insofferente, visibilmente scocciata.

R: “Senti Federico, tu sai benissimo il perché, pensavi che il tuo rapporto privilegiato con Raffaele sarebbe passato inosservato? Hai danneggiato, spero non irreparabilmente, il percorso di un ragazzo”.

Federico iniziò a innervosirsi. “Rovinato il percorso di un ragazzo? Ma Raffaele è al reinserimento e so che ha trovato lavoro. Non è mai ricaduto nell’abuso di sostanze, e sta bene”.

R: “Hai messo strane idee nella testa di quel ragazzo, sino a costringerci a farlo seguire da uno psicoterapeuta”.

F: “Sai meglio di me che Raffaele sta benissimo e mi auguro non gli abbiate assegnato un riparazionista teorico dell’omosessualità quale malattia! Me lo auguro per il bene del ragazzo!”

R: “Non sei più un ragazzino, pensavo che alla tua età sapessi come funziona il mondo. Ma dove credi di essere venuto a lavorare, qui per le tue teorie non c’è spazio e se i servizi di Raffaele lo hanno mandato da noi è perché hanno fiducia nelle nostre, di teorie”.

F: “E che Raffaele ora sta bene non importa a nessuno?”

Alla domanda di Federico non vi fu risposta, e l’incontro s’interruppe in un’atmosfera di ostilità reciproca. Dopo alcuni mesi di turni massacranti, nessun riconoscimento per qualsiasi compito svolto, Federico non cedeva. Nessun altro educatore caduto in disgrazia prima di lui aveva resistito sino a quel punto. La responsabile alzò il tiro, lo escluse dalle riunioni di équipe e lo delegittimò agli occhi degli ospiti, i quali, oramai, si sentivano autorizzati a ogni atteggiamento provocatorio nei suoi confronti. Fiaccato, ferito e isolato, a Federico rimanevano due opzioni: andarsene o rivolgersi ai sindacati. Decise di chiamare l’ufficio della Cgil. Gli diedero un appuntamento al quale si presentò puntuale e agguerrito. Iniziò a raccontare gli avvenimenti: man mano che il racconto procedeva il viso del sindacalista, molto espressivo, s’incupì, e alla fine non fece domande. Uscì dall’ufficio e tornò dopo una decina di minuti sconsigliando di fare causa per mobbing. A parere del sindacalista la relazione intercorsa tra Federico e il ragazzo ospite era troppo ambigua e non sarebbe stato utile fare entrare in una causa di lavoro la figura di un utente del servizio. Era evidente che il sindacalista non fosse a proprio agio col termine omosessualità. Il ruolo non gli permetteva di esternare il suo pensiero ma, probabilmente, quello era uno dei rari casi in cui si era trovato più in sintonia col datore di lavoro che col lavoratore.

Privo anche di un sostegno sindacale, rimuginando sull’ignoranza quale elemento trasversale alle classi sociali, Federico si recò a casa e, sconfitto, scrisse la lettera di dimissioni. Non avrebbe mai voluto darla vinta alla sua responsabile, ma doveva arrendersi all’evidenza. Il giorno successivo inviò alla sede centrale la lettera di dimissioni per raccomandata con ricevuta di ritorno e telefonò alla responsabile del centro, che le accolse con malcelato buonumore. Il contratto prevedeva sessanta giorni lavorativi di preavviso: con una certa crudeltà, tolti i giorni di ferie maturati, la responsabile li pretese tutti. Furono quaranta giorni molto tristi e malinconici per Federico che ogni tanto pensava a Raffaele e sperava di cuore che, almeno a lui, le cose stessero andando bene. Non aveva più chiesto notizie, era terrorizzato dal rischio di metterlo in difficoltà e sperava che tutta la cattiveria e l’ignoranza del centro lo risparmiassero e non infierissero su una vita che bisognava aiutare a rinascere. Doveva stargli lontano. Aveva sempre letto molto ma, in quei lunghissimi quaranta giorni, non si staccò mai dai suoi testi preferiti. Leggeva e rileggeva spesso le stesse pagine, le stesse prose, le stesse poesie. Una poesia su tutte lo ristorava, lo aiutava a riflettere, a trovare le energie per ripartire: Mura di Kavafis.

Senza riguardo senza pudore né pietà, / m’hanno fabbricato intorno erte, solide mura. / E ora mi dispero, inerte, qua. / Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte. / Avevo da fare tante cose là fuori. / Ma quando fabbricavano fui così assente! / Non ho sentito mai né voci né rumori. / M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.*

Federico leggeva e rileggeva quella poesia scritta nel lontanissimo 1887. La sentiva sua, lui era quella poesia. Il 6 giugno Federico concluse il periodo di preavviso, raccolse dall’ufficio le sue cose, scambiò qualche chiacchiera con i ragazzi avvicinatisi per salutarlo e si avviò all’automobile. Incrociò un ragazzo sulle scale, probabilmente il suo sostituto. Si guardò attorno. In quel luogo aveva passato gran parte degli ultimi due anni ed era consapevole che ci sarebbe voluto tempo per elaborare quella breve ma intensa fase della sua vita. Salì in auto, imboccò il viale dell’uscita e iniziò a pensare su come trascorrere quell’estate improvvisamente libera da impegni. Gli avevano parlato di Berlino quale nuova capitale d’Europa. Il viaggio alla ricerca di un luogo di civiltà in cui poter essere sé stesso alla soglia dei quarant’anni doveva riprendere.

*Traduzione di Filippo Maria Pontani

modeste proposte editoriali

Immagine di copertina di Ganz normal anders (1989), a cura di Jürgen Lemke. Mann mit Papierhelm, di J.A.W.

Buchi, carotaggi, tagli profondi. Ho raccolto qualche idea per libri da fare, rispolverare, rifare e lucidare, che appoggio qui gratis et amore dei con la premessa forse scontata che son tutte lingue da cui traduco, quindi ci siamo capiti. Spunti copincollabili senza fatica, pur nel rispetto teorico della licenza Creative Commons spalmata su tutti i contenuti di questo blog.

Dal tedesco. Leggenda vuole, anzi storia certificata vuole che il primo Schwulfilm della DDR, Coming Out, per la regia di Heiner Carow, sia uscito la sera del 9 novembre 1989. Facile immaginarsi con quale successo di pubblico. Si sa meno che quello stesso anno uscì, sempre nei territori della Repubblica Democratica, un primo volumetto non fantascientifico né psicofarmacologico sull’omosessualità, ma proprio un libro che dava voce a tredici maschi gay cittadini tedeschi orientali. Si chiamava Ganz normal anders e a curarlo per Aufbau, senza metterci la propria voce né dichiararsi apertamente, fu Jürgen Lemke. Di suo ci sono la commovente dedica “Per Frank” a inizio foliazione e quattro righe a pagina 284 in cui ringrazia le persone intervistate e l’editor Helga Thron. Prefazione tra il nervoso e lo spiazzato di Irene Runge. Ganz normal anders è una strepitosa scatola nera sulla vita in Germania (Est) dalla seconda guerra mondiale in poi. Digiuno di qualsiasi scatto attivistico, ignaro sia dei film berlinoccidentali di Rosa von Praunheim, sia della Kleinstadtnovelle di Schernikau, il libro sembra la scena iniziale di 2001 col desiderio omosessuale al posto dell’utensile osseo. AIDS citata al volo da Bert a pagina 280, con un pizzico di sollievo dedicato alla sua relazione stabile con Rainer. Il tono cambia da intervista a intervista, si va dalle Tunten più sbracate e consapevolmente “capovolte” alle maschie nell’armadio che millantano bisessualità e altre scappatoie. Impagabile da questo punto di vista la conclusione del cinquantenne “R.”: “So, nun muß ich aber langsam los. Mein Zug wartet nicht. Kopfschmerzen habe ich auch von deiner vielen Fragerei. Und es gibt ein ganz falsches Bild von mir, wenn wir uns nur über Männer unterhalten”. Effetto straniamento e macchina del tempo assicurato. Un gioiello rimasto chiuso per decenni nella sua custodia crucca, tradotto solo in inglese nel 1991 – e in lettone.

Dall’inglese. William Friedkin è morto poche settimane fa. A Venezia è stato presentato il suo ultimo lavoro, The Caine Mutiny Court-Martial. Non è questa la sede per parlare dei suoi film, che meriterebbero orecchie su orecchie. Ma forse è questo il momento per farsi una sana overdose di video su youtube che lo vedono protagonista col suo umorismo caustico e la sua rara capacità di fare autoanalisi, spesso autocritica, passando senza colpo ferire dai grandi successi dei primi anni Settanta ai numerosi fallimenti successivi. Epocale la sua risposta a una domanda riguardante la lavorazione di quel capolavoro che è Cruising (1980): I don’t give a flying fuck into a rolling donut about what Pacino thinks. Esattamente dieci anni anni fa, per HarperCollins, è uscita la sua autobiografia, The Friedkin Connection, cinquecento pagine d’oro zecchino che ricostruiscono minuziosamente una delle carriere più incredibili e irripetibili nella storia del cinema americano. Il tomo copre cinquant’anni di film e documentari, fino a Killer Joe (2012), ergo mancano solo l’ultimissimo film e il suo home movie delirante su padre Amorth, che ha messo in difficoltà anche la mia profonda fede friedkiniana. Insomma, poco male, oltretutto come lettura è una goduria e ha una delle chiuse più sincere e devastanti che abbia mai letto, che riporto qui tanto non è uno spoiler: “I haven’t made my Citizen Kane, but there’s more work to do. I don’t know how much but I’m loving it. Perhaps I’ll fail again. Maybe next time I’ll fail better”.

Come si fa a non amare Terry Jones? Il Python tranquillo, quello che metteva d’accordo tutti, invitava la truppa a scrivere a casa sua e quando necessario, senza frizzi né lazzi, si metteva dietro la macchina da presa. Il secondo ad andarsene dopo Chapman, in seguito a un lungo declino cognitivo già ravvisabile durante gli show all’arena O2 nel 2014. Insieme al sodale Palin, Jones amava la goliardia made in Oxford, il Medioevo e le favole. Ne ha scritte un bel po’, e tra il 1990 e il 2002 è pure uscito con Mondadori. Una parentesi che inizia con Nicobobinus (trad. Laura Cangemi) e termina con Lo scudiero e il cavaliere (trad. Giovanni Luciani), entrambi con le magnifiche illustrazioni di Michael Foreman. In realtà quella dello scudiero è una vera e propria trilogia proseguita con The Lady and the Squire (2000) e The Tyrant and the Squire (2018), pubblicato due anni prima della sua morte e probabilmente affastellato a partire da appunti, spizzichi e mozzichi. Nel 2011 però Jones era ancora in piena forma, e diede alle stampe due chicche: la raccolta di racconti Evil Machines, edita via crowdfunding con marchio Unbound, e soprattutto l’esile ma esilarante Trouble on the Heath, una “quick read” di cento paginette a corpo grosso uscita per Accent Press al costo di una sterlina e novantanove. Ambientato nella zona di Londra dove viveva, col parco di Hampstead Heath a fare da sfondo e quasi da personaggio a sé, il libricino frulla cani piscioni, gangster russi e palazzinari in un concentrato tardo-pythoniano efficace e senza un filo di grasso. Non esplosivo come Mr. Creosote, ma a volte contagioso come le casalinghe sfrante interpretate da Terry.

Dal polacco. Letteratura ancora poco nota – soliti noti a parte – e perlustrata a fatica per paura del mondo slavo e dei picchi sconcertanti dell’anima nazionale, quella polacca è uno scrigno col doppio/triplo fondo che merita di spingersi oltre i reportage e i (sacrosanti) premi Nobel. Prendiamo Eliza Orzeszkowa, esponente di spicco del positivismo tardo ottocentesco e di quella che allora si chiama praca organiczna, lavoro organico, tesa al graduale ripristino della Polonia (sud)divisa. Qualche traccia del suo coevo Prus si rimedia sul mercato italofono, ma di lei si sono perse le tracce da esattamente sessant’anni, quando le edizioni Paoline e le del Grifo azzardarono la pubblicazione di un suo romanzetto di 75 pagine. Di tutt’altra levatura Nad Niemnem (1888, “sul fiume Niemen”), uno dei capisaldi della letteratura polacca, che andrebbe recuperato insieme al coevo Lalka (“la bambola”) di Prus. Peraltro, se la prende con la Russia zarista.

Ugualmente importante, e noto almeno tra i cinefili grazie alla trasposizione di Andrzej Wajda, è Popiół i diament (1948) di Jerzy Andrzejewski. Cenere e diamanti (1958) è il film-universo della cinematografia polacca, un concentrato di analisi storica, sociologica e realismo magico oltre la cortina di ferro che non ha perso un minimo della sua energia. Mi fregio, e consentitemi l’inciso nerd, di averlo ancora in videocassetta originale rimediata nell’armadietto del bookcrossing all’istituto di slavistica berlinese. Il romanzo ebbe una genesi travagliata. Uscito nel 1947 con un altro titolo (“Subito dopo la guerra”), pochi mesi dopo venne riscritto dall’autore per rispettare le linee guida del nuovo governo filosovietico, che Andrzejewski sosteneva almeno sul piano ideologico. Successive modifiche arrivarono alla spicciolata fino al 1954. Quindi non è un romanzo: sono almeno due, il primo tutto da disseppellire. Popiół i diament è lo specchio del caos in Polonia durante gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, tra potenze in ascesa e gruppi clandestini. Ultimo avvistamento in Italia: anno 1961, editore Lerici, traduzione di Vera Petrelli.

Un genere in cui la Polonia ha sempre avuto fortuna grazie a Lem è stato la fantascienza di stampo sovietico, quindi più pensosa, tecnocratica, filosofica rispetto alla media dei volumetti Urania. Un genere inanellato alla perfezione da Tarkovskij negli anni Settanta, quando portò sullo schermo sia Solaris (1972), sia Stalker (1979), cioè Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij. Leggere Lem al giorno d’oggi non è facilissimo. Io c’ho provato con Solaris, che unisce intuizioni rapinose a impreviste cadute di stile, ad esempio la descrizione razzista di una donna nera che appare, “fantasma su Marte”, al protagonista. La forza di Lem si lascia riassumere dal titolo del suo ultimo romanzo, Fiasco, scritto nel 1986 per conto dell’editore tedesco Fischer, che gli staccò un lauto anticipo. L’umanità non ce la può fare. L’universo non è morto, anzi è vivo e intelligentissimo come l’oceano di Solaris, ma è anche indifferente, incomprensibile e intraducibile, con buona pace della fantascienza occidentale conquistadora e ottimista, vedi Arrival (2016) di Villeneuve. Ma non c’è solo Lem. Sul finire dei fatidici Settanta, in Polonia un romanzo di fantascienza divenne ancor più popolare: Robot (1973) di Adam Wiśniewski-Snerg, recentemente riproposto addirittura da Penguin in una collana di classici SF. Scritto in prima persona non si sa se da un automa o da un individuo, il romanzo è lineare e travolgente nel raccontare un viaggio tra macchinari steampunk, oceani di mercurio e società non lontane da quella, di lì a poco egemonica nell’immaginario collettivo, à la Blade Runner.

Dal francese. La storica Sophie Bessis (Tunisi, 1947) è “juivarabe”. Da sempre sulle barricate per i diritti delle donne nel Maghreb, ha pubblicato numerosi testi sui rapporti tra il Nord e il Sud del mondo ed è una delle pochissime autrici a occuparsi dell’identità ebraica all’interno del mondo arabo. Lo fa ad esempio nel pamphlet Je vous écris d’une autre rive – Lettre à Hannah Arendt (Elyzad, Tunisi 2021). Scritto durante i primi mesi di pandemia, il testo parte da una provocazione per affrontare un tema più ampio e stringente. Bessis lo fa da ebrea tunisina, femminista e amante del pensiero arendtiano, che mette in discussione in quanto di matrice eurocentrica. La tesi è che la materia culturale per un dialogo costruttivo esiste già, soffocata però da nazionalismi e letture manichee. “Cara Hannah Arendt, è stato l’anno scorso, in riva al mare, che ho deciso di scriverle”. Inizia così questo breve saggio che si rivolge all’intellettuale tedesca sull’onda dell’inesauribile risonanza dei suoi testi. “La follia, diceva il suo amico Albert Einstein, consiste nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. E se la nostra follia fosse dovuta al rifiuto dell’Altro?”. Citando un testo contenuto in Politica ebraica (Cronopio 2013), Bessis ricorda come Arendt stessa non veda altra soluzione “per i nazionalisti coerenti, che diventare razzisti”. Secondo l’autrice, il problema dell’impostazione arendtiana è la “negazione dell’esistenza degli ebrei arabi”, come si evince da un suo articolo del 1942, nonché la collocazione dell’intero bacino del Mediterraneo nella sfera d’influenza culturale europea. L’auspicio è che lo stato israeliano ritrovi la propria componente orientale rimossa, disinnescando in tal modo i conflitti che lo minacciano e fanno virare a destra le sue politiche. A patto, ovviamente, che anche il nazionalismo arabo si smussi. “Da troppo tempo gli arabi vogliono essere soli”. L’antidoto all’antigiudaismo arabo sta prima di tutto nella riscoperta di una dimensione cosmopolita. Il testo è strutturato come un’unica, lunga lettera ad Arendt, con un post-scriptum che riflette sul virus come acceleratore dei nazionalismi. Di Bessis esiste un solo libro in italiano, L’Occidente e gli altri. Storia di una supremazia, edito vent’anni fa dalle Edizioni Gruppo Abele. Forse è il caso di tornare con lo sguardo all’altra sponda.

azzurrino tedesco

Su quel che resta di Twitter seguo il profilo di wahlrecht.de, un ottimo aggregatore di sondaggi sulla situazione politica in Germania. Gli istogrammi dalla primavera 2023 in poi sono orrore puro, e confermano una tendenza che è andata consolidandosi nell’arco del 2022. Il partito di ultradestra, che in questo articolo chiamerò filologicamente montagna di merda, ha ormai superato quota venti percento a livello federale.

Questo significa che la montagna di merda è il secondo partito tedesco. Più forte dell’SPD, che esprime il cancelliere, e dietro l’Union, formata però da due forze politiche, una delle quali presente – ed egemonica – solo in Baviera. La CDU da sola manterrebbe la prima posizione nella supermedia, ma all’Est le cose si metterebbero peggio. Premesso che parlando di sondaggi il condizionale è d’obbligo, basta dare un’occhiata al calendario delle elezioni imminenti per capire al volo che se i rapporti di forza stanno così, il 2024 rischia di diventare un buco nero per la Germania e per l’Europa. Si voterà infatti non solo per il Parlamento Europeo, ma anche in tre Bundesländer orientali dominati dalla montagna di merda. Sta per nascere un nuovo muro, stavolta attorno a Berlino.

Il dilagare di questa tendenza politica nell’ex DDR non è nuova, e sta già avendo conseguenze concrete nella dialettica con le altre forze. Nel febbraio del 2020 in Turingia un candidato liberale, Thomas Kemmerich, venne votato governatore dal proprio partito, dai cristianodemocratici e anche dalla montagna merdace. Durò un attimo, ma fotografò un fenomeno spontaneo sul territorio, ovvero la convergenza dei partiti conservatori. Sempre in Turingia, Sonneberg ha da poche settimane un Landrat di quel partito lì, votato con tutti i crismi. Un caso brandeburghese, dalla cittadina di Forst, dimostra inoltre come anche la Linke, nel nome della Realpolitik, ogni tanto stringa la mano ai compagni camerati che le hanno soffiato la primazia.

Ultimamente si parla spesso di “muro tagliafuoco”. Sarebbe il no secco, sancito da decisioni formali nei singoli partiti, a qualsiasi forma di collaborazione con la montagna, che neanche loro chiamano con la sua ragione sociale furbetta optando per la perifrasi “partiti non democratici”. A Merz, il segretario della CDU, in pieno Sommerloch è sfuggito un peto di verità, quando intervistato dal ZDF ha ammesso che a livello locale non c’è veto ideologico che tenga. La CDU in realtà di muri tagliafuoco ne ha due, verso destra e verso sinistra (nei confronti della Linke), ma guarda caso i cedimenti si registrano a destra. I cristianodemocratici hanno smentito il segretario, ma con un partito al venti percento c’è poco da fare in termini di noli me tangere.

Com’è potuto succedere? La risposta, un azzardo psicologico, si chiama stizza. In sintesi, è lo stesso motivo per cui Fratelli d’Italia ha spiccato il volo come opposizione unica al governo Draghi nella fase calante della pandemia. Per quanto possano essere sensati, i divieti alla lunga stufano. La democrazia è sempre più debole a livello globale, e questo si spiega con fenomeni di massa come il trumpismo, con le conseguenze ferali delle bolle internet, con la sparata facile offerta dall’opzione di commento – forse l’idea peggiore mai partorita dalla rete. È la stessa stizza dei complottisti, degli antivaccinisti, dei terrapiattisti d’ogni risma, degli antigrinpassisti, dei volenterosi aiutanti di Putin che si credono di sinistra. Una reazione umana, ma irrazionale, alla complessità e alla stanchezza. In parte, anche ai dettami maestrini di quello che si chiamava politicaməntə corrətto. Se è vero che negli ultimi anni la vita è diventata più ardua, il mondo meno accessibile, i beni, soprattutto, meno accessibili, meno valido è risolvere questo dramma prendendosela a casaccio con “die da oben”, come si dice tedesco, cioè i poteri forti, pompando il consenso di chi promette soluzioni facili. La felicità mai vista delle tradizioni inventate (Lega docet), i vantaggi marciscibilissimi del proprio orticello (Brexit docet). La montagna di merda capitalizza la stanchezza abissale di chi va a fare la spesa, lo stress senza fine tra la fisarmonica del covid e lo scoppio di una nuova guerra di aggressione in Europa, la stupidera di un mondo dove tutte le informazioni sono disponibili ma nessuno le legge, anzi finisce per leggere solo quelle che gli piacciono – e che spesso irridono qualsiasi test scientifico. Visitors è un documentario con protagonista Hillary Clinton. Ve-ri-tà.

Ma per arrivare al venti percento la strada è lunga. Il flusso di voti – per ora virtuali – prende da tutti gli altri partiti. E parte della responsabilità, al solito, risiede negli errori altrui. A cominciare dalla Linke in crisi nera. Frazione del Bundestag per miracolo grazie all’elezione diretta di tre suoi candidati, il partito della sinistra nato da una costola dell’ex SED e da un’altra dell’SPD schröderiana respira a fatica, complice uno scollamento dalla realtà iscritto nel suo programma bello ma impossibile, e complici posizioni di politica estera talmente assurde da far sembrare senso comune quelle della montagna di merda. Negli ultimi mesi la Linke si sta letteralmente smontando, e all’orizzonte si staglia la figura glamorosa di Sahra Wagenknecht, che ha un nuovo partito in canna – un mix forse geniale, forse demenziale di sinistra e populismo (cioè destra). Con una ricetta economica presa paro paro da Ludwig Erhard, che di sinistra non era di sicuro. Per un periodo m’era venuta voglia di tradurla, e per fortuna non ci son riuscito, anche perché leggendo i suoi libri ebbi l’impressione che volesse far pubblicità al vecchio Wohlstand für alle più che proporre una concreta alternativa al merkelismo.

Più Wagenknecht non significherebbe tuttavia in automatico meno montagna di merda. La politica tedesca è lenta, procede a passi pesanti. Il ritmo volatile e vertiginoso di quella italiana le è del tutto estraneo, sebbene ultimamente anche questa impostazione stia rivelando delle crepe. Un rilancio ibrido della Linke sotto una nuova bandiera potrebbe cambiare i flussi di voto almeno nell’Est, ma rispetto alle scadenze del 2024 i tempi sono strettissimi. Sarebbe fantastico veder implodere la montagna e Sahra in uno scontro tra titani populisti. Le conseguenze sulle teste degli elettori sarebbero comunque catastrofiche.

La CDU è in crisi identitaria dalla fine dell’epoca Merkel, un sedicennio fortunato per la Germania anche solo per il fatto che il sistema, economicamente solido, non ha dovuto perdere pezzi né inventarsi riforme clamorose. La presunzione di poter andare avanti così per sempre ha generato hybris e passi falsi, in particolare nella scelta del candidato cancelliere Laschet. Nel 2021 è stata la sua campagna elettorale disastrosa, insieme a quella disastrosa – per difetto – di Baerbock per i Verdi, a consentire l’improvvisa impennata dell’SPD da agosto in poi. Un fuoco di paglia tuttavia sufficiente a portare a casa il risultato (25,7%). Se si fosse votato una settimana dopo, la CDU, cioè la pancia dei tedeschi, avrebbe di nuovo sorpassato i vecchi Bonzen. Merz, da sempre l’anti-Merkel, vuole sfidare la montagna di feci schiacciando l’acceleratore della politica conservatrice. Una gara persa in partenza con chi fa, senza vergogna, politica völkisch. Tra le opzioni in mano all’Union c’è quella di candidare Söder, segretario della CSU bavarese, a cancelliere nel 2025. Sarebbe la prima volta dai tempi di Stoiber che il junior partner esprime il candidato numero uno. E al contrario del 2002, stavolta potrebbe farcela. Così come avrebbe potuto farcela due anni fa, se le strutture profonde del partito democristiano non gli avessero preferito Laschet. Sempre che Merz non tenti la strada della sfiducia costruttiva prima della fine della legislatura. La CDU c’ha già provato due volte ai tempi della RFT, una volta con successo – cioè Kohl vs. Schmidt. Il grimaldello sarebbe al solito l’FDP, partito jolly attualmente alleato riottoso dell’SPD e da sempre Wunschpartner del grande centro.

Nemmeno i socialdemocratici se la passano benissimo. La perdita di Berlino dopo vent’anni, col passaggio da Giffey a Wegner come sindaco ad appena due anni dal voto, è il sintomo di un sistema di potere ormai fragile, la cui unica carta è l’autosubordinazione nel quadro di una große Koalition – come ai tempi di Merkel. Scholz venne scelto come candidato nel 2020, un anno prima delle elezioni, per via del suo profilo moderato. Caratterialmente non è molto diverso dalla sua predecessora, è tutto uno svicolare, un prender tempo, uno stop and go. Ma a differenza di lei, da quando è in carica ha un problema di consenso che non vuole rientrare. Oltretutto, la coalizione “a semaforo” è litigiosa. Nel contesto drammatico in cui ha dovuto muoversi fin dall’inizio, il governo federale non sta sfigurando. Malgrado la svolta militarista, agghiacciante ma inevitabile, è un governo che mette all’ordine del giorno miglioramenti delle leggi sulla naturalizzazione, sul salario minimo, sui diritti delle persone trans*. Qualche centinaio di euro a cranio contro il caro energia è arrivato via annaffiatoio di stato. L’SPD funziona a due velocità: il carrozzone governativo da una parte e il partito vero e proprio dall’altra, trainato da personalità di sinistra come Kevin Kühnert, Saskia Esken, Lars Klingbeil, nessuno dei quali è un fan delle coalizioni innaturali e del potere a tutti i costi. Certo è che se le cose restano così, nel 2025 Scholz resterà a casa. Con meno ignominia di Schröder, simbolo di un rapporto sclerotico con la Russia tutto gas e pacche sulla spalla a Putin, ma pur sempre con la colpa di non essersi spinto oltre la parentesi.

La grande coalizione è da ormai vent’anni a questa parte la cifra della politica tedesca. Sinonimo di grandi compromessi e di mesi interi spesi a stendere il contratto di governo, questo sistema è grossomodo funzionante. La montagna di merda rischia di scardinarlo. Se resta secondo partito, primo addirittura in alcune aree orientali, o la CDU si allea contaminandosi definitivamente, oppure si tenta la strada rischiosa dell’ammucchiata contro il nemico unico, fallimentare sia sul fronte comunicativo, sia su quello del coordinamento interno. Dal grande compromesso si arriverebbe in entrambi casi al grande pasticciaccio. La montagna di merda non è un partito “normale”, uno dei tanti movimenti populisti che stanno ammorbando l’Europa. È un partito con radici mentali nazionalsocialiste, che a differenza dell’NPD e di tutte le altre sigle minuscole presenti sulla scheda dal 1949 ha una base organizzativa solida e sufficiente perfidia da flirtare con l’estremo senza caderci grossolanamente. È un partito che nasce annusando l’aria alle manifestazioni di piazza organizzate da Pegida. Molti suoi esponenti sanno parlare. E sono bravissimi a ribaltare la realtà facendo perno sulla stizza, la stanchezza, l’ignoranza di molti. Il colore azzurro, un azzurro Forza Italia, è poi perfettamente complementare all’arancione scelto da Merkel per la campagna elettorale del 2005. La CDU è da sempre indicata col colore nero. Questi qua affogano il marrone nel ceruleo.

Si può dire: è un bluff. Si getteranno la zappa sui piedi. Si capirà che le loro soluzioni non sono tali, essendo fuori dal tempo e da ogni grazia diddio. Oppure, s’annacqueranno causa pressioni esterne. Ma l’idea di lasciarli governare per farli fallire potrebbe non essere la migliore. Perché siamo in Germania. E la destra tedesca non è mai stata normale. Se questi ratti infilano la zampa nella porta, forse non vogliamo sapere l’effetto che fa. Ai tempi della crisi dell’euro, il terrore tedesco era d’indebitarsi pensando a Weimar. Perché a Weimar, la pressa della crisi economica e dell’inflazione alle stelle aveva sputato fuori Hitler. Ora l’inflazione è qui con noi, ovunque, e morde. Basteranno grandissime coalizioni, semafori e bandiere ad arrestare il suo prodotto più caro?