Fliegender Zirkus

Non avevo mai guardato integralmente il Circo volante dei Monty Python (1969-1974). Grazie allo shutdown, e come antidoto alla follia, l’ho fatto. Ben fatto. Parlare dei Python a sette anni dal loro ufficiale, definitivo scioglimento, a uno dalla morte di Terry Jones, a ventuno da quella di Graham Chapman e dopo le intere enciclopedie loro dedicate è una Olimpiade per deficienti come quella da loro realizzata per la televisione bavarese. Quindi procedo a passo – ministeriale – dell’oca.

Gli episodi sono in tutto quarantasette e mezzo. Ai quarantacinque della serie regolare prodotta dalla BBC (13 + 13 + 13 + 6) vanno infatti aggiunti i due strepitosi speciali girati nei pressi di Monaco di Baviera nel 1971 e nel 1972, il Fliegender Zirkus. Peraltro qualitativamente superiori grazie all’impiego della pellicola. Risale al 1971 un’altra chicca, anch’essa in pellicola, girata in occasione dell’Euroshow. Lo speciale sul Mayday. Non è interamente originale ma contiene la leggendaria Flish Slapping Dance, i cui trenta secondi killer saranno riproposti anche nel corso della terza serie. Il pezzo forte dei due episodi “tedeschi” sono gli sketch sportivi, ideati sull’onda delle Olimpiadi. Non è un caso che questi spezzoni ritornino in quasi tutte le successive antologie e come intervalli negli spettacoli live (dall’Hollywood Bowl all’O2). Nella forma letterale di una videocassetta pescata nell’immondizia, il corto sul Mayday viene recuperato durante lo speciale di due ore andato in onda su BBC2 nell’ottobre del 1999. Prima dimostrazione di come i Python, seppur monchi (Graham morto, Idle fisso negli USA), avessero ancora delle cartucce originali da sparare.

Le quattro stagioni “classiche” sono molto diverse tra loro. La prima è un miracolo di scrittura, e non a caso contiene dei classici riproposti (e imitati) senza sostanziali modifiche per cinquant’anni di fila. I gruppi creativi attorno al tavolo di casa Jones sono ben definiti: Cleese e Chapman scrivono assieme (dialoghi serrati, dialettica urticante), idem per Palin e Jones (esplosioni surreali, goliardate visive), Idle scrive da solo (giochi di parole, canzoncine, punchline degne di Tyson), Gilliam sta per conto suo, disegna, anima, crea l’immaginario che renderà unica la comicità dei Python, preparandola al salto cinematografico. Due esempi galattici. It’s a Tree (dal decimo episodio, “Untitled”) e The Visitors, dal nono (The Ant, an Introduction), uno dei migliori a lanciare in pista i sei pitoni insieme a Carol Cleveland. Kammerspiel devastante e rigorosamente anti-woke (ante litteram: siamo nel 1969), lo sketch definisce al meglio i ruoli del sestetto: Chapman “straight man” goffo e impomatato, Cleese aggressivo e impassibile, Jones detonante con le sue risate muliebri, Palin demente e anale, Gilliam grottesco allo stato puro e Idle sfrontato e querulo, munito come al solito di battute al fulmicotone. What is brown and sounds like a bell? Dunnng. La seconda stagione contiene alcuni degli episodi migliori in quanto episodi – The Spanish Inquisition, Spam – e rappresenta un’ottima via di mezzo tra il lavoro di scrittura dello sketch e quello di messa in scena, volto sempre di più a creare un flusso, un racconto d’immagini con elementi che riaffiorano di continuo. L’isolamento dello Science Fiction Sketch (settimo episodio della prima serie), coi suoi ventitré minuti compatti e un po’ brodosi, non si ripeterà mai più. La terza stagione arriva dopo il film And Now for Something Completely Different, che offre alla platea britannica un primo best of di gag rigirate appositamente in pellicola e lievemente imbellettate quanto a resa visiva. Arriva anche con un John Cleese stanco del format e stufo dell’alcolismo di Chapman. L’argomento è delicato e vanta teorie e testimonianze varie come quelle sulla fine dei Beatles. Basti dire che Cleese era già molto famoso prima dell’avvio del Circo volante, scalpitava per realizzare dei progetti in solitaria (e ci riuscirà alla grande con Fawlty Towers) e Chapman, be’, in alcuni sketch della terza serie si vede che legge da un pannello. Una fragilità che spezza il cuore e si riallaccia a quella di Terry Jones nei live all’O2 del 2014. Detto questo, anche la terza serie ha degli episodi d’oro – soprattutto nella prima metà, culmine con l’All-England Summarize Proust Competition – ma risulta un po’ appesantita da un livello eccessivo di sofisticazione: la sigla parte nei momenti più imprevisti, si gioca molto sui falsi finali, lo squalo da saltare è all’orizzonte. La quarta stagione è indubbiamente la più fiacca. Cleese non c’è, l’equilibrio del gruppo collassa. Si salva il segmento iniziale dell’ultimo episodio, Most Awful Family in Britain, mentre l’acconciatura di Chapman nel quinto (Mr Neutron) apparirà come il feto di 2001 nei primi minuti del live anno 2014.

La conclusione del Circo volante segna solo l’inizio di sei carriere tentacolari, al loro meglio quando sono tornate a compattarsi in un’unica, creosotiana creatura. Ovviamente nei film a sé stanti, tutti diretti da Terry Jones, tra i Python quello più attento all’unità del gruppo, capace di trovare il giusto compromesso al momento giusto. Holy Grail e The Meaning of Life recano una chiara impronta Palin-Jones-Gilliam, il primo con l’attenzione al Medioevo, il secondo per il ritorno allo sketch, allo “ripping yarn”, meglio se pirotecnico come Every Sperm Is Sacred. Life of Brian è universalmente considerato il loro capolavoro, e i sei diretti interessati confermano anche perché l’hanno scritto su un’isola da sogno e l’hanno girato in Tunisia invece che in Scozia sotto 16 tonnellate di pioggia al giorno. Mi permetto di dissentire. Il film del 1979 realizzato coi soldi di George Harrison è un classico vero, ma gli manca l’anarchia caotica e pezzente di Holy Grail. Quanto a The Meaning of Life, che rischiò di vincere a Cannes, contiene dei momenti apicali anche in termini cinematografici e lisergici. Il cortometraggio introduttivo, con un Gilliam regista pronto a sfornare Brazil, l’intervallo (The Middle of the Film) e naturalmente lo sketch al ristorante. La mentina è farina del sacco di Cleese.

Nel 1983, i Python erano bell’e finiti come gruppo. Eppure era iniziata una fase nuova, che tutto sommato prosegue ancora oggi. In questa fase il leader indiscusso si chiama Eric Idle, ed è una fase di rimasticamento e adattamento transmediale. Già nel corso degli anni Settanta i Python hanno pubblicato degli album con contenuti originali (Eric the Half-a-Bee, Sit on My Face) riproponendoli con gusto dal vivo. Il Live all’Hollywood Bowl del 1982 è sintomatico di questa propensione al riciclo intelligente, che mischia antiche pepite catodiche con recuperi filologici (sketch pre-Python di Cleese e Chapman, come i quattro gentlemen dello Yorskhire o il wrestler solitario) e soprattutto tanta, tanta musica. Al momento, le quattro stagioni del Circo sono disponibili su Netflix. Ma se dovessi consigliare una mentina propedeutica, allora che sia lo show del 2014 andato in scena con dieci repliche all’O2 londinese. Sì, ci sono cinque maschi bianchi settantenni, quattro dei quali timbrati Oxbridge, determinati più che mai a battere cassa. E c’è l’unica donna della serie originale, Carol Cleveland, riproposta come allora – allegramente troia e senza battute memorabili. Ma il pythonesco è sempre stato così, anapologetically cheeky, maschilista, discontinuo e incline al nudo frontale anche se si tratta di uno pseudomessia. Il live del 2014 è merito del fiuto di Idle, che negli anni precedenti ha saputo mietere successi clamorosi come Spamalot o il rilancio in classifica di Always Look on the Bright Side of Life. Non solo musica e balletti, però: anche una selezione impeccabile di sketch (dal vivo, o riproposti su schermo gigante come le animazioni di Gilliam e qualche carotaggio chapmaniano) e soprattutto il coraggio di osare il ritocco, l’ammodernamento, la strizzata d’occhio dell’ultim’ora. Ecco allora che Cleveland propone a Palin un “blowjob” come alternativa ai cinque minuti di alterco a pagamento, ecco Cleese & Palin che si prendono ampie licenze (ed excursus contro i tabloid) nel rifare il Pappagallo morto. Ed ecco, soprattutto, un Terry Gilliam scatenato e scatologico più che mai, unico Gumby superstite, e un Terry Jones già malato, con deficit cognitivi, che sale sul palco e fa il possibile, abbracciato metaforicamente dai colleghi. In Crunchy Frog, Cleese gli strappa di mano il cartoncino da cui sta leggendo – ed è come il fuck pronunciato al funerale di Chapman. Dolce, esilarante, liberatorio. Prima dell’ultimo rito collettivo, i Python si erano riuniti in occasione dello speciale anno 1999 e, anche se sparpagliati, nel film per ragazzi girato nel 1996 da Jones, The Wind in the Willows. L’ultima occasione che li vede di nuovo insieme, tutti e sei, risale al 1989 ed è in qualità video pessima. Si tratta dell’antologia in VHS Parrot Sketch not Included, aperta e chiusa da uno Steve Martin in stato di grazia. Il quale, alla fine, apre e chiude in un battibaleno un armadio dove sono chiusi i Python, tra cui Graham malato terminale di cancro. Sarebbe morto di lì a poco. La testa di Jones si è spenta del tutto il 21 gennaio scorso. Two Down, Four To Go.

sukūn

Sono stato due settimane al Cairo insieme alla famiglia da parte di madre di mio marito Yassien. Previo test prima dell’andata (cinque ore d’attesa al gelo insieme a una torma di crucchi in fuga per le feste), e ora quarantena spezzabile dopo cinque giorni mediante nuovo test. Misure sensate, di fatto una tassa sui viaggi in tempi di reclusione. Tra pochi giorni a Berlino scatterà il divieto di allontanarsi da casa oltre un raggio di quindici chilometri. Il mio pensiero vola istintivo verso gli scaffali delle biblioteche bolognesi che dovrei consultare entro metà marzo. Ma scavallato il duemilaventi, come dire, non farcela non è un’opzione.

Al Cairo c’ero già stato tre giorni a metà febbraio, visita lampo volta a supplire alla festa di matrimonio a Funo di Argelato (sì, Funo di Argelato) andata a carte quarantotto. L’allarme corona era agli albori, nella pura forma di una paura montante priva di qualsiasi evidenza scientifica. Ricordo di aver giudicato alla stregua di fifoni con l’alluminio in testa le prime persone mascherinate viste all’aeroporto. Tre giorni fulminei, quelli, in un maelstrom di lavoro ed entropia durante i quali riuscii a vedere le piramidi, andare al Museo egizio e vedere la struttura ciclopica di quello nuovo, beccarmi un avvelenamento alimentare epocale e stringere finalmente la nonna di Yassien. Non mi azzardai ad attraversare la strada da solo, visto il traffico ballardiano in stile Concrete Island. M’innamorai, al primo colpo, delle preghiere cantate live dai muezzin. Pure della prima, che ti sveglia al sorgere del sole come un gallo impettito.

Queste due settimane sono state familiari, non turistiche. E malgrado fatichi ancora a leggere foneticamente le parole in arabo (basta un cambio di font a spalancarmi una botola sotto i piedi), qualche passetto in avanti l’ho fatto, anche orale. Ialla. Inshallah. Il giorno di Natale ho attraversato la Doqqi St. per la prima volta da solo, diretto a un supermercato nei pressi per comprare un panettone di marca italiana venduto a peso d’oro tutankamonico. Il giorno dopo, a piazza Tahrir dove campeggia un obelisco ancora da svelare (come se non si capisse che sotto la pezza c’è un obelisco) ho imparato con le cattive che non si fanno video in quell’area, soprattutto se puntati verso una moschea e soprattutto se in quel momento gli altoparlanti stanno pompando una preghiera da brividi. Così ho dovuto fingere di cancellare il video come quella volta in Armenia che un soldato mi prese in castagna mentre immortalavo il treno sovietico da cui eravamo appena scesi, marzo 2019. L’altra sorpresa, per difetto, è stata allo scoccare della mezzanotte del nuovo anno. Niente botti né fuochi. E dire che ovunque si vedevano scritte celebrative del 2021, mentre l’anno islamico, mi dicono, è una nozione pressoché inutilizzata nel quotidiano.

Un giorno abbiamo fatto una passeggiata in un parco – l’accesso a tutti i parchi è oneroso, anche se il biglietto è risibile per chi ragiona in euro – dedicato a paladini ed eroi sudamericani. Tra le palme, i gatti egizi (razza a sé, arcana e sublime) e i cani randagi ecco piccoli monumenti dedicati a sceicchi paganti, condottieri ecuadoregni, Chavez e Gandhi. Dissonanza cognitiva ripetuta in un altro parco, stavolta nel cuore dell’isola (di cemento e privilegio) di Zamalek. Il cosiddetto Grotto è una formazione naturale a suo tempo piena d’acqua, incastonata tra i palazzoni appena sotto un edificio disabitato, la Gezira Tower, ancora una volta degno dello scrittore di Shepperton. Entrando nei suoi meandri si coglie uno squittio frenetico. Sono i pipistrelli che occupano la cupola centrale e disegnano incessanti rotte aeree all’interno di una circonferenza ben definita, sotto la quale si estende un rozzo cerchio di guano. Il tutto immerso in un labirinto di luci pseudonatalizie e vecchi diorami protetti da vetri colorati. Allargando lo sguardo, questo avviene nel centro geometrico di una metropoli di ventisei milioni di abitanti.

New Giza è uno dei nuovi progetti architettonici che dovrebbero dare respiro alla magnifica bolgia cairota. Uscendo dalla città via freeway, si supera un’area agricola con prefabbricati nudi sparpagliati nel paesaggio come mattoncini Lego senza senso – e si approda nel deserto. O meglio, nel deserto edificato. Si sale, senza accorgersene, arrivando a un plateau di villette ammucchiate e recintate, con rigidi controlli all’ingresso. Ai parchi pubblici (a pagamento) si sostituiscono del tutto i club privati all’aperto, presenti anche in città e organizzati in base alle varie fasce sociali. Le strade s’allargano, si svuotano, c’è chi guida controsenso tanto per, la prossemica umana si slabbra d’improvviso. L’unico reminder del Cairo vero, popolare, quello cantato da Mafhuz, sono i microbus che portano avanti e indietro i domestici. New Giza ha due università e un liceo giustamente intitolato ad Albert Camus, ma il livello d’assurdità aumenta allontanandosi di poche centinaia di metri, quando i cantieri iniziano a confondersi col paesaggio naturale. Qui l’orizzonte di senso diventa quello di Frank Herbert, l’orientamento si sfalda, interviene un senso di stupore e nausea. Non è caldo: è altro. Ho ingollato le mie due pasticche per il mal di testa e mi sono ripreso del tutto sono al ritorno in città.

I cieli del Cairo, coi tramonti rosati o l’ovattamento straniante dovuto allo smog. Il caos dei marciapiedi, da non confondere con la povertà. La sarabanda delle botteghe e dei sciuscià. La proliferazione urbanistica senza piani, inarrestabile. La stazione centrale, che malgrado il radicale ammodernamento continua ad agganciarsi allo straordinario film di e con Chahine del 1958. Potrei ciarlare oltre, ma mi fermo come dovrei fermarmi davanti a una parola che non riconosco, incerto sulle vocali brevi da inserire. Unire i puntini a tutti i costi, a casaccio, è controproducente. Solo il Corano riporta tutti i segni diacritici che aiutano la pronuncia. Il sukūn è un pallino che gravita su una lettera e ci dice una cosa bellissima: che va pronunciata così com’è, senza vocali. Il sukūn è il nulla.

Una pessima annata (pure per Dylan Dog)

Sono uno di quelli che hanno ripreso a leggere Dylan Dog nel 2013. Uno iato di quasi vent’anni, col primo cedimento al giro di boa del numero 100. Ricordo ancora quanti mollarono la testata, un po’ per saturazione dopo la sbornia iniziale, un po’ perché sembrava che fosse Sclavi a volerlo, scrivendo un “albo definitivo” da lasciare sempre in fondo allo scaffale. Questo pur continuando a regalarci alcuni titoli notevolissimi prima del “Progetto” (n. 176), che segna per certi versi il punto di non ritorno sclaviano, nella sua ossessione ufologica che vale anche come un tentativo di eliminare Dylan una volta per tutte. Vedi anche il finale aperto, ovviamente “poetico” di “Ascensore per l’inferno” (n. 250), ultimo contributo del Tiz per il ventennale. Sia ben chiaro, Tiziano Sclavi è a mio avviso uno dei migliori scrittori italiani viventi, e la sua forza è data proprio dalla fragilità che trasmette sia ai personaggi, sia alla struttura organica, caduca delle sue storie e delle sue trame. Imperfezione, ma anche depressione profonda e una luce in fondo al tunnel tenue e incerta. Lo si vede a meraviglia in quello che è forse il suo capolavoro recente, “Dopo un lungo silenzio” (n. 362), che riprende “Il fantasma di Anna Never” inteso come manifestazione dylandoghiana dell’alcolismo e riesce a far piangere più volte nel giro di un centinaio di tavole. Senza bisogno di grandi effetti speciali. Duole constatare invece come “I racconti di domani” siano un tentativo inutile, reso persino antipatico dal marketing bonelliano (cartonati di 64 p. a quasi venti euro, zero distribuzione in edicola).

Ma nel 2013 ho ricominciato a comprarlo, DYD, recuperando addirittura in negozietti di seconda mano il meglio della produzione persa per strada. Le storie di Medda, qualche Barbato, tutto Recchioni. Perché era stato “Il giudizio del corvo” (n. 311) a fulminarmi e a motivare l’attesa per la nuova gestione, divisiva sì, boriosa senza dubbio, comunicativamente esagerata – il contrario di Tiz – ma almeno foriera di un cambio di rotta. Le storie isolate di Recchioni raggiungono livelli altissimi. A cominciare da “Spazio profondo”, graphic novel apripista, passando per “Il cuore degli uomini” (n. 342), fino ai suoi due albi (nn. 387, 399) del ciclo della meteora. Non entro nei dettagli della presunta rivoluzione recchioniana. Mi limito solo a sottolineare l’importanza, per la credibilità stessa del personaggio, di quanto compiuto col n. 342. Il vero, urgente ammodernamento di Dylan Dog è infatti la cancellazione di uno degli aspetti più antipatici del personaggio sclaviano anno 1986, cioè il suo lato maschilista per giunta giustificato dall’idea che lui, l’eroe romantico, tutte le volte s’innamori e tutte le volte venga mollato. Col “Cuore degli uomini” scopriamo le cose come stanno, cioè che anche a Dylan piacciono le botte e via, e che proprio quelle, da trent’anni, gli riescono a cadenza quasi mensile. Detto ciò, gli albi più belli della cosiddetta fase due portano le firme di Alessandro Bilotta, Ratigher e Fabrizio Accatino. E Bilotta, mediante gli speciali, è di fatto l’unico a portare avanti l’idea migliore, ma anche più difficile da realizzare, della gestione Recchioni, cioè una visione autoriale del personaggio secondo cui gli “universi paralleli” non sono definiti dal pensionamento o meno di Bloch, bensì dalla penna di chi scrive e dalla versione di Dylan Dog che l’autrice, o l’autore, riesce a tessere. Bilotta unica eccezione in questo senso insieme ad Ambrosini, e non è un caso che l’ultimo speciale (“La grande consolazione”), che li vede insieme e trasforma “Attraverso lo specchio” in un’opera aperta, sia straordinario.

Recchioni, e lo dico laicamente da lettore estraneo al tifo da stadio dell’ambiente fumettistico, è andato a sbattere contro il muro della sua promessa più grande: un ciclo “fine di mondo” e il “nuovo inizio” che coincide col gennaio 2020. Innanzitutto il ciclo della meteora, rimandato troppo e scritto a comando da una Paola Barbato (& co.) cui è stato solo concesso il contentino, in “Chi muore si rivede” (n. 398), di tirare le fila di alcuni suoi personaggi sparpagliati nell’arco di centocinquanta numeri e passa. Mossa di continuity così raffinata da risultare incomprensibile, anzi un boomerang che mette in evidenza da quanto tempo Barbato è considerata la nuova promessa di DYD, e quanto poco in realtà abbia fatto per sviluppare il personaggio. Pur rimanendo una sceneggiatrice di grande mestiere. E il mestiere, nel ciclo della meteora, si vede tutto, dimostrando come la gabbia bonelliana – 94 tavole al mese: un’enormità – possa ancora riservare sorprese e progetti ambiziosi. Oltre ai “migliori disegnatori italiani”, come recitava la pubblicità di Dylan Dog già nel 1986.

Dal n. 399, “Oggi sposi”, fino al n. 406 (“L’ultima risata”), Recchioni ha avuto otto mesi di tempo per dimostrare che la rivoluzione annunciata non era un bluff. Passi la boutade del matrimonio con Groucho, che da marito di un uomo vedo come una provocazione tesa a riempire un cratere all’interno del mondo bonelliano. Passi anche un finale copiato pari pari da Lars von Trier – ma anche il Tiz copiava, citando Umberto Eco nel farlo. E chapeau al bel numero 400 che, sulla scia di Apocalypse Now, taglia la testa a Kurtz/Sclavi. Il problema è che il “nuovo inizio” non è nuovo, e questo toglie qualsiasi credibilità anche al pathos di plastica del ciclo della meteora. Il nuovo inizio secondo Roberto Recchioni è in realtà un rimescolamento di carte.

Il “rilancio” di Dylan altro non è che una restaurazione ordinata. Recchioni prende vari elementi sclaviani, li depura da qualsiasi aspetto provvisorio o casuale e li integra con i propri contributi al “canone”. Fin dai tempi di John Doe “rrobe” ha dimostrato di essere un maestro nel pescare dalla scatola degli attrezzi dell’arte fumettistica, usando ogni figura retorica disponibile. Si pensi, di nuovo nel contesto dylandoghiano, al geniale retcon del clarinetto nella sua riscrittura dell’Alba dei morti viventi, che rimedia a una falla di sceneggiatura. Del resto, rileggendoli oggi i primi numeri di Dylan Dog sono pieni di incongruenze, in particolare quando emerge il tema del padre del protagonista. Con Recchioni al timone questo non succede. Peccato tuttavia che a volte la struttura disegnata a tavolino spicchi più della storia in sé. L’esatto contrario degli inciampi umani, troppo umani di Tiziano Sclavi.

Il mio giudizio di lettore è ovviamente influenzato da preferenze personali. L’idea di togliere di mezzo Groucho mi è piaciuta subito e ho ingenuamente creduto che il suo – persino doppio! – ammazzamento fosse definitivo. Così come la mia predilezione per Gnaghi, personaggio che non può reggere una serialità lunga, si è scottata nel numero 406. Ma il vero problema non è la spalla di Dylan, bensì il format stesso della testata. Dal numero 401 al 406 abbiamo assistito a una metamorfosi: da un Dylan effettivamente diverso, alcolizzato e barbuto (anche in senso metaforico), alla solita sbobba – ma con tutti i personaggini al loro posto. Ecco allora Bloch “papà” e soprintendente illuminato, Rania ex moglie (per evitare la sindrome di Martin Mystère), Mater Morbi che collima con Anna Never, Lord Wells fatto fuori in due tavole (Sclavi l’ha sempre detestato). Persino il mostro del dottor Hicks, dimenticato da Tiz e Mignacco alla fine del n. 14, beneficia di un repentino comeback al solo scopo di… vomitare Mana Cerace e schiattare. Tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, se mai ce ne fosse bisogno, ma a condizione che questa sia davvero la nuova strada intrapresa dalla testata. Sono sicuro che Recchioni tiene nascosto nella manica un buon asso per spiegare, prima o poi, cosa è davvero successo alla fine del n. 399, ma la verità è che nel corso di quest’anno la Bonelli ha fatto una scelta editoriale più eloquente di cento albi rivoluzionari non cantati da nessuno. Ha trasformato in bimestrale l’OldBoy, cioè la collana-scialuppa in cui la rivoluzione non è avvenuta e tutto si trascina come ai tempi della direzione di Marcheselli o Gualdoni. Questo vuol dire che invece di tre storie ogni quattro mesi, ne escono due ogni due, quindi dodici l’anno. Esattamente come la serie regolare. Quindi, mentre l’OldBoy riscalda la minestra – che evidentemente continua a piacere molto – la serie ammiraglia, invece di osare, propone un puzzle di elementi già noti. Che cambiano posizione quel minimo da far dire “così ha più senso”, ma non modificano l’immagine finale, quella della copertina del n. 407, ed è un’immagine di restaurazione totale. Si potrebbe obiettare che gli universi sono diversi e paralleli – un gioco che da sempre piace a Sclavi, per quanto pigro e dal fiato corto – però nei fatti abbiamo una testata che continua a produrre molto, forse troppo, “more of the same”. Probabile che questa situazione non si sarebbe determinata se la rivoluzione tanto attesa fosse stata tale e soprattutto premiata dalle vendite, che non si conoscono a parte l’exploit certificato dell’albo scritto da Argento e Piani.

Una pessima annata, quindi. Ora che Recchioni ha sparato le sue migliori cartucce e perfino il ritorno di Chiaverotti viene spacciato per un evento – lui, che a suo tempo Dylan Dog l’ha imbarbarito scrivendo a raffica per dare una mano a Sclavi – abbiamo un’impalcatura formalmente nuova a cui sono appese le facce di sempre. Un “nuovo Recchioni” all’orizzonte non si vede, e quel che è peggio si sta procedendo a pubblicare rimasugli di magazzino. Lo stesso Bilotta, interpellato su fb, non sapeva dell’imminente pubblicazione di “Una pessima annata”, in tutta evidenza scritto anni fa e aggiustato di recente per inserirsi nel nuovo corso. Ovvio, in ballo ci sono logiche industriali oltre che artistiche. Uscire tutti i mesi non lascia margine per rivoluzioni portentose, soprattutto col calo fisiologico dei lettori, ma annunciare grandi cambiamenti per poi limitarsi a qualche retcon e ad altri interventi cosmetici ha tutta l’aria di una presa in giro – per il lettore conservatore così come per quello avventurista e famelico di novità, svolte, cuori buttati oltre l’ostacolo. Dopo Il giorno della famiglia, Il giorno della marmotta.