perché questa cosa qui delle orecchie

Sarà superfluo dirlo, ma questo è un blog. Con testi tendenzialmente lunghi. Scritti nella lingua che amo come mia madre. Commenti disattivati. Come siamo arrivati fin qui?

Le orecchie trovate nei prati erano la categoria di default del primo blog che ho tenuto con regolarità tra il 2004 e il 2008. La piattaforma sulla quale poggiava non esiste più, era bloggers punto com se non erro. Sta di fatto che durante il terzo inverno berlinese ha cominciato a perdere pezzi, ha cambiato gestore ed è schiattata. Poi è arrivato il ciclone facebook, distrazione di massa che diede l’illusione di un flipper globale, concentrato e teso come un tamburo (in realtà solo proprietario) in cui lanciare la propria vita a mo’ di sferetta e divertirsi a suonare campanelle, stendere tessere di domino e totalizzare record. Sono caduto da un pezzo di sotto, in mezzo ai braccini inerti. Pigiare tasti come Verdone in Troppo forte non fa per me. Comunque sia. Il blog si chiamava kitsch e ora riposa qui su wordpress. E’ stato a lungo il mio dazebao dove fissare cose trovate in tutti i campi, senza alcun criterio che non fosse il gusto del sublime e dell’infimo. L’orecchia abbandonata nei prati per eccellenza è quella del marito di Dorothy Vallens, rinvenuta da Jeffrey Beaumont mentre torna a casa dall’ospedale dove è ricoverato suo padre. Un ritrovamento senza senso che scoperchia mondi o almeno, microcosmicamente, accende una scintilla. Diversa in ogni testa.

In seguito al mio trasferimento in Germania nel gennaio 2006 ebbi due idee destinate a durare poco. La prima fu di creare un blog in tedesco, Unwort. L’esperimento linguistico si rivelò troppo faticoso e soprattutto poco divertente, così lo convertii via via in un bloc notes di cinema tedesco. Al che mi venne l’idea di pubblicare in ebook una Storia idiosincratica del cinema tedesco, punteggiata da film poco noti e prospettive sghembe. Erano tempi in cui Herbert Achternbusch, Roland Klick o anche solo Andreas Dresen mi entusiasmavano fuori misura. Complice una produzione contemporanea germanofona di alto livello in cui trovava spazio persino un Soldat. I faldoni coi ritagli di giornale, le fotocopie e le paginette strappate dagli opuscoli dei Programmkinos li ho ancora, e credo che troveranno sfogo su questo blog. Certo, questi appunti si sono spesso trasformati in recensioni a visione fresca, soprattutto su Indie-Eye. Gli scarabocchi di Unwort li ho cancellati e il progetto originale – che avrebbe dovuto chiamarsi Operation Kino – si è ampliato troppo, finendo per soccombere sotto altre priorità e altri interessi (la Polonia).

La seconda idea fu di mettere su un blog goliardico con gli amici Paolo Mascheri e Gianfranco Franchi. Alsangue tenne botta un anno circa, e anche se l’abbiamo tolto dalla rete (stava su splinder) l’ho salvato in locale e rileggere alcuni post fa male ancora oggi. L’idea della piccola brigata di autori ha funzionato per un po’, soprattutto quando ci si metteva a nudo raccontando ossessioni impietose, tranci di vita venuti male, ambizioni e frustrazioni. Ci scaricai tutte le mie paure di immigrato – di lusso – e trentenne allo stato brado. Vorrei ritrovare quel coraggio, che non merita il flipper. Pochi anni fa ho scritto una sorta di romanzo, Plattenblau, per elaborare un trauma. Forse anche quei capitoli, scritti approfittando dello choc e pensati per un progetto collettivo, cartaceo, che non è riuscito a trovare né forma né sbocchi adatti, forse anche quei capitoli spunteranno qua, come pelucchi in un’orecchia. Plattenbau nella sua forma definitiva ha due appendici, aggiunte in un secondo momento, che parlano della mia salvezza: l’attivismo LGBT+ e mio marito Yassien.

Il primo articolo di questo neoblog, che tanto nuovo non è, è datato 2013. A suo tempo, oltre a scrivere di cinema in rete, tenevo anche il sito di Tutti a Berlino – a scopi commerciali, per carità, ma con qualche post scritto tra le lagrime come quello sulla conquista della doppia cittadinanza. Anche “tutti” riposa ora qui vicino, nella galassia wordpress, questo posto tranquillo e ordinato. Nel 2013 ne avevo già pieni i maroni dei social network, sebbene l’idea di una ritirata in forma di blog mi spaventasse. La consideravo autolesionista. Forse, oltre a Doppler vita con l’alce, avrei dovuto leggere The Circle appena uscito. Cosa che ho fatto un mese fa, uscendone rafforzato nel mio elogio del piccolo blog. Non fortezza Bastiani (non troppo almeno), non ombelicale (nei limiti del possibile) né tanto meno concept album, con un’idea sola. L’idea è di far andare la tastiera ogni tanto dopo il lavoro, liberando riflessioni a grappolo con un minimo di disciplina. I commenti non ci sono, mi dispiace, ma chi mi vuol scrivere ce la fa di sicuro.

Infine, la Polonia. Studio polacco da quasi sei anni, alla VHS, questo acronimo bellissimo che mi ricorda le videocassette, ne ho ancora degli scaffali pieni. La qualità magnetica, organica, caduca delle videocassette, che per anni hanno costituito la mia formazione permanente, anaccademica e piratesca. Be’, è andata a finire che negli ultimi anni, oltre a scegliere di studiare una lingua slava con sette casi – mentre mio marito aspetta che impari l’arabo egiziano orale, e ha anche ragione – ho pure scoperto che in Polonia, almeno prima che cambiassero la direttrice dell’Instytut Sztuki Filmowej, di recente han fatto dei film strepitosi. Gente come Wasilewski, Smoczyńska, Matuszyński, Smarzowski, Szumowska. Quindi ho deciso di tradurre anche dal polacco, allenandomi guardando film polacchi. E magari creando una categoria tra le orecchie, Polskicz, per parlare di questo paese schizofrenico e selvaggio, che per capirlo basta guardare i poster per il mercato domestico dell’epoca socialista (dei film americani). Una categoria quadernetto dove iniziare a tradurre dal polacco, magari qualche assaggio di un romanzo inedito – con tutti i permessi del caso. Selvatiche sì, le orecchie, ma con la disciplina dettata dall’età.

Quindi su questo blog, oh venticinque lettori di numero, troverete o già trovate cose come: Carrie Page, Christian Kracht, Die Tochter des Samurai, la storia del cane pazzo, voglia di Łódź, fumetti Bonelli e scorribande cairote.

Hayati

Un anno fa, in queste ore del 27 gennaio 2020, ho portato per l’ultima volta Odin dalla veterinaria. C’era Yassien, c’erano i miei genitori appena scesi dall’aereo. Siamo tornati a casa senza cane. Odin è morto quel giorno, Giorno della Memoria, coincidenza casuale che non consente paragoni a parte, forse, una riflessione superficiale sulla tristezza di questi pomeriggi di gennaio. M’è capitato spesso di dire, in preda all’amarezza e alla disperazione, di aver ordito la sua morte insieme alla veterinaria. La verità è che nel 2018, dodicenne, il mio amore ha imboccato una strada discendente, ingiusta e inarrestabile. La vecchiaia. Parlare della morte innesca subito processi irrazionali, e io sempre creduto, irrazionalmente, che il momento di decidere della vita di Odin non sarebbe mai arrivato. Il colpo in piena notte adagiati in un letto a baldacchino è un desiderio legittimo ma ingenuo. Chi lo sa com’è morto, davvero, Kubrick? Qual è la soglia oltre la quale ha senso interrompere la vita insieme alla sofferenza? Qual è la sofferenza di un essere senziente ma muto? Quando smetto di interpretare sulla base di evidenze scientifiche e inizio a proiettare? Nell’estate del 2019 sembrava che Odin non ce la facesse più. Andammo dalla veterinaria per un consulto, e ci disse che non era ancora arrivato il momento. Il giorno dopo, la mattina presto, mi alzai da letto e andai a dormire col cane immerso nei pannolini. Per strada, durante le passeggiate sempre più brevi, cerchi concentrici e centripeti attorno a casa, tutte quelle persone che mi attaccavano bottone invocando l’eutanasia. Le ho trattate una per una a male parole, rischiando infarti. In gennaio il responso della veterinaria è stato diverso. Vedendolo che zampettava senza sosta non riuscendo a tirarsi su, ci ha proposto di addormentarlo seduta stante. Abbiamo rimandato di una settimana. Negli ultimi tempi quando lo posavo nella cuccia ogni tanto mi mordeva, un gesto stizzoso dettato dal dolore. Gli occhi erano sempre più velati di grigio. Eppure, fino all’ultimo giorno, Odin è rimasto bello, di una bellezza assoluta e dignitosa che sembrava incompatibile con la morte. Non riusciva più a scodinzolare. La muscolatura andava atrofizzandosi, portando in rilievo assurde ossa come pomelli in corrispondenza delle giunture. Mangiava sempre di gusto ma non poteva bere troppo, altrimenti la vescica già provata cedeva subito. Sarà sempre l’amore della mia vita.

Alle ore 18 del 27 gennaio 2020 l’abbiamo steso sul tavolo metallico dove ha ricevuto tutti i vaccini di questo mondo, anche per andare in Finlandia e in Ucraina. Brigitte gli ha fatto l’iniezione mentre Yassien lo accarezzava e io gli sussurravo nell’orecchio sinistro sei il mio amore, sei il mio amore. È passato un anno. Lo sogno ancora, bei sogni, e dentro di me spero di incontrarlo quando sarò morto anch’io. Sono pensieri difficili da mettere a tacere. Di recente ho riscoperto per puro caso un video assemblato da Michele nel 2018 dopo la sua consueta visita berlinese per il festival. Le immagini in movimento danno sempre l’illusione della vita, non storicizzano come le foto. Mi piace illudermi, nella certezza che Odin sia.

Krachtland

In una delle ultime pagine di Faserland (1995), il suo romanzo d’esordio, l’io narrante di Christian Kracht sostiene di non essere svizzero. Uno strappo forse indispensabile, oltre che giocoso, per prendere le distanze da una macchina narrativa che nel corso degli anni farà sfracelli in termini di polemiche più o meno fondate. Sfracelli e proseliti, me compreso, reduce dalla rilettura del romanzo di cui sopra e dalla scoperta di 1979 (2001) e Die totale Erinnerung (2006). Sulla seconda metà della sua produzione taccio in questa sede, anche se è col pensiero all’imminente pubblicazione di Eurotrash che ho ripreso a mano i vagabondaggi krachtiani.

Quando lo lessi per la prima volta nove anni fa, Faserland mi colpì per la prosa fluida, “orale”, la capacità di sintesi e la visione del mondo riconducibile, anche se non sovrapponibile, alla solita scuola cool dei dandy Ellis, Beigbeder, Houellebecq. Assetato com’ero di Wenderomane, lo scambiai per un Wenderoman festajolo e sghembo, quando in realtà la traiettoria del libro parte da Sylt e approda in mezzo a un lago della svizzera tedesca passando per Amburgo, Francoforte, Heidelberg, Monaco, persino Mykonos. Niente Est crucco. L’ottica è robustamente occidentale, così come il narratore s’immagina il Medioevo in termini occidentali, l’occidente depravato del Giardino delle delizie di Bosch. Famoso per i suoi reportage, Kracht si guarda bene dal far bighellonare il suo protagonista nei “nuovi Bundesländer”, anche se la sua mobilità da giovane Fitzgerald condannato al Crack-Up, di club in club, di party in party, non può a posteriori che confermare alcuni stereotipi sulla Germania neoriunificata. Un immaginario berlinese senza Berlino. Il romanzo dura quelle 150 perfette, senza un filo di grasso, e le stoccate astiose contro l’SPD sono tuttora esilaranti.

1979 è un altro pianeta. Malgrado il gusto per il namedropping musicale e camp, il libro non c’entra nulla con Billy Corgan e si rifà alla rivoluzione iraniana del medesimo anno. Le prime pagine sembrano un proseguimento persiano di Faserland, con due protagonisti gay, peraltro antipatici, oziosamente in giro per Teheran e patentemente senza problemi di soldi – un po’ come l’io narrante di Faserland (etero come può esserlo un dandy). Poi si spalanca l’abisso. Niente spoiler, ma basti dire che l’arma segreta del romanzo – tradotto da Roberta Zuppet nel 2002 per Rizzoli – sta, usando il lessico lynchiano, nell’astrazione. Teheran diventa uno scenario fiabesco, cioè brutale, l’allucinazione collima con la realtà e lo sgangheramento di ogni logica nel prosieguo tibetano della trama va di pari passo con un senso autentico di orrore. Kracht non consola mai e sa ragionare per difetto (leggi: ellissi) come pochi, riuscendo a togliere senza essere tacciabile di codardia. My Prayer dei Platters funziona come un carillon diabolico in due capitoli lontanissimi tra loro, e chi ha visto l’ultima stagione di Twin Peaks non può che restare senza fiato.

La trouvaille di modernariato Die totale Erinnerung è un libro fotografico di Eva Munz e Lukas Nicol, impreziosito da una bella introduzione di Kracht. Il tema, allora in fase di hype ascendente (ora forse calante, causa scorpacciata), è la Corea del Nord il cui “caro leader” Kim Jong Il era ancora vivo e imperversava nella cultura pop occidentale, a cominciare da South Park. Il cartonato edito da Rogner & Bernhard è diventato un’autentica rarità, anche perché rispetto a Pyongyang di Guy Delisle non ha beneficiato di numerose ristampe (tutte meritate, visto che la graphic novel è un piccolo capolavoro). Le immagini in sé non sono più choccanti, con l’eccezione forse di una parete ricoperta da placche in marmo – o similmarmo – provenienti da ogni dove, donate al regime da circoli e comitati di fan dell’ideologia Juche. Il comitato portoghese di studio del kimilsunismo balza agli occhi con quattro mattonelle consecutive in un enorme mosaico che raccoglie omaggi in arabo, persiano, cinese, giapponese, francese, inglese (Long Live Kimilsungism), pure italiano (Circolo italiano per lo studio della Djouthé idea, fondato 7 X 1980 a Roma) con font mussoliniana. La shock value del libro è garantita dalle didascalie che tuttavia non spiegano cosa si vede in foto. Sono frasi prese dall’opera di riferimento della cinematografia nordcoreana, tradotta negli anni Settanta in numerose lingue: On the Art of the Cinema di Kim Jong Il. Le nove paginette a firma Kracht costituiscono un minireportage, forse invecchiato come le foto quanto a impatto pionieristico, ma il sarcasmo dell’autore resta affilatissimo – soprattutto quando se la prende non col regime e la mise en abîme delle sue messinscene, bensì con chi, in Germania, ne ha preso le difese, come la politica verde Luise Rinser quarant’anni fa. Die totale Erinnerung conferma la fascinazione di Kracht per i regimi totalitari e per l’assurdo che ne scaturisce.

Trovo sia imperdonabile che Faserland non abbia ancora trovato un editore italiano. L’eventuale recupero dipenderà anche dalle 224 pagine di Eurotrash, in uscita il 4 marzo – in tempo per una fiera di Lipsia che non si terrà. Il mio augurio di lettore è che Kracht non si limiti ad alzare di livello le riflessioni sulla Germania, applicandole acriticamente all'”Europa tedesca”. Se la Germania unita nel 1995 gli pareva una “grande macchina che si costruisce da sola”, l’Europa di un quarto di secolo più tardi merita, se proprio, una rappresentazione letteraria degna della sua complessità e delle sue crisi. Che Menasse sia in questo senso il minimo sindacale. Anche se, se di sequel vero si tratterà e se il titolo ha un’accezione più culturale che politica, non sarebbe male rimettersi alle calcagna del protagonista riccastro e viziato del primo romanzo, stavolta immerso nella vita notturna di Łódź a suon di disco polo. Brividi assicurati per tutte le scene di assembramento, poco importa se in club esclusivi o rave con le pezze al culo. E cappello a Kracht per la trovata pubblicitaria, slittata di un anno per i motivi ben noti. Quale? Questa:

[aggiornamento del 31 agosto: ho letto Eurotrash, non c’entra un’acca con Faserland ed è, più che brutto, superfluo]