Il Terzo Libro di Elia

Le mani di mio figlio fanno sollevamento pesi con un tomo di Nagib Mahfuz (o Nobel o niente).

Chiamatemi Dedda. Dev’essere successo in giugno, cioè trilioni di anni fa, quando Yassien mi disse che nostro figlio mi chiamava Dedda. Pensai prima a un’ipotesi fragile e affettuosa, poi a un caso di polisemia omofona, poi ebbi davvero il sospetto che Elia mi chiamasse, come mi chiama ancora, Dedda. Spesso sovrappensiero, giocando col ciuccio, quasi a dire quel tonto di Dedda, che robe che fa. A volte si canta da solo una didda dadda (dedda). Decisione filiale, insindacabile, come quella di chiamare Yassien Bebè. Quindi il babbo è Dedda, il papà è Bebè. E PucciPatati è PucciPatati è PucciPatati.

Trilioni di anni fa eravamo ancora nel socialismo, in un Plattenbau, con un bimbo koala che schizzava sul laminato muovendosi a foca sul dorso per la disperazione della fisioterapeuta, convinta che senza il passaggio del gattonamento Elia sarebbe cresciuto male, idiosincratico, con una rotella di meno. E ora? Ora siamo per la prima volta in una città città, che potrebbe essere Berlino ma chiamiamo Neukölln, con nessuna voglia di uscire dai suoi lontani confini. In casa, alla larga dalla botola che porta in cantina, c’è un bimbo koala che schizza sulle tavole di legno gattonando alla grandissima, urlettando quando si sente inseguito, con una voglia matta di sballottare tavolini, distruggere vasi, abbattere router e afferrare dizionari dal peso medio di un chilo. Le prese son già tutte tappate, ma i cavi abbondano e non c’è nulla di più indianagiòno che tirarli sperando di portarsi dietro una lampada o di assaggiare questi meravigliosi spinotti voluti dalla UE. Ma anche in questo mondo di avventura ci sono delle costanti introdotte ai tempi del socialismo e degli pterodattili, ad esempio il cane parlante Fisher Price dalle orecchie blu che ogni tanto canticchia con voce femminile: “Dov’è il pollice / dov’è il pollice / Eccolo qua / Eccolo qua / Come sta signore / Molto bene grazie / Vado via / Vengo anch’io”. Il costruttore s’è scordato il no tu no.

L’ode che non ho mai levato a Kreuzberg e Friedrichshain potrei scriverla adesso per Neukölln, questo universo autonomo e vispo al quale, in quasi vent’anni, non avrei dato tre copeche. Al massimo due. E ora mi chiedo, ma cosa ho fatto prima, perché ho aspettato tanto, come ho potuto essere così cieco? Già la Hermannstr. che porta a casa è una marcia trionfale di falafel sottocosto, insegne lovecraftiane, manieri abbandonati e cimiteri apollinei. Per tacer dei figuri che la popolano, categoria a cui apparteniamo anche noi, felici come pasque con la borsa della spesa e il dottor Koala nel marsupio. Ogni parallela è un mondo a sé, con cantonate hipster ben temperate dal classico spirito berlinese grezzo e solidale, rimasto intatto in anfratti sempre più angusti. Qui le proporzioni, rispetto ai Bezirke di cui sopra, sembrano invertite. Il gentrificato arranca, la spesa all’Hermann Quartier è un’esperienza antropologica che sa ancora di Novecento. Grazie anfratti intatti, grazie Stadtbild così avversato da quel pisquano di Merz.

A un tiro di schioppo, il Feld, che Vincenzo Latronico ha chiamato “quattro chilometri quadrati di potenziale puro”. C’è tanto di quel cielo, sull’ex aeroporto ora parco pubblico (finché dura), che spesso bisogna cambiare direzione per non lasciarsi accecare dal sole. Attraversandolo in bici si potrebbe chiudere gli occhi e staccare le mani dal manubrio per cinque minuti buoni. Ovvio, è una palla. Ma è il potenziale puro a sussurrartelo all’orecchio ogni volta, aggiungendo altro che cinque, dieci minuti, un quarto d’ora, chiudi gli occhi, spalanca le braccia, allarga l’inquadratura fino al Cinemascope! Il Feld è un tale concentrato di benessere cittadino che ogni volta che son lì, sotto una volta sconfinata di cielo terso, mi vien da pensare, vuoi vedere che adesso a Friedrichshain piove?

Elia gattona, Elia mangia pasta coi friarielli, Elia c’ha un gruppuscolo di denti acuminati come rasoi da lavare con un bellissimo spazzolino piccolino. Elia dorme. Ma come, ma quando? La storia di questi ultimi mesi/millenni è anche una storia dei preferiti di Spotify, messi scientificamente alla prova di un koala non sempre prontissimo a ronfare della grossa dopo qualche passo di danza col babbo. La (ri)scoperta più clamorosa è stata Mike Oldfield. Con Moonlight Shadow, almeno in due occasioni Pupi è partito alla volta dei sogni belli prima ancora che finissero i tre minuti e quaranta del pezzo. Anche To France funziona bene, oltre a essere un’ulteriore madeleine per noi bùmer cresciuti a Mulino Bianco e Drive In. I primi minuti di Tubular Bells, per intenderci la colonna sonora dell’Esorcista, sono musica perfetta per cullare: ripetitiva, avvolgente, birbante. Chissà a cosa pensa Elia mentre la sente, lui che conosce solo l’Esorciccio (“Se non ti addormenti entro le 21 chiamo l’Esorciccio”, adagio paterno). Altri pezzi in rotazione pesante quando il giuoco si fa duro: Breathe di The Silent League, Enjoy the Silence (di sapete benissimo chi), Decks Dark dei Radiohead, Neon & Ghost Signs dei Rialto, cioè dell’aristocratico Louis Eliot redivivo dopo quasi un quarto di secolo. E poi c’è Hoppípolla dei Sigur Rós, che sembra scritta per lui, quell’Hoppípolla di un bimbo Hoppípolla. Quando parte è un inno alla gioia che potrebbe annunciare qualsiasi cosa, anche la pace nel mondo. Noi qua siam gente semplice e pratica, ci accontentiamo di un inno a Elia cantato in hopelandic maccheronico da un dedda e da un bebé.

Melle

Elaborazione grafica delle copertine di Die Welt im Rücken (Rowohlt, 2016) e Haus zur Sonne (KiWi, 2025).

Tra i segreti meglio custoditi della letteratura germanofona contemporanea c’è il fatto che Thomas Melle è un genio a corrente alternata. Non perché sia bipolare, diagnosi devastante che alimenta la parte migliore della sua bibliografia, ma per il semplice motivo che ci sono libri belli, bellissimi con la sua firma e altri, non brutti ma trascurabili, con la medesima firma. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, senonché i libri bellissimi sono ancora inediti in Italia. Qui parlo di due di questi, libri gemelli grondanti sofferenza e speranza, si chiamano Die Welt im Rücken (il mondo sul groppone) e Haus zur Sonne (la casa esposta al sole). Entrambi arrivati nella cinquina del Deutscher Buchpreis, e magari “Haus”, quest’anno, ce la farà, scaraventando il buon Thomas su un bel numero di scrivanie non tedesche.

Quando partecipai all’Internationales Übersetzertreffen nel 2017 all’LCB berlinese, il titolo di quella settimana di workshop e networking traduttivo era proprio Die Welt im Rücken, con Melle ospite d’onore. Mi innamorai durante la sua lettura a voce alta di alcuni passi, con un finale da singhiozzo. Gli dissi che era riuscito a canalizzare un’idea non facile, a tratti impensabile come la morte, cioè la convivenza con una patologia cronica, anzi più che la convivenza un abbraccio incondizionato, compresa la militarizzazione – in senso buono – della malattia in forma di letteratura. Mi lasciai andare a un paragone con gli inizi dell’hiv, in testa più il blu jarmaniano che un qualche corrispettivo letterario. Ricordo la bocca secca alla fine del mio intervento. Melle annuì, mi firmò la copia, ed eccola qui, sulla scrivania, riletta di fresco per prepararmi alla Casa al sole.

Il prologo del Mondo sul groppone recita: “Ich möchte Ihnen von einem Verlust berichten. Es geht um meine Bibliothek. Es gibt diese Bibliothek nicht mehr. Ich habe sie verloren”. Dopodiché, con questo gancio nelle carni, non c’è modo di appoggiare il libro prima di pagina 348. Sempre che apprezziate gli ottovolanti. Perché se siete tipi apollinei da ecfrasi perenne no, Melle non fa per voi. Melle strattona, parte per la tangente, cade e riparte in quinta, spiazza e irrita, poi ti viene vicino e ti sussurra all’orecchio, ti commuove, e riparte, e rispiazza, e buonanotte ai suonatori. Il secondo capitoletto parla di quando ha fatto sesso con Madonna e Björk in quel di Kreuzberg, ovviamente nella sua testa, poi si salta al 1999, un altro balzo fino al 2006, al 2010, pezzi di diario, discettazioni musicali à la Nick Hornby, tanto internet, tanto riflettere sulla comunicazione in internet, aneddoti da far tremare i polsi, pensieri seri sulla malattia, altri rapidi e fuori controllo come una pallottola in uno scantinato pieno di tubi. Non tutto il romanzo tiene, ma è il carburante che lo anima a essere unico, più che nel suo genere (“ibrido”, “anfibio”, cose che sappiamo già) nella sua voce, quell’alchimia misteriosa che trasforma un libro in un auricolare con le tue iniziali sopra.

Die Welt im Rücken è un testamento sulla bipolarità, una preghiera scaramantica per farla finire schiaffandola sulla pagina. Per salvare non solo la propria biblioteca, ma tutto il resto – oggetti, salute, relazioni, reputazione – che finisce regolarmente maciullato dalle fasi di Raserei, quando la mania imperversa e tutto straccia, tutto consuma, anche il tempo. Anni interi di mania. Capitoletto 41 della parte sul 2010, testo: Bin ich nicht. Capitoletto 42, testo: Und wenn Sie wüssten, was da vorher stand. Eccezioni in un romanzo a cuore aperto che non teme di affrontare i temi in profondità, siano essi l’autodistruzione o la passione per Trent Reznor. Un romanzo berlinese, quello di Melle, insieme a David Wagner uno dei pochi capaci di trasmettere il senso di Kiez, di vita oscillante tra rione e metropoli che da sempre contraddistingue il paesone sulla Sprea.

A pagina 140, capitoletto 5 della parte sul 2006, si parla della Haus zur Sonne, idea di Melle per uno spettacolo teatrale (una delle sue occupazioni fisse). Questo è il germe del romanzo uscito poche settimane fa, il secondo dal 2017 dopo il dimenticabile Das leichte Leben (KiWi, 2022). Dimenticabile, trascurabile, come mai? Perché nella Vita facile Melle trama a tavolino azzardando una critica sociale con punte di maledettismo del tutto inefficaci. Funziona meglio, invece, un altro suo romanzo-romanzo, cioè 3000 Euro (2014), che parla di come un deficit finanziario – quello del titolo – riesca a far ruzzolare il protagonista ai piedi della piramide, rischiando di non rialzarsi più dai margini. Più che un plot di finzione pura, un’ipotesi fondata su esperienze vere raggranellate durante le manie. Anche Haus zur Sonne è fondamentalmente fiction, ma questa finzione narrativa si installa nel dispositivo ibrido di Die Welt im Rücken. Quindi sì, è un secondo libro dedicato alla sindrome bipolare, con episodi e riflessioni di un narratore in prima persona che può solo essere Melle. Lo scollamento con quella che possiamo chiamare realtà si verifica però alla prima pagina, quando il protagonista riceve una busta azzurrina e scintillante contenente la risposta positiva da parte della Haus zur Sonne. Una clinica per suicidi.

Come si sono affrettati a scrivere alcuni critici letterari tedeschi, nel libro c’è un lieto fine e dirlo non è uno spoiler. Sia pure psicosi delle ore 4:48, ma il sole sorge ancora. In effetti, Melle ci risparmia il bizzarro corto circuito provocato dalla eventuale dipartita del suo personaggio. A contare davvero è comunque la sua abilità di rendere credibile la rampa della trama, ovvero la decisione incrollabile del protagonista di farla finita – perché la malattia sta vincendo, le preghiere non sono servite, la prossima mania rischia di essere, se non l’ultima, insostenibile quanto a perdite, vergogna, depressione. Ecco allora che il libro decolla, con enorme coraggio, da dove eravamo rimasti col Mondo sul groppone, replicando almeno in parte quella struttura composita, e approda in una clinica fantascientifica, peraltro sovvenzionata dal Bund, che tratta coi guanti i suoi ospiti accompagnandoli fino alla Fine. Non mancano incontri clou tra i corridoi pulitissimi, e somministrazioni di sogni a occhi aperti fondate sui desideri dei pazienti. Un po’ Arancia meccanica, un po’ Qualcuno volò sul nido del cuculo, Haus zur Sonne è una mossa letteraria sul filo di lana con la cazzata sempre dietro l’angolo, salvata in corner dal serbatoio empatico di Melle, dalle cose vere, e da un finale non clamoroso sulla carta ma entusiasmante a leggersi. La vita va avanti.

“Das hier – wirklich weg?” si chiede il protagonista a pagina 244, prima crepa seria nel progetto di ammazzarsi per via istituzionale. Haus zur Sonne è un portentoso breve invito a rinviare il suicidio, senza argomenti giudicanti o sbandate retoriche penose. Il tema viene preso sul serio – e chi ha letto Die Welt im Rücken crede subito alla volontà del protagonista – e altrettanto seriamente viene sviluppato passo passo, firma dopo firma, colloquio medico dopo colloquio medico, finendo per “scegliere la vita”, come direbbe Renton, ma sapendo bene che la vita è tutt’altro che una casa baciata dal sole. Del resto, se così fosse, sai che noia. Ed è questo che rende così speciale Melle. Non l’attrazione per l’estremo, il provocatorio, il cinismo houellebecquiano, bensì un’accettazione dolorosa, assoluta e a occhi spalancati della condizione umana. Fragile, autodistruttiva, malata, geniale, e vivaddio.

[Di Thomas Melle in Italia è uscito solo Sicario (OR. Sickster) nel 2015, ed. Fandango, trad. Fabio Lucaferri].

irrealismo socialista

Popiół i diament (1958) di Andrzej Wajda

In tutto questo, Elia, il trasloco, le fatiche a dozzine del traduttore umano in un mercato sempre più disumano, ho finito l’università. O meglio: ho finito i corsi del mio Bachelor alla Humboldt. In aprile ho terminato la parte di Biblioteconomia, questo mese quella di polonistica, con un ultimo esame di letteratura in cui ho scelto una domanda su Jerzy Andrzejewski. Restano una Hausarbeit (su Stasiuk) e la tesi entro febbraio, in via di definizione. Il sollievo per la fine della frequenza, oggettivamente non più sostenibile – ed è un miracolo che sia arrivato fin qui – è comunque frammisto a una grande tristezza. Malgrado lo stress ho goduto ogni momento del mio ritorno all’università dopo vent’anni e passa, apprezzando gli stimoli e la trasmissione strutturata del sapere molto più che a suo tempo. I solipsismi e le distrazioni dei tardi anni Novanta hanno ceduto il passo a una concentrazione laser e soprattutto a un senso di urgenza, e riconoscenza, improbabili quando si è reduci da pessimi anni di liceo.

Studiando la letteratura polacca del Novecento sono rimasto molto colpito dalla figura di Andrzejewski, un mutante con almeno un classico al proprio arco – Cenere e diamanti – celebre soprattutto grazie alla trasposizione filmica di Wajda. Un paio di anni fa ho fatto qualche ricerca superficiale sul romanzo, constatando una genesi travagliata e una lunghissima assenza dagli scaffali delle librerie. L’unica traduzione italiana continua a essere quella di Vera Petrelli del 1961 per l’editore Lerici. In queste settimane sono riuscito ad andare alla radice, e allora ecco la storia di un romanzo radicalmente importante per la letteratura polacca, e del suo autore radicale ma non troppo.

Andrzejewski era cattolico. Si era fatto un nome col romanzo Ład serca (“l’ordine del cuore”, 1938), dalle dirette influenze bernanosiane, e col racconto Wielki Tydzień (“settimana santa”, 1943), incentrato sulla Shoah, parzialmente riscritto nel 1945. Classico nello stile, molto attento alle sfumature etiche e a far emergere domande esistenziali. Nel dicembre del 1946 scrisse la prima versione di quello che sarebbe diventato Popiół i diament. Un romanzo ancora incompleto, pubblicato sulla rivista Odrodzenie nella primavera del 1947. Siamo a Ostrowiec, Małopolska, tra il 5 e l’8 maggio 1945. Due le direttrici della trama. Da un lato c’è il ritorno a casa del giudice Antoni Kossecki, che nel campo di concentramento di Groß-Rosen ha funto da kapò. Una notizia destinata a filtrare gradualmente e a sconvolgere la sua cerchia. Dall’altro c’è l’ultimo compito affidato al giovane attivista Maciej Chełmicki dell’Armia krajowa. Maciej, stanco di combattere, deve uccidere il funzionario comunista Stefan Szczuka. Prima ammazza per errore due innocenti insieme ai compari, poi riesce nel compito, salvo finire crivellato nel finale poiché dei soldati lo vedono correre armato. Il romanzo di Andrzejewski tocca quindi due corde delicatissime dell’allora passato recente: le strategie di sopravvivenza sotto l’occupazione nazista e l’azione partigiana, avversa sia alla Germania hitleriana, sia al potere sovietico che poté consolidarsi a partire dal 1945. Il narratore della versione in rivista lascia parlare liberamente i personaggi e, sebbene onnisciente, mantiene un profilo basso. Il testo si interrompe nel bel mezzo di quello che sarà il settimo capitolo, con un dialogo notturno tra Kossecki e la moglie Alicja, ignara del suo ruolo a Groß-Rosen.

Nel 1948, per i tipi di Czytelnik, Cenere e diamanti vide la luce in una forma completa. Dieci capitoli dalla lunghezza molto varia e lievi accorgimenti rispetto a Zaraz po wojnie, subito dopo la guerra, perché così era uscito pochi mesi prima a puntate. Il nuovo titolo fa perno su una citazione da Cyprian Norwid in cui s’imbatte Maciej, cruciale per comprendere lo spirito del testo. La fonte precisa è Tyrtej, seconda parte del dramma Za kulisami (1865-1867). Possibile, si chiede Norwid, che in mezzo alla cenere della distruzione si possa scovare un diamante? Nonostante il potere sovietico in crescita, che in Polonia aveva come tentacolo il partito dei lavoratori (PPR, poi PZPR), Andrzejewski mantiene una certa equidistanza rispetto ai temi trattati, anche quando lancia in pista i membri del nuovo partito egemone. Szczuka, ad esempio, è in teoria un personaggio positivo, eppure viene subito messo in contrasto con l’antieroe Maciej in tema di sigarette. I due s’incrociano per la prima volta nell’atrio dell’Hotel Monopol, riuscitissima metonimia del carrozzone polacco novecentesco. Szczuka chiede al portinaio delle sigarette americane, mentre Maciej preferisce quelle ungheresi, “più forti”. Inutile dire che il dettaglio stampiglia simpatia sulla fronte del giovane attentatore.

L’accoglienza della critica fu piuttosto fredda, con una staffilata micidiale da parte dell’intellettuale integrato Jan Kott, che su Kuźnica accusò l’autore di “mały realizm” (piccolo realismo), vale a dire scarso coraggio nella rappresentazione dei quadri del partito. Il fatto che Andrzejewski non avesse militato in area socialista durante gli anni della guerra era ben noto, anche se col cambio di regime lo scrittore aveva iniziato una manovra di avvicinamento al governo Bierut. Una scelta opportunistica, forse obbligata per restare a galla, che tuttavia non traspare dalle pagine di Popiół i diament, quasi un resoconto in presa diretta del caos a Est sullo sfondo della capitolazione tedesca. L’autore non reagì alla critica, peraltro non isolata, e si limitò a partecipare pochi mesi più tardi al congresso di Stettino che introdusse anche in Polonia, ormai PRL (Repubblica popolare polacca) i postulati tagliati con l’accetta del realismo socialista di stampo sovietico, fissati dal congresso moscovita del 1934.

Nel 1950, Andrzejewski tornò su Odrodzenie con un testo dall’impronta diaristica intitolato Notatki, col quale fece micidiale autocritica. In pratica, diede ragione a Kott ammettendo di non aver sfruttato il romanzo per bilanciare il proprio attivismo a scoppio ritardato. Ho scritto troppa cenere con la sinistra e troppi pochi diamanti con la destra, annotò Andrzejewski prima di giungere alla conclusione che avrebbe dovuto scrivere un romanzo diversissimo. Popiół i diament continuò ad avere comunque un certo successo in libreria, e quando si trattò di andare in ristampa nel 1954 l’autore decise di rimetterci mano. Il risultato è una bizzarra iniezione di conformismo in un romanzo che fino a quel momento aveva mantenuto intatta una grande dignità di testimonianza storica e sociale.

Intervenendo su un ventesimo circa della foliazione, ma con decisioni strutturali presenti quasi a ogni pagina, Andrzejewski sincronizzò Cenere e diamanti col clima politico vigente. Ecco allora l’onnipresente appellativo “compagno”, russo diventa spesso sovietico, il gergo partitoidale si fa largo nelle descrizioni, il narratore tira qualche leva per influenzare la nostra opinione dei personaggi e, soprattutto, i dialoghi tra membri del partito vengono radicalmente riscritti, con aggiunte didascaliche o bizzarre sparizioni. Quella che era una generica parata diventa giocoforza un paratone del primo maggio. Socialismo reale ante Polskam, cioè ante PRL. Nella prefazione del marzo dello stesso anno, l’autore in pratica ritratta le Notatki dicendo, coda tra le gambe, di aver optato per qualche ritocco stilistico e “significativo” per meglio servire la platea dei lettori. La cosa buffa, o tragica, è che nel 1954 l’epoca del realismo socialista in Polonia era ormai al tramonto. Stalin era già stato divorato dai vermi e nessuno aveva più voglia di attenersi supinamente al corsetto ideologico, e noiosissimo, di un realismo irreale, manicheo, letterariamente una zappa sui piedi. Persino Kott, forse apprezzando lo svoltone codardo di Andrzejewski, finì per riabilitare il romanzo, che già nel 1948, parole sue, aveva brillato per freschezza e spontaneità.

La storia per fortuna non finisce qui, perché nel 1958 esce il film, dopo quasi settant’anni forse il minimo comun denominatore quanto a capolavori made in Poland, una delle poche pellicole davvero indispensabili per scrutare gli abissi, celestiali, dell’anima polacca. Andrzejewski scrive la sceneggiatura insieme a Wajda. Nel 1957, con un’altra delle sue svirgolate, l’autore stanco degli interventi censori aveva restituito la tessera di partito, iniziando lentamente a venire allo scoperto come critico del regime (non più di Bierut ma di Gomułka, storico avversario di Bierut). Regista e co-sceneggiatore decidono di comprimere l’azione e di sforbiciare la trama legata a Kossecki, per cui nel film il tema dei campi di concentramento non c’è. Maciej, interpretato dal James Dean polacco Zbigniew Cybulski e dai suoi eterni occhiali da sole (“perché durante la rivolta ho passato troppo tempo nei canali”), diventa il protagonista assoluto. Lui, un assassino, con le sue sigarette ungheresi, il flirt con la barista Krystyna e i tic attoriali indimenticabili, come la scena finale della morte, che sembra quasi una burla. Potenziato dalla concretezza mozzafiato tipica di Wajda, da fotogrammi spiazzanti e da un ritmo impressionante, che dipende dall’incastro dei piani e non certo dalla rapidità del montaggio, il film può essere visto ancora oggi una volta al mese senza stancarsi mai, e trovandoci sempre qualcosa di nuovo. Oltre ai suoi meriti cinematografici, il Popiół i diament del 1958 vale come una quarta, matura versione del romanzo, col braccio moralista tagliato di netto. La sequenza del banchetto dei comunisti all’Hotel Monopol, con i suoi toni grotteschi malgrado i dialoghi restino nei ranghi, è un magnifico esempio di critica col fioretto.

Andrzejewski non è mai più tornato sul romanzo. Nel 1977, lo slavista Witold Kośny ha pubblicato uno studio comparativo impeccabile sulle tre versioni. Nel 1997, Suhrkamp ha riproposto il testo del 1948 in un’edizione critica curata da Andreas Lawaty, con le parti successivamente ritoccate in corsivo e, in coda, un elenco dettagliato degli interventi e una ricostruzione della storia editoriale. Henryk Bereska, che nel 1961 aveva tradotto Popiół i diament in tedesco per l’editore orientale Volk und Welt, ebbe l’occasione di completare l’opera integrando le parti mancanti degli anni 1947-1948. Sempre nel 1961, e sempre sull’onda del successo internazionale del film di Wajda, Cenere e diamanti è arrivato in Italia nella traduzione di Vera Petrelli. Da un rapido riscontro (il paratone del primo maggio) si evince che il testo di partenza, com’è stata la regola per decenni, era quello del 1954. Possiamo quindi serenamente concludere che l’Italia deve ancora vedere la versione autentica di Popiół i diament. Cholera!