il suo unico figlio

Dettaglio della copertina del romanzo sclaviano Tre, Camunia 1988.

Elia è libero. Nostro figlio ha ottenuto il permesso di soggiorno e un magnifico passaporto con la sua faccia di bimbo di quindici mesi, foto scattata in una cabina scassata sotto la scala mobile che porta al supermercato dove andiamo sempre. Ora di mesi ne ha diciassette, quasi diciotto, la mole dei capelli è raddoppiata e la statura indicata nei documenti mente per un numero sempre più vertiginoso di centimetri. Ciò non toglie che a meno di una settimana dalla consegna dei documenti abbiamo lanciato il passeggino nella pancia di un aeroplano, scaraventandoci a Bologna.

Siamo a Bologna, vivaddio. Elia ha già visto le Scandellara, i giardini Margherita, l’angelo straripante di Michelangelo e il comparto della Sala Borsa dedicato ai più piccoli, con libri in tutte le lingue del mondo. Quello sui sederi degli animali, evidentemente un bestseller cosmico, c’è a opera di un autore giapponese tradotto in italiano. Noi in Prussia abbiamo la versione crucca, stesso concept, stesse bestie viste da tergo, stesso gioco di ante da tirar su, ma il testo è di tale Thorsten Saleina. Chi ha copiato chi? Qualcuno avrà registrato il brevetto di far indovinare gli animali ai bambini mostrando loro culoni pucciosi e codone batuffolose?

Irrazionalmente, mi sembra che a Bologna ci sia più spazio. Saranno i rettangoli di cemento o terriccio delle edicole che non ci sono più, che continuano a chiudere venendo sradicate, questo mi verrebbe da pensare, da una gru ciclopica che le lancia nelle profondità della galassia, là dove ancora si leggono i giornali e si sfogliano i fumetti. Tornando a Bologna dopo quasi due anni, varcando la casa dei miei e trovandomi davanti la mia collezione di fumetti Bonelli restata dov’è per esigenze logistiche, mi son detto che forse riuscirei a campare senza romanzi, ma senza fumetti no. Tant’è che con Striscionte nel marsupio ho subito recuperato qualche Dylan Dog della gestione Baraldi per farmi un’idea dell’andazzo. Striscionte è il nome che mio padre ha dato a PucciPatati, che ancora non cammina – “manca poco” da mesi – e in compenso gattona a velocità supersoniche alternando traiettorie sinuose a minacciose marce in stile drago di Komodo.

Tira brutta aria in Bonelli. Conclusasi senza l’auspicata ripresa l’esperienza recchioniana, che almeno ha tentato un rilancio programmatico, ora le storie sembrano irrimediabilmente fondi di magazzino. Spiace dirlo. Del resto è quello che sta succedendo con testate come Martin Mystère e Zagor, che insistono nel vuoto pneumatico fino a esaurimento scorte. Le concause sono tante, inutile puntare il dito facendo nomi e cognomi, ma è triste di una tristezza maelstromica vedere un mercato letterario, e che letteratura, contrarsi sempre più, venire costretto a trovare sfoga in libreria (dove non c’è spazio per nessuno da lustri) e dibattersi con una coda sempre più atrofizzata riproponendo l’eterno uguale a sé stesso, Tex al cubo, Dylan fotocopiato in base alla vecchia ricetta sclaviana che brancola tra una freddura di Groucho e la tipa del mese, portata a letto perché lo vuole la formula.

E dire che Sclavi, almeno consciamente, non ha mai stilato decaloghi o listine della spesa. Le sue ricette erano le sue manie, la sua formula è la stessa di Morrissey, cioè gridare sofferenza su melodie irresistibili. L’altra sera, con Pupi assopito, ho preso giù Tre dallo scaffale e l’ho divorato prima di coricarmi. Tre, Camunia, Milano 1988, collana Fantasia & Memoria.

Lo lessi per la prima volta a tredici anni, aprile 1990, restando intontito dai riferimenti sessuali e da una prosa lontanissima, almeno così mi parve, dal ritmo e dal linguaggio delle tavole coi balloon. Rileggendolo, peraltro con molto più gusto rispetto ad altri romanzi del Tiz recuperati dal covid in qua (Film, Le etichette delle camicie, Dellamorte Dellamore, Non è successo niente), ho avuto l’impressione di assorbire quelle pagine per la prima volta, trovandovi una voce nota in grandissima forma, immersa in quella fase di formidabile rincorsa che per Sclavi sono stati gli anni Settanta, quando scriveva a raffica, inventava personaggi, si accingeva a interpretare quelli altrui con idee geniali (Zagor, Mister No) e là, sotto il letto come un prete-scaldino, tra le righe di qualsiasi cosa schiaffasse sulla pagina, c’era già questo strano soggetto, Dog di cognome, coi suoi mostri, le sue malinconie, la camicia rossa e infiniti universi.

Il terzo capitoletto su cinquantanove inizia così:

“Prendo la penna in questo giorno, 18 luglio 1979, per scrivere una storia. Non so se la completerò, non so neanche quale sarà, potrei scegliere a caso tra le tante, per esempio quella della goccia che cade di notte nel lavandino e che fa plic plic, dove c’è un uomo che non può dormire e va a chiudere il rubinetto ma non serve, perché la goccia (o meglio le gocce, chi ci dice sia sempre quella?) inesorabilmente ricomincerà a cadere e non servirà a niente maneggiare il sifone con una chiave inglese perché anzi s’allagherà la casa e la goccia diventerà il diluvio e l’uomo sentirà, da quella notte in poi, lo sciacquìo del giudizio nelle conchiglie delle sue orecchie. Divertente, ma io penso che tenterei di abituarmi a quel rumore notturno, che seguirei il ritmo della goccia e la penserei il mio cuore, addormentandomi così con i suoi battiti. Sarebbe senz’altro meno comico e un po’ anche nevrotico, perché sarei io a comandare alla goccia di cadere e all’universo di girare, una fantasia di onnipotenza delle più banali, come aspettare la pioggia per non piangere da solo o una telefonata che non verrà mai senza telefonare mai. Sarebbe forse un inizio, lo tengono buono” (p. 13).

Sulla bibliografia romanzesca di Sclavi, e sulle riedizioni di Tre, rimando volentieri a questo ottimo articolo che cita anche l’edizione Periplo del 1997, un director’s cut di Tre tipo Apocalypse Now Redux, quindi con tutto dentro, forse (non posso dirlo) anche troppo. Il classico Tre Camunia basta e avanza con le sue 182 pagine spezzettate e densissime, picciate in quarta a noi lettori come un rebus, un gioco di scatole cinesi. Ma il bello di Sclavi, e anche il suo limite in assenza di paletti, è che il cubismo della narrazione non cela una struttura appagante, una soluzione. Volendo ricostruire le mille storie accennate, spesso tramite ripetizioni, soprannomi, trapassi descritti con una scudisciata e un dettaglio da maestro, alla fine non c’è alcun guadagno. La figura finale del puzzle è quella iniziale, confusa e brulicante, che saltella libera e selvaggia da un time warp all’altro, da un universo all’altro molto prima dell’Oscar agguantato dai Daniels e dei tanti multiversi popcorn degli ultimi anni. Sclavi incanta offrendo una congerie di enorme e minuscolo, amplissimo e angusto, la cui malta è semplicemente il susseguirsi delle frasi e delle pagine.

Ogni tanto, in questo andirivieni trovano spazio i film che gli piacciono. Una buona metà del capitolo 14 è occupata dalla trama di The Unknown (1927) di Tod Browning, peraltro non dichiarata come farà nel Dylan Dog 243 con Identità di James Mangold, un gioco sporco in cui io, nel 2006, caddi come un novellino gridando al capolavoro. Altrove torna Browning con Freaks, si affaccia il plot del Fantasma del palcoscenico di De Palma, altre schegge vengono introiettate secondo l’adagio di Eco che copiare una volta è plagio, ma farlo serialmente è da maestri. Ovviamente una provocazione, e a decenni di distanza è ormai trito domandarsi, nell’ottica del postmoderno, quanto valore abbia un pezzo fatto in gran parte da campionamenti, e se anche l’omaggio più scoperto non debba essere dichiarato. Sclavi campiona tanto da sempre, dichiara il giusto, ma alla fin fine anche quando in Killer! ti propina Terminator in salsa rabbinica, è la strategia combinatoria a saltare agli occhi, e con lei la cornice, cioè la serie, cioè l’aria che si respira, cioè il personaggio di Dylan, cioè Tiziano con le sue fisse, tipo gli UFO:

“E vide il più bell’Ufo che avesse mai potuto immaginare posarsi in silenzio là, come una nave madre dalla quale debba avere inizio l’invasione. Non somigliava a nessuna delle foto che avrebbe visto, era piuttosto un incrocio tra il disco che avrebbe ucciso il capitano Mantell e le macchine verniane create molti anni dopo da Karel Zeman. Era una sfera opaca, ma perfettamente nitida nella penombra; gigantesca, con file di bulloni ben visibili e cornici liberty intorno agli oblò. Sul davanti (il suo unico figlio la vedeva di tre quarti) aveva un oblò più grande a forma di fagiolo con i lobi rivolti verso il basso. Ai fianchi dell’oblò, due specie di scale, o forse semplici ornamenti o tubi di scappamento, che scendevano a S dalla sommità della sfera fino alla parte inferiore dove finivano con svolazzi su predellini di ferro battuto. Il metallo della nave sembrava alluminio leggero ma doveva essere in realtà una lega resistentissima per averle permesso di attraversare lo spazio e di arrivare lì. […] Nella testa il suo unico figlio sentì aprirsi le porte del cielo e capì che da quel momento poteva fare tutto, andare e tornare nel tempo e nello spazio, a patto che non uscisse dai suoi confini” (pp. 27-28).

Il protagonista del romanzo, o meglio il personaggio menzionato più spesso, è Il suo unico figlio senza i maiuscola. A un dato momento (p. 98) il suo unico figlio si imbatte in una comune di creature deformi, variazioni sul tema browninghiano con tanto di prole (“e bambini che nascevano come arcobaleni di tutti quegli orrori”, p. 99), e insieme a loro compie gesta estreme di ribellione e terrorismo. Tra di essi vi sono Nano Clochard con la fidanzata Fiore di Cacca, che morendo gli dedica queste parole: “Oh, pastrocchio […] me ne vado via cussì, che m’hanno beccato i gugni nella vita e non ci ho più molto tempo da essere viva. E anca adesso che vedo, è proprio vero, tutte le cose passate come drento in un cimena, oddìo, pastrocchio mio, non riesco ancora a trovarci un momento di bello, un qualcosa da chiamarlo speranzia […] La vita mia, a guardarla anca momento per momento, è stata come una roba di fantasmi, che non sai mai nianco se son veri” (p. 118). A pagina 143 il suo unico figlio rivela di non essere di questo mondo, di avere l’ombelico tra i capelli e un dito del piede mancante. Dal pianeta Tre è venuto con un razzo d’argento.

L’ultima pagina, dedicata alla guardia che si sente come le montagne russe, è degna di Kafka. Forse un paragone impegnativo, ma è proprio la nonchalance di Sclavi, la fluidità delle sue digressioni unita alla rapidità di certe ghigliottine verbali, a fare di lui un autore che dà dipendenza. Il paradosso dell’autorevolezza di Kafka fondata sulla fragilità di Kafka. Tre, come quasi tutti i suoi racconti immaginifici ma senza immagini, non è un roman à clef, un qualche enigma da sciogliere, un sudoku di sangue. È, semmai, un romanzo-sacco (powieść-worek) come quelli che scriveva Witkacy – Addio all’autunno, Insaziabilità. Un ricettacolo in cui cacciare pensieri in libertà e ossessioni poderose, dando loro una forma grossomodo adatta per un visto si stampi. Come romanzi non reggono, nemmeno Tre, con le sue sbandate amatoriali e qualche ingenuità di troppo. Ma come sacchi, budelli in cui perdersi, arraffare a casaccio, buttar via e riacciuffare, ritrovare cose note e scovare cose preziose, i libri di Tiziano Sclavi sono ancora un portento. Lunga vita, allora, al suo unico figlio.

Dylan Dog 43, Storia di nessuno, di Sclavi e Stano, p. 25.