Wiener Blut

Libro di Valentine Penrose su E. Báthory, ed. Mercure de France 1969 (rielaborazione grafica della copertina).

Malgrado tutto, anche quest’anno sono riuscito di straforo a iniettarmi uno spicchio di Berlinale, e questo spicchio appuntito e sgargiante è nientemeno che il nuovo film di Ulrike Ottinger, Die Blutgräfin. Un evento, perché come racconta la sua autrice in un’intervista del dicembre 2024 il progetto risale al 1998, più volte rimandato per questioni di budget, e stando a Wikipedia la sceneggiatura con alcuni dialoghi suggeriti da Elfriede Jelinek esiste almeno dal 2009, cioè poco tempo dopo la realizzazione del magnifico documentario Prater con lo zampino del Nobel austriaco.

Ecco allora una storia di vampiri viennesi lascamente ispirata alla figura storica di Erzsébet Báthory, e cucita in maniera deliziosamente massimalista addosso a Isabelle Huppert, che nel film parla almeno sei lingue. Ottinger ha sempre pensato a lei per questo personaggio mitteleuropeo, rosso sangue e senza tempo. Oui, elle est Isabelle Huppert. L’altra candidata era Tilda Swinton, che per fortuna ha già fatto la vampira nell’universo anodino e cool per forza di Jim Jarmush. Qui Ottinger fa sul serio, nel senso che torna a fare il cinema che l’ha resa unica mezzo secolo fa. Ed è un cinema fastoso, di contrasti stridenti tra il sublime e l’infimo, ridanciano e camp, straccione col sangue blu.

La contessa insanguinata veleggia verso di noi, il pubblico, nella primissima inquadratura, girata nel mare sotterraneo di Hinterbrühl. Sta immobile, a prua, polena viva (o non-morta), su un’imbarcazione-sarcofago di drappeggi rossi che procede lenta in questo dedalo di grotte viennesi pieno d’acqua e di ex Wunderwaffen naziste. Appena taglia l’angolo, entra in campo una barchetta piena di turisti. Basta l’incipit per capire che tutto il film è un rimando, a cominciare da sé stessa, Ulrike Ottinger, che nel cuore selvaggio degli anni Settanta tedesco occidentali girò un film di marinai e uno di piratesse lesbiche, Madame X, con la protagonista che si atteggia volentieri a polena minacciosa.

Die Blutgräfin è un ritorno all’immaginario a rotta di collo della cosiddetta trilogia berlinese, eppure la messinscena non si riduce a happening e tableaux vivants. C’è una trama, da non prendere troppo sul serio, una traiettoria polańskiana che serpeggia tra The Fearless Vampire Killers e The Ninth Gate, e soprattutto c’è l’idea di sfruttare l’identità transtemporale dei vampiri per mostrare pezzi di Vienna rimasti nel passato. In questo senso, il film è un irresistibile documentario sulla capitale austriaca (anzi, austroungarica) camuffato da storiella trucida con libri maledetti, buffet carnosi e figure macchiettistiche.

A parte Huppert, che dove la metti sta, ovvero fa sempre e comunque capoluogo, Die Blutgräfin lancia in pista il suo nipotino vegetariano Baron Rudi Bubi (Thomas Schubert, di verde vestito e con lenti a contatto in tinta), il di lui terapeuta Theobald Tandem, che non crede ai vampiri (Lars Eidinger), la strepitosa Birgit Minichmayr nei panni dell’aiutante della contessa. Il fronte camp è garantito da Conchita Wurst in tre, maiuscoli ruoli diversi, con tanto di esibizione nelle catacombe tra generali mortacci e poliziotti allibiti. Parlando di un film che esiste nella mente della sua autrice da quasi trent’anni, verrebbe da chiedersi cosa è cambiato tra le prime stesure e la sceneggiatura definitiva. La risposta è: Conchita Wurst.

Non tutto l’umorismo arriva a destinazione, ma la percentuale di situazioni azzeccate è molto alta. Il filo rosso dell’efficacia è forse dato dall’uso sardonico dell’inglese, buttato lì come una sorta di AI-Slop ormai deficientemente egemone. Difficile non spruzzare il cocktail sulla testa dello spettatore davanti ogni volta che si sente il titolo anglofono, mutuato da benjamin, della conferenza internazionale a cui partecipano i due vampirologi Theobastus Bombastus e Nepomuk Nachbiss, o quando la contessa elogia, prima di scendere nelle catacombe, il “Valhalla of the vampire empire”. L’inglese, o meglio la parodia del ruolo globale dell’inglese, è una clava umoristica ancor più del trattamento riservato al genere horror. Del resto il film prende di mira, e non a fini di scherno, gli abissi arcimboldeschi di Vienna. Erzsébet Báthory è un pretesto, la lingua inglese un inserto anacronistico.

Die Blutgräfin si presenta come una Wunderkammer reale. A Ottinger, da sempre, non interessa la ricostruzione in studio, bensì l’appropriazione picaresca di spazi autentici. Si entra davvero nell’ex manicomio del Narrenturm, ora museo, con lo scheletro della “piccola contessa” che si materializza in carne e ossa nel corso delle vicissitudini dell’altra contessa, quella assetata di sangue e vergini. Si varca la soglia di sontuose biblioteche col nastro trasportatore che finisce per inghiottire, manco fosse la morgue, l’ultima vittima di Báthory, di caffè e hotel storici a iosa con pannelloni in legno intarsiato e ridde di animali impagliati sullo sfondo. Non mancano i castelli lussemburghesi (per esigenze di location) e ovviamente, nel gran finale buffonesco, lui, il Prater, eterno bosco di Bomarzo dell’immaginario viennese.

Animato da un beffardo spirito dandy, a tratti folle e spiazzante come Bildnis einer Trinkerin, Freak Orlando o Dorian Gray im Spiegel der Boulevardpresse, orientaleggiante nel senso mitteleuropeo del termine – e non dei tanti film girati da Ottinger in Asia, tipo Johanna D’Arc of Mongolia – Die Blutgräfin è un ottovolante inatteso, davvero fuori dal tempo, un piccolo miracolo produttivo in un’epoca di crisi dell’immagine fatta a mano, di standardizzazione del “content” e soprattutto, be’, di pochi piccioli per la libertà creativa vera.

La storia della contessa ungherese è materia da Jesus Franco, da Hammer Film, da Julie Delpy, al massimo da Warhol & Udo Kier en travesti. E infatti, caro pubblico boccalone, il punto del film non è questo. O almeno, non è il genere in senso filmico a farla da padrone. La vampira Huppert è evidentemente lesbica, tant’è che s’innamora di una donna incrociandola sulle scale mobili e nel corso dei suoi giri in carrozza viene trattenuta in extremis dallo scendere e papparsi delle prostitute, novelle sirene per una Ulisse che attraversa il tempo, il gender e il desiderio come l’Orlando di Woolf. Die Blutgräfin colpisce nel segno fungendo da codicillo, da seguito spirituale del documentario sul Prater. È un excursus con toni da guilty pleasure, un tuffo in un pannello di cartone con l’immagine di una contessa che fa il bagno nel sangue altrui. Roba da tunnel dell’orrore. Ed è bello pensare che in un anfratto del Prater questo pannello, questo innesco immaginifico, esista sul serio.